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Tradurre l’esilio: il Kosovo nel colore della memoria arbëreshe a Pallagorio

La prima edizione della “Settimana dei Murales Arbëreshë”, organizzata dall’associazione Fili Meridiani APS e ospitata a Pallagorio dal 3 al 9 giugno 2026, nasce per rafforzare i già profondi legami tra l’Arbëria calabrese e il Kosovo. Attraverso l’arte contemporanea, la memoria, la lingua e la tradizione, l’iniziativa ha rappresentato un importante spazio di dialogo e di incontro, con uno scambio di valori artistici e umani che ha preso vita grazie alla presenza della professoressa Lebibe Topalli — decana della Facoltà di Arti Applicate dell’Università di Ferizaj e direttrice di Mural Fest Kosova — e di quattro studenti dell’ateneo. Il loro lavoro ha dato vita a cinque splendidi murales dipinti sulle facciate di alcune case del paese, ispirati alle tradizioni e ai motivi condivisi tra Albania, Kosovo e mondo arbëresh. Le opere sono state concepite per essere patrimonio della comunità e hanno portato nuova energia in quest’area interna, aprendo una riflessione sull’identità comune e sul valore della cultura condivisa.

In particolare, tra i cinque capolavori, il mural realizzato dalla giovane artista Rema Salihu esprime un rapporto intimo fra arte e letteratura: l’opera nasce con il duplice intento di onorare la memoria dell’esodo vissuto durante la guerra in Kosovo e di rendere omaggio a Padre Elia (Sergio) Spezzano, sacerdote e poeta legato alla comunità di Pallagorio che, con la sua poesia “Ai morti di Pristina”, ha creato un ponte di fratellanza fra il popolo arbëresh e la comunità albanese kosovara.

A questa unione tra arte visiva e parola poetica si può accostare, come suo naturale ampliamento, l’eco del romanzo Bartësi i shpirtrave të përzënë («Il portatore delle anime esiliate») e dell’omonimo racconto contenuto nella raccolta Kthimi i babait – Tregime («La fiera dei sogni») dello scrittore Adil Olluri. Contemplando l’immagine, si può avvertire come la pittura materializzi un momento preciso della narrazione — quello drammatico dell’arrivo al confine — traducendo l’inchiostro in colore e trasformando la pagina scritta in tratti e linee dal forte impatto espressivo.

Il motivo centrale del mural è, infatti, la fuga. Visivamente, la scena è dominata dalla figura di una madre che stringe tra le braccia — forse — una bambina; di quest’ultima non si vede il volto, ma solo un cappuccio rivolto all’indietro, quasi a voler immortalare, a ogni passo, la terra che si sta lasciando alle spalle. Accanto compaiono altri due bambini, uno ritratto di spalle e uno di cui si vede solo parzialmente il viso, senza che si possa dire se appartengano alla scena principale o se siano frammenti di altre storie di dolore, sparsi come ricordi strappati alla memoria. Il punto focale di tutto il disegno è lo sguardo della donna rivolto all’ignoto, verso un orizzonte — impossibile da identificare — che racchiude tutto il suo mistero. La fronte indurita sembra portare il grave peso dell’anima e del corpo, in sospensione tra vita e morte.

Sullo sfondo, alcune figure di donne anziane compaiono, anch’esse, visibili di spalle, come se si trovassero all’interno di un campo profughi a contemplare i panni stesi, come se guardassero le loro fragili certezze appese al debole filo della vita. Analizzando quindi la posizione delle figure, emerge un dettaglio significativo: l’unica a mostrare il volto per intero è la madre, mentre delle altre figure si scorgono appena i profili, le spalle o la schiena.

