[Si ringrazia il Prof. Marco Gatto per i preziosi insegnamenti generosamente trasmessi nei suoi corsi universitari presso l’Università della Calabria]
Introduzione
La migrazione italiana in America è una pagina di storia densa di speranze, ferite e lacerazioni legate a un’identità in costante mutamento. In ambito letterario, è di grande interesse osservare come gli scrittori abbiano dato voce a esistenze che altrimenti sarebbero cadute nell’oblio: si tratta di vicende segnate dalla fame e dalla povertà, spesso vissute in un contesto di ignoranza, indifferenza e rimozione. Nel cercare il proprio destino in terra straniera, i migranti italiani hanno arricchito il tessuto di una società già variegata, vero e proprio mosaico di diverse culture ed etnie.
L’obiettivo di questa analisi è esaminare, attraverso precise testimonianze letterarie, il vissuto degli italo-americani; in particolare, si intende approfondire il contesto sociale delle figure femminili, il loro ruolo nella comunità, i traguardi raggiunti e i passi compiuti lungo il difficile cammino dell’emancipazione.
Prendendo come base il principio che Edward Said definisce “Orientalismo”, si intendono presentare alcune considerazioni sui ruoli dei personaggi all’interno della rappresentazione letteraria. L’orientalismo è inteso come «un modo di mettersi in relazione con l’Oriente basato sul posto speciale che questo occupa nell’esperienza europea occidentale. L’Oriente non è solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche, ricche, estese colonie europee, è la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso. E ancora, l’Oriente ha contribuito, per contrapposizione, a definire l’immagine, l’idea, la personalità e l’esperienza dell’Europa (o dell’Occidente)».[1]
Il presente saggio si propone di analizzare i punti di vista nei testi letterari in cui tale fenomeno si presenta, indipendentemente dal fatto che gli autori abbiano alimentato tali costrutti consapevolmente o meno. L’idea del diverso e la costruzione di stereotipi culturali fondati sulla contrapposizione ci portano a osservare il mondo attraverso confronti e dualità, come argomenta Edward Said: «Il rapporto tra Oriente e Occidente è una questione di potere, di dominio, di varie e complesse forme di egemonia […]».[2]
Come si vedrà, gli elementi di paragone non si trovano in rapporto egualitario fra loro, ma gerarchicamente disposti in un contesto caratterizzato da «generalizzazioni»[3] di ogni sorta. Un ulteriore concetto risulta fondamentale per comprendere al meglio il discorso che qui si intende esporre: «[…] Si può dire che la principale componente della cultura europea è proprio ciò che ha reso egemone tale cultura sia nel proprio continente sia negli altri: l’idea dell’identità europea radicata in una superiorità rispetto agli altri popoli e alle altre culture. A ciò si aggiunge l’egemonia delle idee europee sull’Oriente ove è ribadita la superiorità europea sull’immobile tradizionalismo orientale».[4] Dunque, se l’Oriente diventa sinonimo di “diverso”, di “qualcosa che non appartiene al gruppo sociale più numeroso”, allora si può comprendere che una comunità di immigrati in un paese straniero avrà un’alta probabilità di subire l’orientalizzazione e i pregiudizi dettati da luoghi comuni e categorizzazioni. Questi principi vengono applicati al panorama letterario italo-americano, contestualizzato come segue da Francesco Durante: «Con l’esigenza di raccontare un mondo che per buona parte del pubblico americano rimane “esotico”, e che per la critica ufficiale si trova ancora in una posizione assolutamente vicaria rispetto alla letteratura mainstream, la narrativa italoamericana degli anni Trenta […] trova nella materia autobiografica familiare, e cioè nel cuore della condizione immigrata, la sua principale sorgente di ispirazione».[5]
Nell’ordine in cui verrà esposto il discorso sull’alterità al femminile, Annunziata rappresenta la prima figura oggetto di analisi, poiché è il simbolo della donna italo-americana stereotipata e intesa in senso tradizionale. Questo personaggio compare in due romanzi di Pietro Di Donato: “Cristo fra i muratori” e “Tre cerchi di luce”. Poiché la voce narrante è quella del figlio Paolino, emerge la necessità di comprendere se la rappresentazione della figura materna sia di parte e, inevitabilmente, soggettiva. Il percorso analitico muove dal confronto tra Annunziata e il marito Geremia, figura che incarna un iniziale rapporto di forza e dominazione. Successivamente, l’indagine si sposta sull’opposizione con la donna americana, Delia Dunn, che nella vicenda assume il ruolo di amante e antagonista. È proprio nella relazione extraconiugale tra quest’ultima e Geremia che l’orientalizzazione si manifesta chiaramente: qui le asimmetrie di potere si ribaltano e la figura femminile esercita un’influenza predominante in virtù di uno status sociale più elevato.
Successivamente si vedrà come determinati tratti fisici e vicissitudini portino la comunità italo-americana a orientalizzare la figura di Stella, detta “l’Africana”, degradandola a simbolo di inferiorità. In questa prospettiva, tesa tra valenze positive e negative, coppie polari come superiorità e inferiorità, approvazione e rifiuto, dignità e vergogna si rivelano le dualità chiave che regolano la rappresentazione della realtà. Proprio all’interno di questo sistema di contrapposizioni, e in particolare nella polarità fra sottomissione ed emancipazione, si analizzerà lo sviluppo del ruolo femminile in figure quali Umbertina, nell’omonimo romanzo di Helen Barolini, e Lucy, nel film “Nuovomondo” di Emanuele Crialese.
Umbertina ribalta i ruoli della relazione coniugale, diventando la forza trainante della casa e ottenendo la propria rivalsa grazie al successo economico e alla prosperità familiare. Lucy, infine, suggella questo percorso come emblema di innovazione e coraggio, compiendo un atto quasi rivoluzionario per il suo tempo: sposando un immigrato italiano, accoglie e fa propria l’alterità. La donna inglese rinuncia alla posizione di vantaggio iniziale e decide di far parte di una ristretta realtà di estrazione italiana, ribaltando così i rapporti di forza e assumendo tutti i rischi di questo nuovo assetto, in cui si ritrova comunque in minoranza. L’obiettivo, dunque, è analizzare queste figure in rapporto complementare e di reciproco contrasto, nonché in relazione alle controparti maschili; queste ultime appaiono investite di una certa superiorità, riconosciuta loro da una società radicata nei suoi retaggi, nonostante gli sforzi di emancipazione di cui le protagoniste si fanno portatrici.
