avvenimenti · In primo piano

La poesia che interroga Dio: i Connubi di Gian Piero Stefanoni  

In copertina Mortis humana via di Enrico Pulsoni

Con La città che sale. Connubi, pubblicato da Giuliano Ladolfi Editore nella collana “Acquamarina” e uscito nel giugno 2026, Gian Piero Stefanoni offre ai lettori un’opera ricca di meditazione, concepita come un itinerario tra poesia, fede e ricerca del sacro: il volume è infatti articolato in sette connubi, nei quali la lettura degli autori diventa occasione per riflettere sulla parola poetica e sulla sua capacità di attraversare il mistero dell’esistenza umana alla luce di una domanda radicale sul divino. Stefanoni non si limita a commentare gli autori scelti, ma li mette in relazione lungo un percorso che porta il lettore a chiedersi, nel passaggio da una figura all’altra, in che modo la parola poetica può ancora porre l’uomo davanti a Dio e permettere di riconoscere Dio nell’esperienza dell’uomo.

L’opera si apre con un’Avvertenza in cui l’autore definisce il proprio lavoro un «piccolo rosario sgranato via via nel flusso di una interrogazione tra poesia e fede» (p. 9), immagine che ben chiarisce la natura del libro: non una semplice raccolta di saggi, ma un esercizio di meditazione critica condotto attraverso un tono testimoniale. Il rapporto tra fede e poesia costituisce il centro intorno al quale si raccolgono le diverse voci della poesia e della spiritualità moderne: Wojtyła, Jammes, Testori, Hopkins, Péguy, Dell’Arco e Delbrêl. Attraverso questi autori, Stefanoni mostra come la parola poetica e la fede vissuta possano ancora aprire l’uomo alla possibilità di una pienezza più grande.

La scrittura procede per immagini, senza seguire un percorso lineare, perché preferisce accompagnare il lettore dentro i testi e dentro le domande che li attraversano; la prospettiva cristiana dà coesione al volume e tiene insieme i connubi, che tornano più volte su vari temi: la Croce come luogo di passaggio, la figliolanza come verità dell’umano, la speranza come risposta al buio e la ferialità come spazio concreto della grazia. Questi elementi compongono un disegno complessivo ben riconoscibile: mostrare come la poesia, quando si misura con la realtà e con le sue ferite, possa ancora diventare luogo di interrogazione sul sacro.

Stefanoni apre il volume con Wojtyła, letto come poeta della sequela e del peso: la poesia non offre una consolazione immediata, ma accompagna l’uomo dentro l’oscurità senza negarla.

Proseguendo, con Jammes la Croce si fa albero della vita e il sacro si radica nella concretezza del creato: ne emerge una poesia profondamente incarnata, ferita ma ancora capace di lode.

Il capitolo su Testori porta invece il discorso in una zona più aspra, dove la parola si confronta con le piaghe dell’umano, con il rifiuto e la marginalità: proprio da questo confronto con il male Stefanoni individua la possibilità di una speranza cristologica, fondata sulla verità della figliolanza.

Hopkins è il poeta della bellezza combattuta: il creato porta l’impronta di Dio, ma anche il segno della fragilità e del peccato. La sua poesia non celebra un’armonia già compiuta, bensì registra una tensione spirituale, una lotta nella quale la creatura cerca di riconoscere la grazia anche quando il mondo appare inaridito e ferito.

Con Péguy poi, il discorso si sposta sulla speranza, intesa come virtù concreta e ostinata, capace di ricominciare anche nella sua apparente piccolezza. La «bambina da nulla» diventa così l’immagine di una fiducia che non rimuove il dolore, ma lo attraversa senza arrendersi: essa «non teme il proprio stato di mendicità», scrive Stefanoni, ma anzi, proprio su quella povertà fonda il ritorno alla «fonte medesima da cui nasce, quella grazia d’Amore che ci vuole liberi» (p. 47).

Dell’Arco introduce nel volume una voce diversa, segnata dal dissidio e dalla protesta. La sua poesia mostra una fede messa alla prova dal silenzio di Dio e dalla durezza del mondo, lontana da ogni pacificazione; questo passaggio è significativo perché introduce una fede che non trova facilmente risposte: anche il dubbio, il trauma e il disincanto appartengono a questo cammino.