Una lettura diversa, tuttavia, consente al dipinto di superare persino i confini del proprio contesto d’origine: sebbene l’opera nasca come omaggio alla memoria del conflitto in Kosovo, la raffigurazione si apre a una dimensione universale, capace di rievocare anche una madre arbëreshe di quasi sei secoli prima, intrappolata nel medesimo dramma, nello scenario di fuga verso una meta che non si può distinguere, perché ancora ignota. Così, nell’impossibilità di avere una certezza assoluta, l’arte permette di porre una domanda che non avrà una risposta definitiva: lo sguardo di quella madre si è perso nel vuoto dell’esilio o sta seguendo l’orizzonte di una possibile speranza? Attorno a questo dilemma può spaziare ampiamente l’immaginazione del passante, nel dubbio se sia la figura a incrociare il suo sguardo, o se sia lui a volersi far catturare da quegli occhi, quasi a cercare una traiettoria che simboleggia l’assenza di un approdo finale e la tragicità della disperazione circostante.

Seguendo questo filo interpretativo, se la donna dipinta fosse un personaggio di Olluri — come la madre nel racconto o la stessa Valdete nel romanzo —, si darebbe corpo al momento più aperto della narrazione: quello in cui la prospettiva spaziale resta talmente ampia e, al tempo stesso, vaga da sembrare, in tutti i sensi, un salto nel vuoto. Potrebbe trattarsi del punto in cui, con il rapimento in sogno di Bardhyl da parte delle guardie, la moglie Valdete resta sola con la figlia Jeta. A quel punto, diventerebbe impossibile dare voce a laceranti interrogativi come: “Dov’è tuo marito?”, “Dov’è Bardhyl?”. Nel romanzo, persino il narratore in seconda persona — nonostante la sua onniscienza — dovrebbe rinunciare a chiedere direttamente: “Bardhyl, dove sei?”; sebbene egli conosca ogni dettaglio, il luogo del sequestro sarebbe un non-dove minacciato dall’oppressione di uomini senz’anima, che, insieme agli ostaggi, avrebbero fatto sparire anche quell’inaccessibile punto segreto e nascosto dove solo il lettore riesce ad entrare attraverso lo spiraglio della pagina. Quel misterioso spazio diventa un vuoto in cui il dubbio su dove effettivamente si trovi il personaggio “mancante” — e se egli sia ancora nel mondo — rimarrebbe sordo e irrisolvibile. Se nel romanzo, tuttavia, questa violenta separazione non va oltre la dimensione dell’inconscio, nel racconto essa si fa cruda realtà narrativa. La tragicità dell’esilio emerge così nelle due facce del medesimo dramma: se nella prima opera l’attraversamento del confine avviene con il padre, nella seconda si compie senza di lui. Nell’insieme, la figura della donna si rivela il vero cardine di questo dialogo intertestuale, a prescindere dalla presenza o meno di una figura maschile:

«Vedevi il confine che ti aspettava. Non era più lontano di cento metri… Con la mano sinistra tenevi la bambina, mentre con la destra, la valigia stracolma. Anche Valdete era altrettanto carica e camminavate con una lentezza insopportabile per le guardie della linea di separazione tra i due Paesi. Vicino al confine, i tuoi occhi incontrarono anche altre persone… Vedevi anziani e anziane, giovani uomini e giovani donne, bambini che piangevano, ordinati in una lunga fila…».[1]

Nel racconto, invece, la voce narrante del figlio descrive lo scenario desolato che ha davanti, avvertendo il vuoto dell’assenza del padre che, fino a poche ore prima, oltre a quello della famiglia, sosteneva anche l’ingombrante carico delle valigie: è come se quell’insostenibile peso, fisico e interiore, debba per forza ricadere con violenza su qualcuno, investendo la figura della madre che si ritrova a trascinare da sola il destino che le si prospetta:

«Io e mia madre, trascinando le valigie che solo due ore prim[a] portava mio padre, scendemmo in quella valle dove la pioggia da una parte e le nostre lacrime dall’altra l’avevano così tanto bagnat[a] da trasformarla in un luogo dove il freddo spazzava via ogni speranza che calpestava quel suolo. […] In questo luogo desolato, non si vedeva altro al di fuori di gente stremata e ferita nell’anima. Vedevo bambini che piangevano, uomini correre dietro il pane e le coperte di nylon, donne e giovani ragazze dalla luce spenta e anche anziani che giuravano di non avere mai vissuto prima una guerra simile».[2]