Annunziata: famiglia, appartenenza e sottomissione nella comunità italo-americana in “Cristo fra i muratori”
Annunziata è un personaggio che incarna lo stereotipo della donna italo-americana. Pietro Di Donato racchiude in lei i valori di lealtà, religiosità, fedeltà, fecondità, modestia, pudicizia e ingenuità. Questa figura femminile si muove fra tradizione e sottomissione, tratti che confluiscono in più ampie generalizzazioni sulla donna italiana del primo Novecento. Presente in ben due romanzi, ella assume un ruolo secondario e passivo, cedendo la scena ai personaggi maschili del suo mondo: il figlio Paolino — vero protagonista che compie un percorso “coscienziale” di maturazione e di consapevolezza identitaria — e il marito Geremia, intorno alla cui assenza ruota tutta la narrazione. Annunziata somiglia alle altre donne del medesimo contesto sociale, descritte dall’autore con ricchezza di dettagli inerenti al corpo e alla fisicità; tali figure appaiono simili fra loro e quasi indistinguibili se osservate da una certa distanza: «[…] donne dai fianchi tondi e dai seni pesanti […]».[6] Considerando le descrizioni fisiche, le donne sono immediatamente identificate da questi due elementi: il seno e il grembo. È proprio Geremia all’inizio del romanzo “Cristo fra i muratori” a dare un’immagine precisa dell’assetto familiare della comunità italo-americana, porzione della più ampia società americana, in cui egli rappresenta l’uomo virile, lavoratore e capofamiglia immigrato: «Ah, casa mia bella, dove mi aspettano la mia donna e i miei figli. Casa, dove la schiena smetterà di farmi male. Casa, dove fra le voci dei miei piccoletti sprofonderò in un sonno benedetto, con i piedi sulla sedia e la testa sul morbido seno di mia moglie».[7] Simbolo della casa, la donna si pone in complementarità con essa, rappresentandola in forma vivente; il marito, stanco dal lavoro e orgoglioso di aver compiuto il proprio dovere — anche come espletamento della propria virilità — trova ad aspettarlo figure graziosamente indifese che costituiscono il suo universo più intimo. La moglie diventa un’allegoria della dimora, un luogo di rifugio, di riposo e di rigenerazione.
La sua morbida immagine, ridotta, senza secondi fini, a oggetto parziale, si contrappone, per esigenze narrative, alla dura immagine del lavoro. Il job, personificato nella mostruosità di una creatura ingorda che si nutre di energie e di miserabili esistenze umane, finisce per distruggere il microcosmo familiare, fatto di individui anonimi che non vivono mai come singoli, in quanto membri asserviti di una comunità di immigrati che vive e muore per lavorare: «Gli uomini sono incalzati senza tregua perché devono vivere, e alla perdita del lavoro preferiscono gli infortuni, persino la morte. Lavorare e morire».[8] Prima di essere vittima nel cantiere in cui è capomastro, Geremia descrive il suo posto nella macchina sociale, sia dal punto di vista interno di uomo perno del nucleo familiare, sia da quello esterno di immigrato che si scontra con l’indifferenza della società, contesto nel quale opera come numero e come ombra: «Ma che uomo sono, se non riesco a nutrire la mia famiglia con le mie mani?»;[9] «Sarà possibile respirare l’aria del buon Dio senza temere lo spettro della disoccupazione e del lavoro non tuo, fatto in nome di un padrone e di un job? Ribellarsi è perdere tutto quel pochissimo che si ha. Rassegnarsi alle umiliazioni è soffocare. Guidami tu, Dio mio!».[10] Geremia esprime la condizione degli uomini che condividono la medesima sorte. Mosso dal senso del dovere, la figura maschile non appartiene solo al nido familiare, ma viene strappato ad esso dal lavoro, che su di lui ha un diritto di vita o di morte. La donna rappresentata da Annunziata, invece, è una figura apparentemente statica, eppure capace di trasformarsi nel corso della narrazione, se non altro per le continue gravidanze che danno vita a generazioni di futuri muratori. «Annunziata sedeva con le mani in grembo»,[11] si legge in un passaggio che ne restituisce il più fedele ritratto; poi ancora: «Ma Annunziata non si mosse. Immobile nel suo corpo gravido, la vedova teneva fissi gli occhi vitrei».[12] La morte di Geremia sembra fermare il corso delle cose; l’atmosfera della casa, che fino ad allora era stata povera ma accogliente, diventa fredda e spettrale. L’immagine della vedova si cristallizza nell’incapacità di agire e nella perdita di ogni stimolo vitale; fino ad allora il marito era stato il destinatario principale delle sue azioni, la ragione stessa della sua esistenza nel ruolo di moglie: «Annunziata si dondolava sulla sedia, fuori dal tempo e dallo spazio».[13]
L’esistenza diventa sopravvivenza passiva. La vedova si ritrova a dover sostenere l’intero nucleo domestico, un carico che in precedenza gravava quasi interamente sulla controparte maschile. Attraverso un meccanismo di contrapposizione, emerge come l’uomo garantisca la forza attiva mediante il lavoro e il sostentamento economico, mentre la donna nutre la famiglia dall’interno, avendone cura e dando esempio di un’incommensurabile forza interiore. Annunziata è ben ferma nel suo proposito di onorare il marito defunto assolvendo il suo compito ormai totalmente “materno”. Tuttavia, pur affermando con determinazione la propria posizione, non riesce mai ad agire all’esterno: «Ma stanotte devo trovare le forze per andare avanti, per guidare i passi dei nostri figli al sicuro nel mondo; per loro ho deciso di vivere e soffrire fino al giorno in cui tu ed io saremo di nuovo insieme».[14] Così, la donna antepone la propria rassegnazione al dolore e affronta con dignità la sorte tragica che le è toccata. La sua attitudine è mossa dall’impulso di sacrificarsi fino al completo annullamento di sé, ma nulla cambia in ambito pratico: quando Paolino, suo figlio maggiore, inizia a lavorare occupando il posto del padre, lei rimane ad aspettarlo alla finestra in un’attesa passiva, affidando le sue preghiere a Dio. A un livello più profondo, il dramma di Annunziata è l’incapacità di condurre un’esistenza centrata su di sé come perno, trovandosi invece costretta a sostenere unicamente i figli ancora dipendenti da lei e a portare, insieme all’abbigliamento nero, l’etichetta indelebile di vedova: «Vestita da capo a piedi di un nero spento, Annunziata camminava con semplice nobiltà e con risolutezza da vedova».