Con Delbrêl, infine, la riflessione torna alla trama ordinaria della vita. Il lavoro, la fatica, il silenzio e il servizio diventano i luoghi nei quali la fede può essere vissuta e verificata. Stefanoni riconosce nella mistica e assistente sociale francese una testimonianza concreta della possibilità di vivere la fede dentro le prove del quotidiano. Le «pazienze» di cui Delbrêl parla indicano proprio gli imprevisti, le fatiche e le piccole consumazioni attraverso cui l’esistenza si definisce. Non è evasione dal reale, ma la volontà e capacità di abitarlo con maggiore attenzione: occorre «far vivere Cristo negli uomini, laddove essi sono» (p. 63). In Delbrêl la dimensione spirituale trova quindi una forma quotidiana: il sacro non si colloca al di fuori dell’esistenza, ma la attraversa nelle sue occupazioni più comuni e nelle relazioni che la compongono.

In chiusura, la preghiera al «Dio dell’imprevisto» ci restituisce l’apertura del libro, perché dopo aver attraversato il dolore, il dubbio, la Croce, la speranza e la ferialità, il percorso non approda a una risposta definitiva, ma rimane esposto a una presenza capace di sorprendere: la fede non coincide allora con il controllo di ciò che accade, chiede piuttosto la disponibilità a lasciarsi trasformare da ciò che ancora non si conosce.

Nel loro insieme, i sette connubi compongono quindi un disegno unitario, retto dall’idea che la poesia possa ancora interrogare il rapporto tra umano e divino. Stefanoni non si limita a presentare sette autori: nel modo stesso in cui li legge, trasforma la critica in una forma di ascolto, attenta tanto ai testi quanto alla domanda spirituale che li attraversa. Alla fine del percorso, ci trasmette l’idea per cui la poesia, quando resta fedele alla propria vocazione più profonda, può ancora custodire l’umano e lasciarlo aperto alla speranza: Stefanoni rimette al centro la parola come spazio di relazione e di verità, l’esercizio critico non viene mai separato dalla domanda spirituale, ma lascia che l’una dimensione illumini l’altra, fino a fare della poesia una forma di partecipazione.

Altro elemento di interesse riguarda la prosa adottata dall’autore: ci troviamo di fronte ad una scrittura che potremmo definire teologico-letteraria, nella quale la riflessione critica tende a seguire le risonanze spirituali dei testi e degli autori di cui tratta. Così, la forma del discorso rispecchia il tema dell’opera, permettendo ancora di più alla critica di dialogare con il testo.

A lettura conclusa, ciò che più rimane de La città che sale. Connubi è la scelta di non separare mai la riflessione dalla fede: l’autore ci ricorda che credere non significa sottrarsi alle domande, bensì ‘abitarle’ con maggiore attenzione. La poesia non viene così ridotta a mero oggetto di studio, ma anzi è inserita nella più ampia prospettiva delle esperienze di vita.

Significativa, anche scelta di lasciare il percorso ‘aperto’: l’autore non cerca una consolazione, il dubbio, la protesta, il silenzio di Dio (specialmente nel passaggio su Dell’Arco) sono accolti come parte costitutiva dell’esperienza spirituale. Così, La città che sale. Connubi lascia al lettore l’invito a fare della propria vita un luogo di domanda e di apertura, perché è proprio dove la speranza appare chiusa, nel «cortocircuito di cuori inascoltati, fiaccati, sovente vinti» (p. 33), che la parola poetica può offrire uno spazio di fiducia e di ascolto.

L'autore

Elisa Guerri
Nata nel 2000 a Città di Castello, Elisa Guerri si è laureata in Lettere moderne con un lavoro sul vocalismo del dialetto tifernate e ha proseguito con una laurea magistrale in Studi italiani, classici e Storia europea. La sua tesi, «Testi quattrocenteschi di Città di Castello e del contado. Contributo allo studio storico-linguistico di un volgare alto-mediano» (rel. prof. Giulio Vaccaro), esplora le radici linguistiche della sua città. I suoi interessi di ricerca riguardano la lingua nelle sue molteplici manifestazioni, con particolare attenzione alla dimensione dialettale, specchio di identità.