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La radis pì ancreusa dl’ esistensa – Intervista ad Antonello Borra

ph.: Adriana Hoesle Borra

English Version

«La radis pì ancreusa dl’esistensa» — la radice più profonda dell’esistenza — è ciò che, prendendo in prestito un verso di Ël sens di V. Rollone, costituisce il filo conduttore dell’esperienza poetica contemporanea piemontese raccolta nell’antologia In Our Mother’s Voice: Poems from Piedmont. Il volume, uscito lo scorso aprile per Fomite Press e curato da Antonello Borra, riunisce voci di poetesse e poeti di diverse aree del Piemonte, con traduzioni italiane e inglesi, e paesaggi di Marco Vacchetti; si tratta di «a tribute of affection to a language threatened by extinction»: un omaggio d’affetto a una lingua minacciata di estinzione, che continua però a vivere anche nella scrittura e nella voce dei suoi poeti.

Piemontese di nascita e professore emerito di italiano presso l’Università del Vermont, Antonello Borra è anche poeta, autore in prima persona di diverse raccolte, tra cui Erbario lapidario, Fabbrica delle idee, Alfabestiario; nell’antologia In Our Mother’s Voice: Poems from Piedmont mette invece al servizio della poesia della sua terra la propria esperienza di curatore e traduttore.

Lei è piemontese di nascita, ma vive e insegna da tempo negli Stati Uniti. Che ruolo hanno avuto questa distanza geografica e questo sguardo ‘da fuori’ nella costruzione del libro? Vivere lontano dal Piemonte le ha permesso di guardare alla poesia (e alla lingua) piemontese da una prospettiva diversa?

Vorrei precisare che io sono anche un madrelingua piemontese. E come la gran parte di quelli della mia generazione che provengono dal mio stesso strato sociale, l’italiano l’ho imparato a scuola. Questo, credo, complica un po’ la mia risposta per il fatto che la lingua degli affetti più profondi e quella della cultura ufficiale che io ho insegnato per decenni negli USA sono diverse. La relazione problematica, o almeno complessa, tra un “fuori” e un “dentro” relativi alla lingua che si parla, si scrive e si studia si è manifestata molto presto. Certo, ne sono diventato pienamente consapevole solo più tardi studiando lingue straniere all’università e ancor più con l’esperienza dell’emigrazione. Vivo negli Stati Uniti da circa trentacinque anni, ma ho sempre passato lunghi periodi di tempo in Italia, periodi che corrispondevano ai ritmi dell’anno accademico e a cui si sono aggiunti anni sabbatici dedicati alla ricerca. È proprio con l’ultimo sabbatico che ho deciso di concentrarmi sulla poesia contemporanea scritta in piemontese. Direi che l’ho fatto soprattutto per motivi affettivi. Io non ho mai smesso di parlare quotidianamente il dialetto, fosse anche solo per qualche minuto al telefono con i miei, e la lontananza geografica ha forse acuito un senso di nostalgia e un senso di appartenenza che, per ovvi motivi, non può che essere parziale. Vivere all’estero, parlare altre lingue, aver sposato una donna italo-tedesca ha senza dubbio aumentato la mia consapevolezza di una scissione originaria. Forse per questo a un certo punto della mia vita professionale ho avvertito la necessità di fare qualcosa per quella che è, e che resta, la mia lingua madre. Siccome anche io sono un poeta, mi è sembrato naturale e doveroso dedicarmi a quanto si scrive oggi in versi in piemontese. Tra l’altro, la mia prima poesia pubblicata era in dialetto, l’avevo scritta per un concorso che si fa ogni anno nel mio paese, Carrù.

Che cosa l’ha spinta a pubblicare un’antologia di poesie in piemontese un contesto editoriale come quello statunitense? E come immagina che possa avvicinarsi a queste poesie un lettore che non conosce la lingua?

Come dicevo, la motivazione originaria è di natura affettiva. Vivendo negli Stati Uniti era abbastanza automatico che volessi pubblicare qui questo lavoro e Fomite Press, il piccolo editore con cui sono usciti quattro dei miei libri di poesia, ha subito accettato la mia proposta, compresa quella editorialmente dispendiosa di includere nel volume dodici tavole a colori di Marco Vacchetti. Ho presentato il libro qui alla University of Vermont e ad un paio di altre letture pubbliche con altri poeti. In queste ultime, io leggevo il testo originale in piemontese e Dave Cavanagh, un amico poeta di qui, leggeva le varie traduzioni inglesi, su cui tra l’altro era in più casi intervenuto con correzioni e suggerimenti. Il libro presenta il testo piemontese, a piè di pagina si trova la traduzione in italiano e sulla pagina di fronte la versione inglese. In aggiunta, per alcuni dei testi inclusi abbiamo un codice QR che permette di ascoltare il testo letto dall’autore, ma di questo parleremo più avanti.

Il titolo del volume, In Our Mother’s Voice, lega la sopravvivenza del piemontese alla figura della madre e alla trasmissione familiare. Che cosa rappresenta per lei questa voce? E quale ruolo può avere oggi la poesia in una lingua la cui trasmissione quotidiana, da una generazione all’altra, si fa sempre più fragile?

