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Quando il mare custodisce la memoria

Ci sono incontri culturali che sembrano appartenere al presente, ma in realtà hanno avuto inizio molti secoli prima. La mostra “La Grecia e le rotte marittime verso l’Occidente. Il relitto dello Stretto di Otranto (Italia)”, inaugurata al Museo Bizantino e Cristiano di Atene, è uno di questi momenti: un’occasione in cui l’archeologia non si limita a riportare alla luce oggetti antichi, ma restituisce voce a un dialogo mediterraneo mai interrotto.

Per chi, come me, vive da anni nello spazio ideale che unisce la Grecia e l’Italia attraverso la traduzione, la cultura e la costruzione di ponti tra le due rive dello stesso mare, questa esposizione assume un valore particolarmente significativo. Davanti ai reperti recuperati dalle profondità dell’Adriatico si percepisce qualcosa che supera la semplice dimensione archeologica: la presenza di una memoria comune, fatta di viaggi, scambi, incontri e reciproche influenze.

Il Mediterraneo è stato per millenni un archivio vivente. Le sue acque hanno custodito non soltanto navi e merci, ma anche storie umane, conoscenze tecniche, linguaggi artistici e modelli culturali. Prima ancora che il mare diventasse una linea di confine tra Stati, era una strada: una superficie aperta che permetteva agli uomini di incontrarsi.

La mostra nasce dalla collaborazione tra istituzioni greche e italiane e rappresenta un nuovo capitolo di quella lunga storia di ricerca condivisa che lega i due Paesi. Un ruolo fondamentale in questo dialogo appartiene anche alla Scuola Archeologica Italiana di Atene, una delle più antiche istituzioni scientifiche straniere presenti in Grecia, che da oltre un secolo contribuisce allo studio del mondo antico e alla costruzione di una collaborazione archeologica fondata sulla conoscenza reciproca.

La presenza all’inaugurazione del Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, professor Emanuele Papi, insieme alle autorità culturali dei due Paesi, ha confermato il valore di un percorso comune nel quale la ricerca scientifica diventa anche diplomazia culturale.

Al centro della mostra si trova una scoperta straordinaria: il relitto individuato nello Stretto di Otranto durante i lavori del Trans Adriatic Pipeline. Dal fondale, a circa 780 metri di profondità, sono stati recuperati oltre 350 vasi ceramici risalenti al VII secolo a.C., una testimonianza eccezionale delle rotte commerciali che collegavano la Grecia alla penisola italiana durante l’età arcaica.

Quei reperti raccontano il ruolo centrale di Corinto, città di marinai, artigiani e commercianti, capace di proiettare la propria presenza culturale verso la Magna Grecia e il Mediterraneo occidentale. Ogni vaso diventa così qualcosa di più di un oggetto: è una traccia materiale di un mondo aperto, dinamico, attraversato da relazioni.

L’importanza del relitto deriva anche dalla sua natura di “tempo sospeso”. Non siamo davanti a reperti dispersi e isolati, ma al frammento conservato di un viaggio interrotto. Il mare ha trattenuto per oltre duemilaseicento anni un momento preciso della storia, restituendolo oggi agli studiosi e al pubblico.

Attraverso sezioni dedicate alle antiche vie marittime, al carico della nave e alle complesse operazioni di recupero, arricchite da strumenti multimediali e ricostruzioni virtuali, la mostra permette di comprendere anche il ruolo fondamentale delle nuove tecnologie nella tutela del patrimonio culturale sommerso.

L’archeologia subacquea diventa così un incontro tra passato e futuro: da una parte la fragilità delle tracce lasciate dagli uomini, dall’altra la capacità della scienza contemporanea di proteggerle e interpretarle.

L’inaugurazione alla presenza della Ministra della Cultura della Repubblica Ellenica Lina Mendoni e del Ministro della Cultura della Repubblica Italiana Alessandro Giuli ha dato alla mostra anche un forte significato simbolico. Grecia e Italia non celebrano soltanto una scoperta archeologica: riconoscono una storia condivisa che precede di secoli la nascita delle loro moderne identità nazionali.

In un’epoca in cui spesso si parla di confini, il relitto di Otranto ci ricorda che la civiltà mediterranea è nata invece dai passaggi. Dalle partenze e dagli arrivi. Dalle lingue che si incontrano, dalle forme artistiche che viaggiano, dalle idee che attraversano il mare.

Forse è proprio questa la forza più profonda di questa esposizione: mostrarci che una nave affondata non rappresenta necessariamente la fine di un viaggio. A volte il mare custodisce ciò che il tempo avrebbe potuto cancellare, per restituircelo quando siamo pronti ad ascoltarlo.

Il relitto di Otranto continua così la sua navigazione: non più sulle antiche rotte commerciali, ma sulle rotte della memoria, ricordandoci che tra Grecia e Italia esiste da sempre una stessa geografia culturale, disegnata dalle onde del Mediterraneo.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.