[15] Sebbene si affidi ciecamente a un Dio ereditato dalla tradizione, in lei alberga la dolorosa convinzione di non meritare di vivere. Come si è già detto, Annunziata è dipendente da Geremia e vive in funzione della sua approvazione, a tal punto da sminuire persino la maternità: «Perché sono in vita, perché dono la vita, se Geremia non è qui a tenermi la mano…?».[16] Di fronte alla presa di posizione di Paolino che diventa l’uomo di casa, Annunziata assume nuovamente un ruolo passivo e lascia implodere le sue emozioni: «E un dolore disperato travolse il suo corpo di moglie».[17] In qualità di «donna del Muratore»,[18] ormai spodestata dal ruolo di consorte, ella è fuori posto, poiché manca colui che rappresenta il suo «tutto».[19] Incapace di riconoscere il proprio valore individuale, Annunziata è tormentata dal senso di colpa e cerca una ragione per giustificare la punizione che la vita le ha inflitto. La donna sente di dover assumere la colpa dell’accaduto, anche se l’incidente è avvenuto per cause indipendenti dal suo controllo: «Verso l’alba Annunziata si addormentò domandandosi quale fosse la sua colpa. Sei nata nel peccato, le rispondevano i muri e l’oscurità e l’aria e la paura».[20] Vittima di se stessa, dell’ignoranza e della superstizione, ella non esce mai dai limiti imposti dalle convenzioni sociali, poiché teme la rottura della tradizione e la punizione di un Dio vicino, eppure severo e autoritario. Il senso di colpa è acuito dal sacrificio di Paolino, troppo giovane per lavorare e indotto, in tal modo, a compromettere la propria salute fisica e mentale. In preda a un profondo dolore misto a impotenza, la madre continua a reprimere la propria sofferenza: «Potessi aiutarti a portare la croce del job. Per lui avrebbe sorretto il mondo. Avrebbe voluto dirgli che soffriva con lui».[21] L’istinto materno la spinge a proteggere il figlio, ma senza successo, poiché succube di una mentalità e di condizionamenti imposti dalla società, secondo i quali deve essere un uomo ad affrontare in prima persona le insidie del mondo esterno. Quando, tuttavia, Paolino rinnega l’esistenza di Dio e spezza il crocifisso, la madre non riesce a tollerarlo e, con uno scatto d’ira violenta, si scaglia contro di lui, facendo esplodere le sue emozioni represse. L’episodio è significativo, poiché è chiaro che, nella sua concezione, il timore di Dio orienta in modo assoluto anche l’amore viscerale per la prole. L’unico limite alla devozione per la famiglia è la fede in Dio, cui Annunziata si affida sul letto di morte — senza tuttavia scorgervi alcuna valenza salvifica né l’impulso interiore necessario a superare la tragedia.
Annunziata, Delia e Stella “l’africana”: orientalizzazione dei personaggi femminili in “Tre cerchi di luce”
Nel romanzo “Tre cerchi di luce”, Paolino offre una vivace panoramica della comunità italo-americana, rivisitando le vicende della propria famiglia e i sorprendenti retroscena che precedono il tragico incidente mortale del padre sul cantiere. Rispetto a “Cristo fra i muratori”, cambia lo scenario in cui si svolge la storia: Paolino ricorda il passato da un punto di vista maturo e consapevole. Il padre, che qui porta il nome nella variante Geremio, appare come un uomo profondamente diverso. Già dalle prime pagine vengono evidenziate le sue infedeltà e, nello specifico, la relazione extraconiugale con Delia Dunn, divenuta di dominio pubblico per la noncuranza e la sfrontatezza della coppia. Schiacciati dal peso della vergogna, Annunziata, Paolino e gli altri familiari conducono un’esistenza ai margini, attenti a non varcare la linea che li separa dall’idillio dell’uomo con l’amante americana. I figli e la moglie osservano il capofamiglia mentre idealizza la propria esistenza grandiosa, nelle proiezioni di fama, riconoscimento sociale e riscatto identitario, spezzate poi dalla sua morte precoce. Si è già detto che l’uomo della comunità italo-americana è l’eroe che torna a casa dopo una giornata di fatica ardua e rischiosa, e che proprio per questo è visto con un senso di onnipotenza ed elevazione. Nell’affermazione di Annunziata «La mamma gridò, rivolta alle donne: “I nostri uomini tiran su muri alti così per guadagnarsi un tozzo di pane e un bicchiere di vino, e noi a casa viviamo all’ombra della loro morte e tutt’i giorni ci chiediamo: “Tornerà vivo mio marito, stasera?»[22] è riassunto il punto di vista che si ritrova all’interno di “Cristo fra i muratori” e in cui lei appare come una donna fragile e devota. Il marito è messo in risalto anche dal suo atteggiamento remissivo. L’insicurezza e il senso di inferiorità diventano conferme per l’uomo che, proprio per il forte ruolo che esercita, non viene mai contraddetto, anzi rimane indifferente di fronte alla sofferenza generata dalle sue azioni. Nella sua dimensione soggettiva, la prospettiva con cui Paolino racconta la storia familiare non è affatto romantica, ma mira a svelarne gradualmente i punti deboli. Mentre all’esterno il padre continua a essere oggetto di ammirazione e timore, non c’è nulla di straordinario nel racconto secco e telegrafico delle ragioni che lo hanno spinto a emigrare: «Aveva appena diciott’anni, e la mamma diciassette, quando si era sposato, a Vasto. Chiamato sotto le armi, piuttosto che vestir la divisa del regio esercito aveva preferito fuggirsene in America. Sistematosi in casa di Sebastiano, più tardi aveva fatto venire anche la mamma».[23] La moglie è descritta come parte del piano di vita individuale dell’uomo. Il senso di grandiosità di Geremio, alimentato dalla sottomissione della moglie, trova un’avvincente alternativa nella relazione con Delia. Conquistare la donna americana, socialmente più elevata, rappresenta una sfida tra integrazione, riscatto dal senso di inferiorità e affermazione dell’ego: «Al tempo in cui la mamma era incinta di me, il babbo aveva ventuno anni. Stava lavorando alla costruzione d’un edificio dietro la casa di Delia Dunn. […] La donna, affacciata alla finestra, l’aveva scorto e gli aveva sorriso. Compiaciuto dall’ammirazione che le traspariva dagli occhi, il babbo le aveva risposto ed […] era salito da lei».