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Una poesia per i colori e la polvere del sud del mondo

Giunto all’undicesima raccolta di versi, a non voler contare anche le due di prose liriche, Fabio Scotto propone un libro che costituisce per più motivi ricapitolazione e riequilibrio critico del proprio percorso di lavoro, individuando un decisivo campo di gravitazione in una “voce mediterranea” e andalusa che entra in rapporto fecondo con la corda francese – Scotto, lo ricordiamo, è tra l’altro il principale studioso e traduttore italiano dell’opera di Yves Bonnefoy – creando prospettive nuove, radenze fino ad oggi rimaste in parte sottotraccia. Questa sua Andalusia della voce (Passigli, Firenze 2025, 104 pp., 14 euro) risulta infatti costruita assemblando materiali già pubblicati, anche a buona distanza nel tempo, con testi affatto nuovi e fin qui inediti; questi largamente i più numerosi: ne è filo conduttore quanto il titolo del libro promette – e il sintagma proviene da una poesia del secondo libro dell’autore (La dolce ferita, Caramanica 1999) così come la bella sezione di prose messicane migra da La nudità del vestito (NEM 2018) – articolando un discorso in più quadri.

Se l’architettura poetica del libro risulta pertanto singolarmente studiata c’è da aggiungere che essa è funzionale alla generosa tavolozza di colori cui Scotto ha abituato i suoi lettori, alle declinazioni di una voce che trova nel canto la sua più intima ragione, rifuggendo da minimalismi come da sperimentalismi di maniera, e trovando particolare consonanza con la storia poetica legata alle vicende dei Lorca e dei Guillén, dei Cernuda e dei Salinas e Rafael Alberti e Vicente Aleixandre, quanto è a dire la favolosa Generazione del ’27 che rielaborando la lezione surrealista ha saputo cantare l’amore e il dolore in un contesto storico di utopie e lacerazioni immedicabili. Sono tonalità che interessano da sempre la poesia di Scotto, a schermo di una tessitura odeporica secondo quella “contiguità – scrive Antonio Prete nella consentanea prefazione al libro – tra geografia fisica e quella interiore, tra il viaggio e le immagini preservate”. Seguiremo così il poeta in Messico, come su si accennava, visitando le stazioni di un racconto che s’apre su note di bruciante sensualità, così come ne accompagneremo i passi sotto le arance sivigliane, “gioielli d’oro appesi all’aria / [che] offrono al giorno la buccia matura / illuminano il buio, luce che dura / contro la morte, frutti d’amore / perché sia nuovo il tempo / Meteore di sole”.

Una musica, dunque, tutta tonale, che modula il verso libero unendo concretezza di immagini e sonorità, quanto risulta di maggiore evidenza nelle sezioni dedicate all’America Latina, dove la particolare situazione storica, e dunque il paesaggio che si apre allo sguardo, favorisce il grande tema – non nuovo nella poesia di Scotto – delle derelizioni del sud del mondo, nei termini di un discorso che diviene francamente politico (ma il sud del mondo lo troviamo anche sotto le cupole del Sacré Cœur a Montmartre, mentre piove e una povera sventurata danza a piedi nudi, tra le risa crudeli di chi passa). Così la Bolivia, che vale in primo luogo come viaggio sentimentale, presenta immagini di struggente bellezza e profonda miseria senza soluzione di continuità, colori che brillano nella purissima luce andina e polvere inevitabile quale su tutto si posa: “Loro, las abuelitas, vigilano sagge / strette alla terra dei padri / agitando amuleti e stoffe ricamate / nei colori di un’eterna estate / Sanno il mistero delle vette / hanno mani forti e ruvide / come la pietra che le ha fatte”.

Ma è nella sezione porteña, il “Quaderno di Buenos Aires”, che i temi del libro sembrano darsi più fitto appuntamento e trovare nella loro anche sensibile diversità il punto di maggiore equilibrio: da un lato la malia del tango – “la musica si perde nel viavai dei locali / Negroni, Lupita, Sorrento… – dall’altro una “Mai cancellata storia / sangue che ancora sgorga dai tombini” nelle distrette di un affanno quotidiano che non passa (“il prezzo qui è un’opinione / che balla come un birillo sulla strada / un refolo di vento ed è già vecchio”). E poi il Teatro Colón, la libreria “El Rufián Melancólico”, e il ricordo commosso dell’amico poeta Juan Gelman, vita tragicamente segnata dagli orrori della dittatura militare, cui è dedicata una bella sequenza in tre grandi quadri. Poco lontano, ineffabili fantasmi, prendono forma “seduti al tavolo della Cafetería La Biela / Borges e Bioy Casares / l’uno vivo nel sorriso / l’altro appoggiato al suo bastone / lo sguardo fisso sull’ombra delle posate”.

marcovitale58@gmail.com

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)