Il mural evoca così la suggestione del medesimo attraversamento. Sulla parete, la madre appare colta nell’atto di portare via con sé i figli per il loro stesso bene: un gesto protettivo e determinato che fa violenza persino alla sua stessa volontà, nell’intima sofferenza di chi non sa né dove andare né se quell’ipotetico luogo sarà sicuro. Questo intenso moto emotivo prende forma nella tensione della fronte e degli occhi: è uno sguardo fisso che concentra in sé la fatica del cammino verso una salvezza che non è assenza di pericolo, ma tentativo estremo di scampare alla morte:

«A mezzogiorno prendesti la bambina per mano e vi avviaste verso gli autobus. Non voleva partire in nessun modo. Aveva paura di un nuovo viaggio… La piccola non si convinse finché Valdete la trascinò con una tale violenza e una tale forza — cosa che non aveva mai fatto prima — malgrado il suo incessante pianto. Saliste su un autobus azzurro…».[3]

La medesima dinamica si ripresenta nella memoria del protagonista del racconto:

«Arrivò un giorno in cui mia madre mi afferrò per la mano e mi disse che dovevamo partire per un altro posto ancora. Non voleva affatto lasciare quel posto. Dovevo aspettare il treno di mio padre, ma lei mi trascinò così forte e con una rabbia che non aveva mai avuto prima, e di fronte al mio pianto continuo, mi fece salire su un autobus azzurro […]. Non sapevo dove ci avrebbe condotto. Forse verso una nuova valle».[4]

Tale ferita profonda trova una voce spirituale e un ponte di fratellanza nel componimento di Padre Elia (Sergio) Spezzano. Se da un lato la poesia rappresenta l’omaggio del religioso alle vittime del Kosovo, dall’altro il mural si fa omaggio alla sua stessa memoria, imprimendo i suoi versi in bianco su uno sfondo blu pacificante. Come sottolinea Fabrizio Centofanti nella prefazione alla raccolta Croci del Sud, la poesia di Spezzano è una «bellezza che si incammina» incontro alle sofferenze umane, capace di dare voce agli oppressi.[5]

Le parole tratte da “Ai morti di Pristina” creano una simbiosi con i colori del disegno e intendono infondere uno stato d’animo opposto a quello della ferita lasciata dalla guerra. Se il conflitto evoca l’immagine cupa di chi ha «dipinto / Di nero i muri della […] / Coscienza…»,[6] la risposta dell’arte supera il buio della violenza. In questo punto, il motivo della fuga e del distacco si traspone da una forma all’altra: il confine geografico dei testi di Olluri si proietta nel limite verticale del muro, mentre il grave peso dell’esilio si trasforma in espressione visiva, manifestandosi nei lineamenti marcati della madre e nell’ampiezza delle braccia che proteggono la sua creatura indifesa. Questa dinamica del dolore viene però vinta dai versi di speranza di padre Spezzano, che trovano corrispondenza nel linguaggio non verbale e nelle tonalità dei colori scelti. Nella predominanza di tinte calde come il rosa e il rosso, poste in contrasto con il blu e il bianco, emerge la voce di una generazione di artisti nati pochi anni dopo la fine del conflitto, che custodisce la memoria storica come una preziosa lezione da non dimenticare.

Anche la scelta dello spazio concorre a valorizzare il messaggio: il mural è stato realizzato in un angolo appartato, racchiuso e protetto dall’abbraccio delle case circostanti, che trasforma lo spiazzo in un luogo di raccoglimento a cielo aperto. Questo dialogo ricorda il valore dell’arte negli spazi comunitari come occasione di riflessione profonda. Nonostante i tratti della madre restino segnati dal dolore e dalla gravità inesprimibile, la pittura e la parola sembrano convergere verso lo stesso riscatto. Tra la tessitura dei versi e l’accordo dei colori si compie una corrispondenza profonda: entrambi i linguaggi si richiamano a vicenda come segni speculari di speranza.