[24] Attraverso la dinamica del confronto tra opposti, Delia diventa l’antagonista di Annunziata. Tale opposizione è individuabile anche nel rapporto della stessa Delia con Geremio; quest’ultimo, infatti, si trova in posizione di inferiorità e viene indotto a lasciarsi volentieri orientalizzare dalla sua amante, pronta a dispensargli approvazione ed elogi. Nel testo è a sua volta riportata la visione orientalistica degli immigrati, manifestazione di una mentalità intrisa di luoghi comuni: «Per la mia gente, se un paesano metteva le corna al marito di un’americana non si trattava che di un’impresa quasi sportiva e d’un motivo di ilarità. Siccome consideravano ogni americano un barbaro, ritenevano che le corna fossero un ornamento quanto mai adatto. Invece la cosa più tremenda e più pericolosa che un paesano potesse fare a un altro paesano era appunto d’incoronarlo con un paio di corna».[25]
L’intento di offrire, tuttavia, un punto di vista privo di psicologismi non può ignorare meccanismi inconsci chiaramente rintracciabili nel testo. Delia orientalizza Geremio, attribuendogli il nome “Jerry Philips”[26] al fine di accelerare il processo di assimilazione all’identità americana. Dalla sua prospettiva, la ricca donna americana, dominante e trasgressiva, rende pubblica la relazione con una scioltezza che seduce Geremio, proprio perché ciò sarebbe impensabile nella comunità a cui lui appartiene. Tale dinamica fa emergere il senso di inferiorità dell’immigrato, costretto a operare un meccanismo di rimozione della propria identità, di cui si vergogna e dalla quale non può liberarsi. È Paolino a narrare lucidamente questo aspetto, spiegando come il padre, «subendo il fascino della sua grazia di bionda e dell’imperio ch’esercitava sul marito»,[27] abbia cercato di diventare parte di un mondo che, in realtà, lo respingeva perché diverso. Bisogna osservare che «Di Donato insegna che non basta all’immigrato essere parte di un “sistema” per vedersi aprire le porte del sogno americano, divenuto peraltro un incubo americano, dal quale, anzi, egli rischia continuamente di essere escluso».[28] La ripetizione di alcuni dettagli descrittivi, quali i capelli biondi, è un altro segno di orientalizzazione, poiché pone l’enfasi su elementi “esotici” meno comuni rispetto ai tratti somatici predominanti nella comunità italiana. Paolino offre un ritratto nitido e privo del carattere erotico percepito dal padre, ma incorre comunque in una visione orientalistica: «La comare Delia era una donna dall’aspetto matronale, che incuteva soggezione con la sua aria imperiosa e protettiva. Alta, col corpo voluttuoso, aveva folti capelli biondi, gli occhi verdi, il bel viso pieno e morbido, e parlava con la piacevole cadenza strascicata del Sud».[29] Delia è emancipata, dal momento che riesce ad esprimere il suo punto di vista con assertività e senza i condizionamenti che lo impedirebbero invece ad Annunziata: «Quando proverò il desiderio di rivederti, udrai il mio richiamo: “Jerry, ti voglio”, e tu sarai il mio Jerry, il mio amore, il mio amante diletto».[30] Quest’ultima attua una riduzione volontaria di Geremio, relegandolo al ruolo di amante e interprete, nonché limitando la sua presenza alla sola dimensione trasgressiva della propria vita. In quanto agente dominante nella coppia, alla figura femminile viene riconosciuto il diritto di avere l’ultima parola e di disporre dell’altro nel modo e nel tempo che ritiene più opportuni. Si noti che in “Cristo fra i muratori” l’antagonista è assente, se non fosse per un rimando astratto che Annunziata riceve con indifferenza, poiché privo di evidenza: «E quando, per stuzzicare Annunziata accennava a un appuntamento misterioso con una “bella biondina… una pollastrella americana dai capelli d’oro” e l’altra, imbronciata gli rispondeva: “Fai pure, sai tanto a me che me ne importa. E che Dio ti benedica!».[31] È bene notare, del resto, che Delia non intende lasciare il proprio coniuge per sposare Geremio e costruire con lui un nucleo familiare. Sebbene la relazione sia resa irrimediabilmente evidente dalla nascita del piccolo Jerry, la donna non considera un problema la questione della paternità del bambino. Il consorte Sam lo riconoscerà come suo, garantendo la continuità dell’equilibrio già stabilito. In questo senso, l’immigrato italiano non riesce a ottenere una rivalutazione come potenziale partner per la donna americana, che continua a imporre la propria posizione di superiorità. Dall’altra parte, Annunziata viene addirittura ignorata: «La mamma stava seduta su un mucchio di mattoni dietro di me; era incinta e sorrideva, con le mani incrociate in grembo. In piedi accanto a lei, in atto di accostare un bicchier di vino alle labbra della comare Delia, c’era il babbo, con l’abito blu a un petto, solino, cravatta e cappello di feltro, con un sigaro avana in bocca, sorridente».[32] Quando Annunziata prova a stuzzicare il marito proponendogli di avere dei rapporti sessuali con un’altra donna finché lei non si fosse ripresa, lui la denigra e la svergogna: «Moglie mia, t’ho sempre considerata una “santa” Annunziata, e adesso mi stuzzichi con queste storie».[33] Questo trattamento non potrebbe essere riservato alla ricca amante americana, che, al contrario, gode di una posizione profondamente privilegiata. Annunziata subisce l’infedeltà del marito, vedendosi poi relegata a una posizione di inferiorità e vergogna dallo sguardo delle comari; queste ultime, etichettandola come «schiava», trasformano la sua condizione in una questione morale e identitaria:
