avvenimenti · In primo piano

Il corpo che ricorda: la Palestina tra ferita, festa e futuro

Il nuovo capitolo del Festival di Atene ed Epidauro, sotto la direzione artistica di Michail Marmarinos, sembra aprirsi sotto il segno di uno sguardo capace di interrogare il presente attraverso la forza universale della scena. Marmarinos, artista che da sempre concepisce il teatro come luogo in cui la storia dell’uomo prende forma attraverso il corpo, la memoria e la presenza, porta al Festival una sensibilità profondamente legata alla relazione tra arte e vita.

In questo percorso, la scelta di presentare Badke(remix) dei coreografi palestinesi Amir Sabra e Ata Khatab, sostenuta dalla visione della responsabile del programma danza del Festival, Aristea Charalambidou, appare particolarmente significativa. Non semplicemente una proposta coreografica, ma un gesto culturale che riconosce nella danza uno spazio di dialogo, testimonianza e resistenza poetica.

Ci sono popoli per i quali la memoria non vive soltanto nei libri, nelle fotografie o nei monumenti. Ci sono memorie che abitano nei gesti, nel ritmo dei piedi sulla terra, nel modo in cui una mano cerca un’altra mano per non interrompere una catena umana.

Badke(remix) nasce proprio da questa consapevolezza: il corpo può diventare un archivio vivente, un luogo dove una cultura continua a respirare anche quando la storia tenta di disperderla.

Al centro della creazione si trova la dabke, la danza tradizionale palestinese e levantina. Una danza collettiva, legata alla festa, alla comunità e all’appartenenza. Nei matrimoni, nelle celebrazioni popolari e nei momenti di incontro, i corpi si dispongono in linea, le mani si uniscono, i passi creano un ritmo comune. Il singolo entra nel gruppo senza scomparire: diventa parte di una memoria condivisa.

Ma Sabra e Khatab compiono un gesto di trasformazione. Cambiano l’ordine delle lettere, da dabke a badke, e questa piccola inversione diventa il simbolo di un movimento più profondo. La tradizione non viene custodita come un oggetto immobile, ma attraversata dal presente, interrogata, trasformata.

La scena diventa così un luogo dove tempi diversi si incontrano. La forza antica del gesto popolare dialoga con la danza contemporanea, l’hip hop, la capoeira e l’acrobatica. I corpi dei performer portano identità molteplici: sono eredi di una memoria, ma anche creatori di un nuovo linguaggio.

Una nuova generazione di artisti palestinesi

Dietro questa nuova lettura c’è un passaggio simbolico importante. Badke, nato nel 2013 da un progetto di Koen Augustijnen, Rosalba Torres Guerrero e Hildegard De Vuyst, ritorna oggi nelle mani degli artisti palestinesi stessi, che lo reinterpretano a partire dalla propria esperienza.

Amir Sabra e Ata Khatab non osservano l’identità palestinese dall’esterno: la portano dentro i loro corpi. La loro coreografia non racconta semplicemente una storia sulla Palestina, ma nasce dalla memoria, dalle contraddizioni, dalle ferite e dalla vitalità di chi quella storia la vive.

La compagnia palestinese Stereo48 rappresenta uno dei nuclei creativi di una nuova generazione che cerca di ridefinire il rapporto tra patrimonio culturale e linguaggi contemporanei. La danza diventa non soltanto pratica estetica, ma spazio di incontro, comunicazione e presenza collettiva.

I dieci interpreti di Badke(remix) provengono da percorsi differenti: alcuni dalla tradizione della dabke, altri dalla danza contemporanea, dalle culture urbane o dalle pratiche acrobatiche. Questa diversità non è un elemento secondario: è il cuore stesso dell’opera.

Una comunità non nasce perché tutti sono uguali, ma perché voci diverse riescono a trovare un ritmo comune.

In Badke(remix) la gioia non cancella il dolore. Convive con esso.

Ed è forse qui che si trova la forza più profonda dello spettacolo: ricordarci che anche la festa può diventare una forma di resistenza. Danzare non significa dimenticare. Significa spesso continuare ad affermare la vita.

La Palestina che appare attraverso questi corpi non è soltanto un luogo geografico. È una memoria in movimento, una lingua senza parole, una geografia emotiva composta da passi, respiri, sguardi.

Una terra può essere attraversata da confini e conflitti, ma il corpo conserva ciò che nessuna frontiera riesce completamente a cancellare: il bisogno umano di appartenere, ricordare e condividere.

Badke(remix) evita la nostalgia di una tradizione immobile. Non cerca un ritorno puro al passato. Al contrario, mostra che una tradizione resta viva proprio perché cambia, si trasforma e trova nuovi corpi attraverso cui continuare il proprio viaggio.

Perché la tradizione non si eredita soltanto: ogni generazione è chiamata a ridarle vita con i propri passi.

In un mondo in cui le identità diventano spesso motivo di separazione, Badke(remix) propone un’immagine diversa: l’identità come movimento, incontro, cerchio che può aprirsi senza perdere il proprio centro.

La risposta dello spettacolo non arriva attraverso le parole, ma attraverso il corpo:

un piede che batte la terra,
una mano che non lascia l’altra,
un corpo che cade e si rialza.

Perché, alla fine, danzare significa anche questo:

dichiarare che siamo ancora qui.

Finché esistono corpi che danzano, esistono memorie che rifiutano di tacere.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.