Esattamente come nella scrittura di Olluri, anche la lirica di Padre Spezzano si rivela priva dei sentimenti di odio che uccidono l’uomo da dentro, per andare completamente verso una prospettiva di rinascita: «Amore mio?… / Eppure io so che verranno / Nuovamente i giorni in cui / Tenderemo le nostre povere mani / Ad afferrare la vita / Ed il suo essere».[7]

La scena lascia aperto il finale della narrazione, così come l’immagine impressa sul muro spalanca la prospettiva sull’orizzonte. In nessuno di questi linguaggi espressivi — pittura, prosa o poesia — si può porre l’ultima parola e la scelta è intenzionale: lasciare all’immaginazione lo spazio per andare oltre, persino nell’estrema tragicità dell’esistenza umana.

La forza più autentica di queste opere risiede, pertanto, nella loro capacità di attivare quel moltiplicatore semantico che è proprio dell’arte: superare la propria natura, uscire dalla trama e sconfinare dal segno. Si offre così a chi osserva la possibilità di leggere l’opera dal proprio mondo interiore. In fondo, l’arricchimento che unisce l’arte visiva e quella della parola nasce proprio dal loro dialogo profondo, capace di generare significati unici e sempre nuovi. Attraverso tali connessioni l’animo umano impara a conoscersi, mantenendo sempre aperta una finestra verso nuovi incontri: questa è forse l’espressione più sublime della meraviglia interiore che abita l’uomo, capace di resistere anche quando il dramma non sembrerebbe lasciare spazio ad alcuna aspettativa.

Come dimostra l’opera complessiva realizzata dall’artista di Mural Fest Kosova, il messaggio è in grado di ribaltare la percezione dei rigidi confini della tragedia: si attende un giorno nuovo, una nuova pagina da scrivere, che sia su un foglio di carta o su un muro a cielo aperto. E quando pioverà, gocce simili a vere lacrime bagneranno i volti turbati del dipinto; quando tornerà il sole, i colori illumineranno allora i versi di attesa e di speranza, pronti a tendere le braccia verso un nuovo arcobaleno di fratellanza.

 

Bibliografia:

Olluri, Adil (2016): Il portatore delle anime esiliate. In: La fiera dei sogni. Roma: Edizioni Ensemble, Èchos, pp. 26-32.

Olluri, Adil (2020): Bartësi i spirtrave të përzënë. Roman. Tirana: Onufri.

Spezzano, Padre Elia (2020): Croci del Sud. Poesia. Pasturana: Puntoacapo Editrice, Collezione Letteraria.

[1] Olluri, 2020, 111 (traduzione propria).

[2] Olluri, 2016, 29-31.

[3] Olluri, 2020, 132 (traduzione propria).

[4] Olluri, 2016, 32.

[5] Cfr. Fabrizio Centofanti in: Spezzano, 2020, 7.

[6] Spezzano, 2020, 62.

[7] Spezzano, 2020, 62.

L'autore

Federica De Bastiani
Federica De Bastiani è una traduttrice letteraria. Si è laureata in Lingue e Letterature Moderne presso l’Università della Calabria, specializzandosi in albanese, inglese e tedesco. Si occupa di far conoscere il mondo letterario albanofono in Italia e, al tempo stesso, la realtà arbëreshe d’Italia nei Balcani. È membro dell’associazione Fili Meridiani, con cui collabora per la realizzazione di progetti culturali e di promozione territoriale. Ha vinto il premio per la traduzione “Jusuf Vrioni” e il premio “Martin Camaj” per l’impegno dedicato allo studio e alla traduzione di questo autore.