La verità, che tutti sanno da un pezzo, la gridano ormai dai tetti: Geremio, che insulta apertamente la famiglia, senza vergogna e senza rimorso cristiano, è pubblico peccatore in mezzo a noi e non si cura né di Dio né della moglie né dei figli. La comare americana, quella Delia Dunn, è stata la sua ganza per tutti questi lunghi anni. Sorride e lo incoraggia ad aguzzarsi i denti con avventure rapide, perché così ritorna a lei più esperto, e te lo potremmo recitare come una litania: l’ebrea del negozio di ferramenta e sua figlia, la moglie del direttore del teatro, quella bionda ossigenata; e donne cinesi, turche, irlandesi, tedesche e altre, che vanno e vengono per le sale da ballo e per le strade come cagne in calore. Geremio dice apertamente ai nostri uomini, quando sono sulle impalcature a lavorare, che un giorno o l’altro la smetterà di sciuparsi le mani delicate con la calce e i mattoni, diventerà un attore di varietà, di quelli che cantano e ballano, si troverà una ricca americana e vivrà come un barone, lontano da noialtri. I paesani si chiedono: “Perché Geremio non si comporta come uno dei nostri, perché se ne va in giro come un pavone, perché si dà tante arie con noi?[34]
Geremio dissocia l’identità italiana dal proprio vissuto, imitando la moda americana; inoltre, inverte la direzione dell’orientalismo, rivolgendolo agli italiani, considerati inferiori da un medesimo membro della comunità. La vittima diventa carnefice: «La paura aggressiva degli altri è sempre latente»[35], sostiene Albert Memmi nel suo discorso sul razzismo. Anche nel romanzo di Pietro Di Donato tale dinamica è presente. Dopo aver interiorizzato il senso di inferiorità, la vittima accetta la sottomissione culturale e agisce inconsciamente in modo da incarnare lo stereotipo. Per autodifesa, le comari di Annunziata concludono la propria riflessione ricorrendo ad ulteriori generalizzazioni: «L’anima e il cuore americani non sentono niente per noi. Fa’ che Geremio si allontani da Delia Dunn e da questi americani che ci guardano come se fossimo una razza inferiore».[36] Affrontando tuttavia a viso aperto il marito, Annunziata ottiene solo la sua reazione denigratoria, espressa con termini offensivi quali «svergognata»,[37] «scioccona»[38] e «cafoncella».[39] Risulta evidente, peraltro, la difficoltà di scardinare uno stereotipo ormai ampiamente condiviso e interiorizzato. Delia rappresenta la trasgressività, pertanto Paolino non riesce a riconoscerla nel ruolo di madre, come verrebbe invece naturale per Annunziata: «Delia, con una camicia di pizzo e la giacchina di seta, stava seduta sul letto e allattava il bambino. Era strano vedere la raffinata, l’elegante Delia in atteggiamento materno, col poppante che le si attaccava avido al seno gonfio, dalla pelle luminosamente candida».[40]
La contrapposizione fra Annunziata e Delia è netta e rafforzata da numerosi altri stereotipi:
Nel grande specchio appeso alla parete sopra la toilette notai il forte contrasto tra Delia e la mamma. Delia, sotto il trucco esperto, era ben più vecchia della mamma, con quei suoi slavati capelli biondi, il naso capriccioso rivolto all’insù, la bocca molle e gli occhi cilestrini. Il volto americano che aveva stregato il babbo era di quelli che possono venir cancellati dalla memoria. Ma il viso della mamma sarebbe rimasto impresso nitidamente in me, fino alla morte. Lo specchio rifletteva i capelli bruni e lucidi, acconciati con semplicità, la fronte liscia, gli occhi scuri e profondi, il naso perfettamente modellato, le labbra sincere dalle quali la voce di contralto fluiva nutrendo il mio essere di ricchezze, mentre mormorava una ninnananna vastese, cullando il piccolo Jerry per farlo addormentare.[41]
Annunziata ottiene la sua rivalsa come donna e come personaggio quando trova il coraggio di affrontare la sua antagonista: «Una volontà superiore vi ha donato quest’angelo e io non mi ribello contro Dio. Quest’angelo è un dono del Signore, e sulla terra il dono di Geremio… In parte è anche il mio dono. Accettatelo… e amatelo».[42] Tuttavia, la sua frustrazione emergerà violentemente solo dopo la morte del marito, rimanendo comunque intrappolata nei suoi limiti in entrambe le opere. I fenomeni di assimilazione e di orientalismo vengono esposti con sottile ironia da Paolino: «[…] succede che una ragazza americana conduca in casa il fidanzato, presentandolo come Gary Baker, mentre il certificato di nascita porta il nome alquanto imbarazzante di Garibaldo Panettiero; i Verdi sono diventati Green; i Capobianco, Whitehead; i Bruno si sono trasformati in Brown, e i Fabbro sono ora altrettanti Smith!».[43]
Il personaggio che rappresenta l’altra faccia dell’orientalismo è Stella. Si noti come già nella prima descrizione si trovino elementi riconducibili alla stereotipia che qui si intende osservare: «Stella, ch’era poco più di un’adolescente, spiccava fra le altre paesane come una figura luminosa, fatta d’un materiale prezioso. I capelli corvini a riflessi azzurri le cadevano in una massa pesante fin sulle spalle, nei suoi occhi lucenti ardeva una fiamma vivida; aveva i lineamenti classicamente perfetti e il corpo d’una ninfa. La chiamavano “l’Africana” per il colorito bruno-olivastro che ricordava la calda morbidezza della lava o di certi legni esotici. La sua andatura non somigliava a quella delle altre paesane, goffa, impacciata, pesante: Stella si moveva con una scioltezza priva di sforzo».[44] La descrizione di questo personaggio avviene per contrapposizione agli altri, in una dicotomia in cui lei rappresenta il simbolo del diverso:[45] si tratta di una donna italiana che subisce il processo di orientalizzazione all’interno della propria comunità. Già dal soprannome che le viene attribuito, emerge una connotazione negativa legata ai suoi tratti somatici. In questo senso, persino le sue origini vengono mistificate da stereotipi e pettegolezzi riguardanti la madre Luna, presentata come una figura peccaminosa e socialmente inaccettabile perché: «[…] il negro di Tripoli, che curava le piantagioni e senza dubbio è il padre di Stella, passava col calessino trainato dall’asinello nero e se la portava nella sua capanna per godersela. Per questo le han messo nome Ciucanera, la puttana del somaro negro».