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Il peso delle anime: interiorità e paura in Bartësi i shpirtrave të përzënë di Adil Olluri

Ci sono momenti nella storia umana in cui la realtà muta improvvisamente le sembianze, facendo gravare sulle persone — sulle anime — il peso della paura. La visione degli eventi viene filtrata da una fitta trama di filigrana scura che altera la percezione degli oggetti, dei volti e persino del ritmo del respiro. In questa atmosfera, prendono vita le pagine di Bartësi i shpirtrave të përzënë («Il portatore delle anime esiliate»). In questo romanzo, Adil Olluri colloca il centro del racconto della guerra all’interno dell’animo umano, esplorandone le risonanze più intime e profonde. Allontanandosi gradualmente dall’eco della cronaca dell’inizio del conflitto, l’autore esplora il dramma dell’esodo e della guerra in Kosovo attraverso l’interiorità del protagonista Bardhyl — un mondo intimo, carico di silenzi e di riflessioni sospese, che rischia continuamente di implodere.

Forse proprio in questa minaccia di implosione sta la causa e, insieme, la risposta stilistica dell’opera: l’impossibilità di Bardhyl di dire “Io” trova un varco espressivo solo nel momento in cui il suo vissuto viene raccontato, paradossalmente, da qualcun altro. Benché la seconda persona possa suggerire distacco, il narratore si rivolge a lui con una vicinanza disarmante. La sua voce sembra prestare le parole a un uomo qualunque, reso però unico da una profonda sensibilità, mentre è impegnato a ricomporre i frammenti di una vicenda individuale collettiva a un tempo. In questa chiave, emerge un panorama emotivo che si immedesima nella realtà circostante, eppure è destinato a rimanere sepolto sotto la brace della coscienza. Il silenzio paralizzante della guerra, vissuta intimamente, prende forma in una dimensione psicologica logorante. La scrittura di Olluri si spinge in profondità, cercando nel mondo interiore sommerso ciò che la memoria storica collettiva, da sola, talvolta non riesce a far emergere. La vicenda diviene l’espressione di uno sconvolgimento esistenziale, in cui la riflessione si insinua per interrogare la condizione umana universale sulla violenza, sullo sradicamento e su una paura che, nelle sue conseguenze più estreme, paralizza ogni possibilità di azione.

Questa proiezione dell’interiorità si realizza attraverso un effetto di sdoppiamento continuo. Il lettore osserva il protagonista e, allo stesso tempo, sente che questi è osservato da una voce onnisciente, che sembra conoscerlo meglio di quanto lui conosca se stesso. È come se l’uomo si trovasse costantemente davanti a uno specchio in cui si riflettono non solo i tratti di un volto segnato dalla stanchezza, ma anche l’eco dei turbamenti più reconditi e inesprimibili che si agitano dentro di lui. Questa guida invisibile agisce come una coscienza esterna e dà voce a ciò che egli — quasi costretto a rifugiarsi in un isolamento difensivo — non riesce a esternare. Da questo dialogo unilaterale — in cui Bardhyl non risponde — emerge la sua tragica impotenza: egli possiede una sensibilità acuta, eppure resta del tutto incapace di agire o di decidere, ritrovandosi inerme di fronte a una realtà che lo sovrasta. A seconda della prospettiva, la sua interiorità diventa, a tratti, una prigione lucida in cui la facoltà di analisi non si rivela uno strumento di salvezza, bensì un fardello che acuisce il suo dolore: vedere, sentire, percepire tutto, senza poter cambiare le circostanze. Chi legge si trova così immerso in una narrazione che porta alla luce tanto la forza quanto la fragilità  che coesistono nell’animo umano.

Nel romanzo, il conflitto è privato di ogni retorica e ridefinisce la guerra come un evento totalizzante, un trauma collettivo che frantuma l’identità e la dignità dei singoli, superando i confini delle contrapposizioni ideologiche. L’autore compie un’operazione etica di grande rilievo, decidendo di mostrare l’umanità residua — o la sua assenza — sia nella popolazione kosovara albanese che in quella serba, evitando giudizi o categorizzazioni che dividano in modo netto lo scenario tra buoni e cattivi, vincitori e vinti. L’incontro ideale — o mancato — tra figure come il serbo Milutin e il fratello di Bardhyl, Selman, mostra che la guerra arriva a recidere persino i legami familiari e affettivi, estirpando i fondamenti della convivenza con una violenza che non ammette dialogo. Infatti, l’assenza di una reale comunicazione tra le parti dimostra che, quando la violenza cieca prende il sopravvento, avviene una spietata depersonalizzazione che impedisce di riconoscere l’uomo dietro il nemico. L’altro — colui che fino a ieri era un vicino di casa, un collega di lavoro o un amico d’infanzia — cessa improvvisamente di essere riconosciuto come un essere umano per diventare un’uniforme, un colore, una minaccia concreta o astratta. Nel romanzo, si assiste a questo cambiamento: i volti che prima erano amichevoli appaiono improvvisamente nei panni di carnefici o di spettatori impotenti. Questo capovolgimento delle identità solleva l’interrogativo che sembra percorrere l’intera narrazione: la guerra ha davvero corrotto l’animo dei personaggi, o si è limitata a strappare il fragile velo della pace illusoria, portando alla luce un abisso in cui la violenza chiama ancora altra violenza?

