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La parola che salva di Andreina Trusgnach

Una dolente e insieme luminosa elegia muove le parole di Andreina Trusgnach Cekova, che trovano giustezza da anni in apprezzati volumi in cui i versi composti in un materno dialetto sloveno vivono accanto alla loro limpida traduzione italiana, predisposta dalla stessa autrice. Non fa eccezione questo recente Zvoki zgubjeni = Suoni sperduti (Osimo, Arcipelago Itaca, 2026, pp. 88) che esce con una nota di Manuel Cohen, il critico che maggiormente si è speso per richiamare l’attenzione su questa voce originale, da noi ancora poco nota fuori dai circuiti della “poesia dialettale”, laddove invece nella Repubblica Slovena riscuote da tempo grande interesse ed è oggetto di importanti riconoscimenti.

Il dialetto di Andreina è quello parlato, sempre meno parlato, nelle belle Valli del Natisone, la Benecia all’estremo nord-est della Penisola, dove una popolazione di origini slave venne a stabilirsi nel VI secolo sviluppandovi un tessuto di usi e costumi nel segno una tradizione prevalentemente, ma direi meglio esclusivamente orale. Lo spopolamento del territorio e dei paesi che riguarda l’intero arco alpino è qui se possibile ancora più drammatico, a rischio di eradicazione di una identità culturale e linguistica preziosa, particolarmente esposta data la sua geografia di confine e duramente segnata dalle tragedie del secolo trascorso. Ed è appena il caso di ricordare la vessatoria politica linguistica del ventennio fascista con la sua assurda idea di “italianizzazione”. Pure, e qui davvero la lezione di Pasolini si mostra nella sua profonda verità, quanto non è riuscito al Ventennio sembra riuscire a un fascismo di conio nuovo, che si ammanta dei miti del benessere, della modernità sfocianti in una omologazione ormai sotto gli occhi di tutti. Ben consapevole di tutto questo è Andreina Trugnach, come ugualmente consapevole è del valore di resistenza che in tale contesto può assumere la parola poetica, una parola che scuote e salva, “civile” non in forza di discorsi o proclami, ma per la sua intrinseca bellezza nel ripercorrere un paesaggio aspro e dolce di boschi e coltivi, muri a secco; antico e fragile come “quell’ultimo tetto / [che] si è arreso”. Quello dove “il sole / ancora giocava / fra tegole smosse / e dolorose ferite”. Una delle tante troppe ferite, non altrimenti lo scuolabus che porta i bambini a Cividale e “nemmeno si ferma più / nel nostro paese”. Così, in questo bel libro, il tema dell’ubi sunt si fa motivo di fondo, ci invita a riflettere e commuove: “Dove sono andate tutte quelle parole / (che rimangono) sperdute / sotto la coltre del quotidiano? // Dove si sono perse / proprio ora / che ne abbiamo bisogno più che mai? // Ora che vaghiamo / senza alcun sostegno / sull’orlo dell’indefinito // ora che piove senza tregua / e tutti gli ombrelli / sono (rimasti) là dove non servono a nessuno?” Domande che restituite alla musica di partenza suonano così: “Kan so šle vse tiste besiede / (ki ostajajo) zgubjene / pod vsakdanjin kouceljan? // Kan so se skrile / pru sada / ki jih imamo potriebo narvic? // Sada ki barlmo / brez obedne opuore / na rubu nepoznanega // sada ki dažuje brez genjat / an vsi dežniki / so (ostali) kjer nieso obednemu h nucu?”

marcovitale58@gmail.com

 

 

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)