[46] Il romanzo mostra anche che una conversazione apparentemente banale può essere ricca di luoghi comuni denigratori e offensivi della dignità umana, quando si parla delle donne africane come esseri destinati solo al sesso e alla riproduzione. Gli italiani, vittime di razzismo da parte degli americani, riproducono lo stesso atteggiamento nei confronti di altri stranieri, considerati inferiori per il colore della pelle e per altre caratteristiche fisiche. Essi diventano carnefici nei confronti di categorie più svantaggiate, destinate a trasformarsi in vittime sulla base di un erroneo concetto di superiorità privo di qualsiasi fondamento oggettivo.[47] Attrazione e ripugnanza sono alla base della descrizione di questa figura, diversa e in una condizione di inferiorità rispetto agli altri. Sebbene Pietro Di Donato descriva tutte le figure femminili con un’ossessiva tendenza alla corporalità, in questo caso la concezione della sessualità è quasi animalesca: «Stella e Pasqualino facevano l’amore con una furia che non lasciava inesplorato neppure un palmo dei loro corpi, baciandosi, mordendosi e stringendosi come animali in un combattimento mortale, con gemiti inarticolati, quasi che il piacere fosse fiorito dalla sofferenza».[48] Tale carattere si riscontra anche nell’utilizzo di espressioni come «il profumo selvaggio della sua carne»,[49] che denotano la rimozione del tratto umano. Il linguaggio è esplicito e ricco di dettagli, portando agli estremi il carattere erotico, che nella rappresentazione delle altre donne è solo lievemente percepibile: «Le mammelle erano perfette, il ventre soffice e tentatore, e il vivente nido di peli fra le cosce snelle e sode spiccava come una macchia misteriosa. Distinguevo le minuscole goccioline trasparenti di sudore che le imperlavano le labbra e i peli, e sarei voluto sgusciare fuori dal mio nascondiglio per toccare le preziose bellezze rivelate».[50] In conclusione, la connotazione negativa del personaggio sembra legittimarne la descrizione senza velature, sminuendo il senso di dignità e pudore attribuito agli altri caratteri femminili sulla base della stereotipia appena discussa. Infatti, nel grido di emancipazione di Stella è riscontrabile l’interiorizzazione di questo meccanismo, come evidenziato dalla scelta di termini che alludono al male e al peccato: «Io, che mi vanto di essere Stella l’Africana, resterò qui a West Hoboken, nella libera America! Neanche il diavolo avrà il potere di fare di me un’infelice!».[51] La scarsa considerazione di sé è ulteriormente confermata nella proiezione idealizzata che la giovane compie in opposizione a una sua omonima americana: «Una bella donna apparve sulla loggia con un vassoio di gelati e di pasticcini. “Stella!”, chiamò. “Stella, vieni qui, cara”. “Sì, mamma”, le rispose una voce, e una ragazzina si staccò dal gruppo e le corse incontro. […] Era alta e assai graziosa, con una camicetta e i calzoncini bianchi. Il volto ridente era da bambina, il corpo quello d’una donna. Portava i lunghi capelli scuri raccolti in due trecce. “Paolino”, mormorò Stella, “se fossi io quella ragazzina… il nostro piccolo mondo sarebbe come dovrebbe essere…”».[52] Subito dopo, «Non appena giunti a casa Stella salì nella propria camera per cambiarsi. Quando riapparve notai che si era raccolti i capelli in due trecce; sopra il costume da bagno aveva indossato una camicetta e i calzoncini bianchi. “Somiglio alla Stella americana del numero otto di Landscape Avenue?”, […] chiese con un sorriso».[53] Nella rimozione identitaria spinta dal sentimento di vergogna, si innesca un meccanismo di compensazione attraverso stereotipi positivi che però appartengono pur sempre all’altro, finendo per rimarcare l’insanabile divario fra le due entità.
Umbertina: l’altra faccia della donna italo-americana simbolo di emancipazione e intraprendenza
Francesco Durante scrive che il romanzo di Helen Barolini:
[…] si può considerare la pietra miliare di una nuova e più critica stagione italoamericana vissuta all’insegna non solo di una maggiore consapevolezza storica, ma anche della necessità di scoprire al fondo dell’esperienza italoamericana grumi esistenziali e mentali fino ad allora messi da parte da una narrazione che badava ad altro. […] Sono dunque evidenti alcune novità, e la prima è la rivendicazione di un ruolo femminile non più chiuso negli umbratili santuari domestici (la cucina innanzitutto); la seconda essendo l’orgogliosa proclamazione della possibilità che quell’angusto spazio domestico produca arte».[54]
Anche per Umbertina le premesse iniziali coincidono con quelle espresse per le altre donne italiane emigrate in America: «Gli uomini, nel suo mondo, stavano sopra le donne e i ricchi stavano sopra i poveri. […] Era la volontà di Dio che le ragazze si sposassero e lavorassero per i mariti, facendo figli in modo che la vita potesse essere ripetuta all’infinito».[55] La società patriarcale e il forte senso di appartenenza alla comunità, intriso di una religiosità quasi opprimente, definiscono il contesto in cui Umbertina riuscirà a cambiare le sorti della propria esistenza e a ribaltare i rapporti di forza fra i generi. Sin da subito, la protagonista contesta l’assetto sociale predominante, esprimendo intime considerazioni che scaturiscono dalla coscienza e che dimostrano una spiccata capacità di affermazione individuale: «Tuttavia si sentiva offesa da ciò che aveva avvertito nello scoppio d’ira del fratello, cioè che i suoi desideri non contassero affatto, che fosse prigioniera di ciò che gli uomini pensavano che una donna doveva essere»;[56] «Cominciava a vedere che nel suo mondo una donna non poteva mai permettersi di dispiacere a un uomo […]».[57] Anche in lei è stato inculcato un concetto del matrimonio, frutto di idealizzazioni e dicerie, smentito poi dall’esperienza personale: «Armata soltanto dell’idea che il matrimonio significava procreazione, aveva immaginato la sessualità come qualcosa di primitivo e di rude come l’accoppiamento delle capre. Diventare la moglie di Serafino non significava soltanto dovere e sottomissione».[58]