La lingua del romanzo mostra i segni precisi della metamorfosi dello scenario narrativo. Attraverso una scrittura profondamente evocativa, Olluri descrive questa trasformazione scegliendo termini come të uniformuarit («gli uomini in uniforme») e kapelëkaltrit («i berretti azzurri»): queste espressioni non identificano solo un gruppo, ma mostrano come, all’interno del tessuto testuale, l’identità individuale venga assorbita e annullata dai simboli del potere e della forza. Sotto quelle uniformi si muovono figure che il protagonista fatica a riconoscere nella loro umanità, siano essi combattenti serbi o albanesi che lui conosceva come semplici concittadini. Questa nitidezza descrittiva restituisce l’effetto dello spaesamento e di una “normalità” che, se esiste, si frantuma irrimediabilmente. La paura non è un concetto astratto, ma si incarna nella visione di un volto — che sia di una persona conosciuta o meno — che risponde ormai solo a irrazionali dinamiche di sopruso. In questo contesto, la famiglia — composta da Bardhyl, dalla moglie Valdete e dalla figlia Jeta — rappresenta un nucleo di ordinaria umanità che cerca di restare compatto mentre tutto intorno si disgrega. Sono tre esistenze estenuate, la cui unione resta l’unica certezza ancora intatta nel clima di guerra che pervade ogni cosa.

All’interno della fragile fortezza familiare, la figura della bambina, Jeta, assume una valenza simbolica fondamentale. Di fronte al trauma dei bombardamenti e degli spari notturni, la piccola vive in un’angoscia che l’infanzia non è in grado di processare. I genitori, in un atto di amore disperato, tentano di costruire intorno a lei una cornice, una visione del mondo filtrata: lasciano la loro realtà per salvarla dal terrore e, persino durante la fuga, il padre prova a mostrare il viaggio come qualcosa di piacevole, mentre all’esterno prevale la visione della crudeltà circostante. Si tratta, tuttavia, di un equilibrio precario, destinato a spezzarsi. Quando, sul treno, Jeta esprime il suo turbamento, la manifestazione della sua consapevolezza segna la rottura definitiva della bolla protettiva. Rivelando la verità, la bambina impone l’irruzione di quella realtà che non può più rimanere nascosta o parzializzata. La sua voce diventa così il segnale del limite tra l’ingenuità infantile e l’impatto con un destino tragico che lascia ferite indelebili.

L’immagine del treno e la prospettiva dell’infanzia sono due elementi che richiamano la genesi dell’opera: il romanzo espande la materia di un precedente racconto di Olluri, intitolato anch’esso Bartësi i shpirtrave të përzënë («Il portatore delle anime esiliate») e contenuto nella raccolta Kthimi i babait – Tregime (Parnas, Prishtinë, 2013), tradotta in italiano come La fiera dei sogni (Edizioni Ensemble, Roma, 2016). Il romanzo amplia questa cornice e conserva il nucleo emotivo, con differenze significative che rivelano l’evoluzione dell’intreccio originario. Nel racconto, la narrazione si sviluppa in prima persona dalla prospettiva di un bambino che fugge sul treno insieme alla famiglia e ad altri profughi; la città di partenza è chiaramente identificata come Prishtina e la tragedia si concentra sul rapimento del padre — un evento violento che lascia il protagonista tormentato da domande che non troveranno mai risposta. Nella versione del romanzo, invece, l’uso della seconda persona sembra dare inizialmente uno sguardo apparentemente distaccato, che si fa via via sempre più intimo con lo svolgersi della trama. Lo spazio urbano perde il nome specifico per diventare l’archetipo di ogni luogo colpito dalla guerra, elevando il dramma del Kosovo a una riflessione sulla condizione umana universale. Il tema del sequestro, vissuto concretamente nel racconto, diventa nel romanzo un incubo ricorrente: la paura di essere fermati e sequestrati alla stazione si fa proiezione dell’angoscia profonda che precede e accompagna il viaggio. In entrambi i casi, resta centrale il tema del distacco improvviso e violento dalla figura del padre, il taglio netto dell’avveramento del timore ossessivo del rapimento. In un attimo, la separazione — o la paura di essa — cancella ogni certezza e non lascia spazio né a spiegazioni né a parole di conforto; si apre così un vuoto che ferisce i ricordi e annulla ogni speranza per il futuro, costringendo chi resta a vivere bloccato nel punto di non ritorno.