La decisione di emigrare in America con Serafino è spinta dalla volontà e dall’intraprendenza; Umbertina non ha paura di incontrare il cambiamento, anzi si fa volentieri trasportare dal suo istinto innovatore: «[…] Umbertina diceva tra sé e sé che avrebbe operato tutte le trasformazioni necessarie, avrebbe cambiato paese per amore dei figli. Ma si chiedeva se a Dio sarebbe piaciuto, oppure no, che cambiassero il loro posto nel mondo».[59] In questo senso, Umbertina si pone in antitesi con la figura di Annunziata, tanto per l’equilibrio coniugale quanto per il rapporto con la religione. Se Annunziata viene denigrata dagli insulti del marito, Umbertina, invece, viene apprezzata e sopravvalutata dal proprio coniuge: «Ormai era Umbertina che dava gli ordini e dirigeva la famiglia. […] Serafino lasciò che fosse la moglie a prendere le cose in mano, un po’ perché era un bonaccione, un po’ perché lei avrebbe fatto comunque ciò che le pareva. […] Inoltre, era più intelligente di lui, Serafino lo aveva sempre detto».[60] Infatti: «Se c’era una cosa che stava imparando nella vita americana era che è meglio essere padroni di se stessi».[61] È questo il principio regolatore che le permette di diventare protagonista della propria esistenza e artefice di un grande successo: «Ma quanti desideri ho!, pensò […]. Prima aveva voluto uscire dai bassifondi della città; adesso voleva un pezzo di terra e, ancora più in là, indipendenza per la sua famiglia. Quante cose! E tuttavia cominciava a sembrarle tutto possibile».[62] Spinta dal desiderio di indipendenza e dal sentimento di rivalsa, «lavorò sodo, guadagnò e fu svelta a capire che i profitti sarebbero stati ancora maggiori se lei stessa avesse avuto una bottega invece di comprare la roba fuori. Decise di aprire uno spaccio […]».[63] Questo è solo il primo di una serie di passi che trasformeranno Umbertina da semplice contadina immigrata a imprenditrice e matriarca di una grande famiglia. Ella non si sente mai vittima di razzismo, interamente assorbita com’è dall’attività lavorativa, e giunge, al contrario, a custodire una personale visione orientalizzante della cultura dominante: «[…] Nel frattempo pensava fra sé a quanto erano brutte le donne americane, così spigolose e con quei piccoli visi magri, e nasi e labbra sottili; si chiedeva come facevano a partorire con corpi così ossuti. Lei, invece, era corpulenta. Nonostante il duro lavoro, diventava sempre più tonda e grossa sotto le vesti».[64] La contrapposizione fra le due entità è evidente, così come è vero che le descrizioni di Pietro Di Donato e Helen Barolini del prototipo della donna italo-americana coincidono: «Umbertina […] era una donna ingrassata dalle gravidanze e incurante del suo aspetto esteriore».[65] Le continue gravidanze accomunano tanto la figura tradizionale di Annunziata quanto quella indipendente di Umbertina. Un altro elemento di affinità è il senso di sconfitta e di inutilità provato alla morte dei coniugi. Umbertina sente di perdere l’autorevolezza e il potere guadagnati anche grazie al supporto maschile: «A volte, seduta in cucina, pensava; pensava a quanto era strano che sebbene Serafino avesse smesso di lavorare tanti anni prima di lei, e che tutte le decisioni e i progetti fossero stati a suo carico, ugualmente era il nome di Serafino che trionfava; era stata la presenza di lui, di un uomo, che le aveva dato il punto d’appoggio necessario da cui poter comandare. […] Ora che era messa da parte come una vedova, accantonata perché mancava la figura del marito, questo era difficile da sopportare».[66]
Bisogna infine sottolineare un’altra peculiarità di questa donna, intenta non a compiere un processo di rimozione della propria identità, bensì a trapiantarla nella nuova patria. Come si è visto, ogni personaggio analizzato vive e si muove in un ambiente che tende a riprodurre l’Italia. Tuttavia, di tutte le patrie “artificiali”, quella creata da Umbertina ottiene una riuscita positiva poiché è lei stessa a gettare le basi per il successo: «Una volta che lo sradicamento era avvenuto, da quel momento in poi tutte le energie dovevano servire a recuperare le forze spese nel trapianto. […] La sua famiglia era stata cacciata via dalla sventura, avevano sofferto perdite e traumi; adesso dovevano concentrarsi per far crescere bene la nuova radice, qui, in questa terra che li favoriva».[67] Non lasciandosi sminuire da nulla, la protagonista agisce secondo la logica, anche se a spingerla sono i continui moti interiori di consapevolezza e di determinazione. Nella prospettiva del contesto contadino d’origine, la donna ha ben compreso la chiave del trionfo e della pacifica assimilazione: «E non solo Umbertina, ma tutti coloro che avevano abbandonato la terra dovevano ritornare ad essa per ritrovare equilibrio e identità».[68]
Lucy: accoglimento dell’alterità fra idealizzazione e stereotipia
Protagonista del film “Nuovomondo”[69], Lucy è una donna inglese che parte per l’America insieme ad altri migranti, tutti di nazionalità italiana. Nella nave in cui si svolge la traversata, questa figura femminile rappresenta l’unico esempio di alterità e, per questo, spicca immediatamente, malgrado i suoi tentativi di mantenere la compostezza e la riservatezza. Ogni dettaglio — dalla carnagione delicata ai capelli rossi, dall’abbigliamento pulito all’atteggiamento austero, dalla padronanza dell’inglese all’assertività con cui affronta le autorità all’imbarco e allo sbarco — la pone in estrema opposizione rispetto ai suoi compagni di viaggio. La predominanza della razionalità nella sua condotta si oppone alle idealizzazioni e alle aspettative degli italiani su un “nuovo mondo” più immaginario che reale, creato dalla propaganda mistificatrice. È questa atmosfera, fra l’esotico e l’ignoto, a risvegliare il genuino interesse di Salvatore, un contadino siciliano. Nel muto dialogo fra i due, gli sguardi d’intesa e i movimenti quasi impercettibili preannunciano un legame in cui l’ottica orientalista accentua differenze apparentemente inconciliabili. L’innovazione emerge anche dalla determinazione con cui la donna propone il matrimonio all’uomo, per ragioni che esulano quasi sicuramente dall’amore: per essere ammessa dalle istituzioni statali, Lucy ha bisogno di un marito e Salvatore sembra idoneo a tale scopo. La scelta, frettolosa ma giustificata dall’intento, poggia più sull’istinto che su una conoscenza intima e ponderata fra i due.