Anche il treno offre un importante punto su cui riflettere: esso è il “portatore” che dà il titolo all’opera e che prefigura un trasferimento che non è solo materiale; se da un lato conduce anime — corpi stipati — verso un altrove geografico incerto, in una prospettiva più analitica, si fa carico di tutto ciò che dell’identità non può essere espulso: il “residuo” di ciò che è umano, di ciò che resta dell’esistenza e della coscienza della gente. Su quei vagoni la vita e la morte coesistono in una vicinanza che toglie il fiato. Uno dei momenti cruciali è la morte di un anziano, di un padre, che si spegne poco dopo l’inizio del viaggio. Questo episodio sembra suggerire che anche la fine sia parte del transito, del viaggio verso l’esilio. In questo scenario di annichilimento, tuttavia, l’autore inserisce un evento di segno opposto: all’arrivo, tra le tende dei profughi, il protagonista sente che da qualche parte sta avvenendo un parto. La nascita di una nuova creatura, proprio nel luogo del massimo sradicamento, rappresenta la resilienza biologica e spirituale della vita che persiste anche quando le anime sembrano ormai del tutto svuotate. È l’affermazione dell’esistenza che vuole manifestarsi, perfino quando la realtà sembra chiudere ogni orizzonte alla speranza. Il treno trasporta dunque anime esiliate, ma custodisce anche il seme di una possibile, seppur faticosa, rinascita.

L’esilio non riguarda, così, solo la perdita della casa o la migrazione forzata: esso ribalta ogni cosa, fino allo sradicamento dell’anima da ciò che le è proprio. I personaggi si sentono trascinati come ombre, come spiriti sviliti dalla forza degli eventi. La domanda che aleggia costantemente non è mai un interrogativo diretto e speranzoso come “Torneremo?”, ma assume la forma dell’incertezza rassegnata, un implicito “Chissà se torneremo”.

Ciò porta il singolo lettore a riflettere sulla propria posizione personale: grazie al potere evocativo delle parole, il romanzo permette di esperire una realtà forse lontana, ma comunque capace di trasformare la percezione di chi vi si accosta attraverso le pagine. La forza della letteratura sta nel proiettare il lettore nello stesso abisso della trama e dei personaggi. Il testo, infatti, non offre risposte su come reagire di fronte ad una simile inquietudine, ma chiede soltanto di non fuggire da essa.

La peculiarità artistica dell’opera di Olluri, quindi, sta proprio nel saper riprodurre e trasmettere, attraverso scelte linguistiche e stilistiche, sentimenti contrastanti in un’atmosfera di paura esistenziale. La sua prosa non cerca una parola definitiva, ma una risonanza emotiva che scuote dall’interno. Attraverso l’introspezione del suo Bardhyl, egli invita a una compassione profonda, alla partecipazione al dolore di un uomo-simbolo che assume su di sé tutto il peso di una tragedia che non conosce divisioni. In fondo, il romanzo valica i confini del Kosovo e diventa riflessione universale sulla dignità che sopravvive nel transito, in quell’interstizio spaventoso tra ciò che si era, ciò che si è e ciò che si sarà costretti a diventare, nel momento in cui, all’improvviso, la percezione del mondo si ritrova prigioniera di quella fitta filigrana scura che Bardhyl Dindari ha trovato fuori dalla sua finestra. È un invito a scorgere volti umani nelle ombre che passano e a riconoscere in ogni anima esiliata un frammento della stessa umanità ferita, che, nonostante tutto, è ancora viva e sempre rivolta al suo domani.

L'autore

Federica De Bastiani
Federica De Bastiani è una traduttrice letteraria. Si è laureata in Lingue e Letterature Moderne presso l’Università della Calabria, specializzandosi in albanese, inglese e tedesco. Si occupa di far conoscere il mondo letterario albanofono in Italia e, al tempo stesso, la realtà arbëreshe d’Italia nei Balcani. È membro dell’associazione Fili Meridiani, con cui collabora per la realizzazione di progetti culturali e di promozione territoriale. Ha vinto il premio per la traduzione “Jusuf Vrioni” e il premio “Martin Camaj” per l’impegno dedicato allo studio e alla traduzione di questo autore.