Questa circostanza è percepita come una minaccia da Donna Fortunata, madre di Salvatore. La donna teme l’alterità di Lucy, poiché l’avverte come un tratto difficile da accettare. Nell’esclamazione «Tu non puoi sposare mio figlio, sei troppo straniera!» Si delinea un chiaro vincolo di rifiuto e di ostilità. Molti sono gli interrogativi che scaturiscono dal racconto di questa vicenda rivoluzionaria per il tempo in cui è ambientata: come viene vista la relazione tra la donna e l’immigrato nella cultura dominante? A quali stereotipi e pregiudizi si espone la donna dopo aver deciso liberamente di rompere gli schemi dell’ordine sociale? Come si pone di fronte al senso di inferiorità insito nel migrante e al rischio di subire, a sua volta, l’orientalizzazione? Come viene giudicato il matrimonio fra la donna indipendente e l’immigrato, identificato secondo lo stereotipo di persona meno intelligente, portatrice di valori tradizionali e talvolta retrogradi? Lucy rischia di essere isolata e incolpata per aver preferito un uomo che non fa parte del proprio gruppo sociale, oppure sarà assunta come modello? Infine, una volta arrivati in America, sarà lei a orientalizzare Salvatore per accelerarne l’assimilazione? Senza dubbio, per evitare che il rapporto coniugale diventi fallimentare, sono necessarie continue metamorfosi: esse dovranno avvenire solo dopo l’arrivo a Ellis Island e il regista — forse volutamente — non le mette in scena per non rovinare il velo di mistero che avvolge la figura di Lucy e tutta la sua vicenda.
[1] Edward Wadie Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente [1991], Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 11-12.
[2] ivi, p. 15.
[3] ivi, p. 14.
[4] ivi, p. 17.
[5] Francesco Durante, La letteratura italoamericana. Storia, autori e opere dal ‘700 a oggi, Brescia, La Scuola, 2017, p. 67. La citazione si riferisce in modo particolare ai romanzi di Pietro Di Donato.
[6] Pietro Di Donato, Cristo fra i muratori [1941], L’Aquila, Textus, 2011, p. 50.
[7] ivi, p. 22.
[8] ivi, p. 315.
[9] ivi, p. 26.
[10] ivi, p. 32.
[11] ivi, p. 82.
[12] ivi, p. 48.
[13] ivi, p. 50.
[14] ivi, p. 57.
[15] ivi, p. 134.
[16] ivi, p. 62.
[17] ivi, p. 57.
[18] ivi, p. 121.
[19] ivi, p. 44.
[20] ivi, p. 189.
[21] ivi, p. 314.
[22] Pietro Di Donato, Tre cerchi di luce, Milano, Rizzoli, 1961, p. 13.
[23] ivi, p. 26.
[24] ivi, p. 27.
[25] ivi, p. 155.
[26] ivi, p. 27.
[27] ibidem.
[28] Francesco Durante, La letteratura italoamericana. Storia, autori e opere dal ‘700 a oggi, Brescia, La Scuola, 2017, p. 72.
[29] Pietro Di Donato, Tre cerchi di luce, Milano, Rizzoli, 1961, p. 25.
[30] ivi, pp. 27-28.
[31] idem, Cristo fra i muratori [1941], L’Aquila, Textus, 2011, p. 135.
[32] Idem, Tre cerchi di luce, Milano, Rizzoli, 1961, p. 47.
[33] ivi, p. 51.
[34] ivi, p. 184.
[35] Albert Memmi, Il razzismo. Paura dell’altro e diritti della differenza [1982], Ancona-Milano, costa & nolan, 1989, p. 20.
[36] Pietro Di Donato, Tre cerchi di luce, Milano, Rizzoli, 1961, p. 185.
[37] ivi, p. 186.
[38] ivi, p. 188.
[39] ivi, p. 202.
[40] ivi, p. 189.
[41] ivi, p. 190.
[42] ibidem.
[43] ivi, p. 38.
[44] ivi, p. 19.
[45] vedi nota 1.
[46] ivi, p. 41.
[47] «[…] Non ci sono praticamente razze pure, né gruppi biologicamente omogenei, e, se anche ve ne fossero, non sarebbero affatto biologicamente superiori». Albert Memmi, Il razzismo. Paura dell’altro e diritti della differenza [1982], Ancona-Milano, costa & nolan, 1989, p. 16.
[48] Pietro Di Donato, Tre cerchi di luce, Milano, Rizzoli, 1961, p. 127.
[49] ivi, p. 140.
[50] ivi, p. 127-128.
[51] ivi, p. 157.
[52] ivi, p. 169.
[53] ivi, p. 173.
[54] Francesco Durante, La letteratura italoamericana. Storia, autori e opere dal ‘700 a oggi, Brescia, La Scuola, 2017, p. 124.
[55] Helen Barolini, Umbertina, Cava de’ Tirreni, Avagliano Editore, 2001, p. 49.
[56] ivi, p. 50.
[57] ibidem.
[58] ivi, p. 64.
[59] ivi, p. 67.
[60] ivi, p. 124.
[61] ivi, p. 86.
[62] ivi, p. 117.
[63] ivi, p. 122.
[64] ivi, p. 123.
[65] ivi, p. 129.
[66] ivi, p. 166.
[67] ivi, p. 140.
[68] ivi, p. 143.
[69] Film di Emanuele Crialese del 2006.
L'autore
- Federica De Bastiani è una traduttrice letteraria. Si è laureata in Lingue e Letterature Moderne presso l’Università della Calabria, specializzandosi in albanese, inglese e tedesco. Si occupa di far conoscere il mondo letterario albanofono in Italia e, al tempo stesso, la realtà arbëreshe d’Italia nei Balcani. È membro dell’associazione Fili Meridiani, con cui collabora per la realizzazione di progetti culturali e di promozione territoriale. Ha vinto il premio per la traduzione “Jusuf Vrioni” e il premio “Martin Camaj” per l’impegno dedicato allo studio e alla traduzione di questo autore.
Ultimi articoli
In primo piano22 Giugno 2026La donna e l’alterità: orientalizzazione, sottomissione ed emancipazione
avvenimenti14 Giugno 2026Tradurre l’esilio: il Kosovo nel colore della memoria arbëreshe a Pallagorio
In primo piano3 Giugno 2026Il racconto dell’Arbëria contemporanea: percorsi culturali e comunità nell’esperienza di “Fili Meridiani”
avvenimenti1 Giugno 2026Il peso delle anime: interiorità e paura in Bartësi i shpirtrave të përzënë di Adil Olluri