Il libro è dedicato alla mia mamma, Agnese Gandolfi, che se ne è andata nel 2023, oltre che al mio amico scrittore ed editore Marc Estrin, scomparso l’anno scorso. La presenza della morte occupa tutta la prima sezione del volume, intitolata appunto Loss cioè “perdita”, ma si manifesta anche più avanti.  La sezione è costituita da due poesie di Remigio Bertolino che lamentano la scomparsa della madre e una di Barbafiore in cui a parlare è una vedova. Non era una scelta casuale. Ecco, io direi che questa presenza minacciosa è un po’ la cifra del libro che, come tutti i libri, cerca di mandare nel futuro la memoria di qualcuno, di qualcosa. Inoltre, si usa l’espressione lingua madre per l’ovvio, ma non trascurabile motivo che apprendiamo a parlare prima di tutto dalle nostre mamme. Forse a volte si dimentica, o si finge di dimenticare che sono le donne, prima ancora che gli uomini, a trasmettere la propria lingua e la propria cultura alle nuove generazioni. La voce di mia madre io la ritrovo in tutto quello che faccio, che dico e che scrivo, anche se mi esprimo in italiano, o in un’altra lingua. È a lei che riconduco il mio atteggiamento nei confronti del linguaggio. Nessuno può prevedere il futuro, ma è difficile pensare che i vari dialetti, se così vogliamo chiamare le lingue come il piemontese, possano sopravvivere ancora a lungo a fronte dei grandi cambiamenti e spostamenti di popolazioni a cui stiamo assistendo. Scrivere in dialetto costituisce una forma di resistenza.

Nell’antologia convivono poeti provenienti da aree diverse del Piemonte, e quindi portatori di diverse varianti del piemontese. Quanto peso hanno avuto le differenze locali nella costruzione del volume? Le interessava restituire un panorama il più possibile rappresentativo della poesia piemontese contemporanea, oppure mettere in evidenza proprio le differenze che attraversano la lingua e i suoi territori?

A ben guardare tutti i poeti che ho incluso vivono tra la provincia di Cuneo e quella di Torino, o se risiedono altrove, come ad esempio Valerio Rollone, che abita nel vercellese, sono comunque nati a Torino. E nonostante una pronuncia più o meno localizzata a seconda dell’autore, continuano tutti inevitabilmente a far riferimento alla grafia standard stabilita a partire dal torinese, che un tempo era considerato la variante più prestigiosa.  Sono un dialettofono, ma non un dialettologo e non avevo nessuna intenzione di restituire un panorama esaustivo della poesia piemontese. Esistono altri libri, eccellenti, che già lo fanno in relazione ad aree specifiche, a una provincia o un’altra, o a tutto il Piemonte. Gli autori che io ho scelto sono in ogni caso tutti già riconosciuti a livello regionale ed inclusi nei più importanti lavori antologici in circolazione.

Anche sul piano dei temi e delle forme, l’antologia è molto varia: come ha scelto i testi da includere? Le interessava soprattutto rappresentare la varietà della poesia piemontese contemporanea o ci sono state poesie che l’hanno colpita in modo particolare e che ha voluto assolutamente inserire?

Mi fa molto piacere che Lei sottolinei la varietà tematica e formale dei testi inclusi. Ma, di nuovo, io ho voluto fare un lavoro differente dalle antologie già esistenti. Per questo motivo, ad esempio, ho adottato un criterio tematico e non cronologico per organizzare il materiale. Si vedrà poi che gli autori inclusi hanno più testi o meno in rapporto, più o meno stretto, al numero di libri pubblicati da ciascuno. Ho cercato di far sì che le mie scelte fossero il più possibile rappresentative dello stile e della personalità di ciascun poeta e spero di non aver incasellato nessuno in una mia gabbia interpretativa troppo rigida. E comunque uno stesso autore può esser presente in più di una delle undici aree tematiche che ho adottato. Ed è ovvio che i miei gusti personali hanno giocato un ruolo nelle mie scelte.

Il volume affianca al testo piemontese una traduzione italiana e una inglese. Che equilibrio ha cercato di mantenere tra fedeltà linguistica, resa poetica e accessibilità per lettori che non conoscono il piemontese? E quali sono, a suo avviso, le maggiori difficoltà nel tradurre una poesia dialettale? Penso non soltanto al significato dei testi, ma anche alle sonorità e alle espressioni locali che possono sfuggire nella traduzione. Ci sono aspetti che ha scelto consapevolmente di non rendere del tutto, accettando che una parte dell’esperienza linguistica restasse legata all’originale?

Le traduzioni italiane sono fatte dagli autori delle poesie, che di regola pubblicano i loro testi in edizioni bilingui per ovvi motivi. Per quel che invece riguarda la traduzione inglese, i miei obiettivi erano la leggibilità e la fedeltà all’originale. Tradurre versi “poeticamente” in una lingua che non è la propria è quanto meno azzardato, e questo al di là di qualsiasi livello, anche altissimo, di competenza. Non mi sono mai posto il problema di rendere le poesie scelte se non con un linguaggio il più possibile chiaro, ma mi sono avvalso della consulenza di amici poeti e letterati americani per una rilettura dei testi e per consigli sul registro o sull’effetto che una certa formulazione poteva avere sui lettori madrelingua. Chiaramente, la scelta dei testi da includere teneva in considerazione la loro traducibilità. Ho evitato poesie in cui l’ambiguità o il gioco linguistico erano costitutivi o che presentavano elementi che richiedevano note a fondo pagina per lettori senza familiarità con il Piemonte o con l’Italia. Non credo poi che la poesia dialettale in genere sia più o meno difficoltosa da tradurre di quella in lingua, in qualsiasi lingua. Inoltre, ci sono poeti che si esprimono in forme più o meno chiuse, cosa che può complicare o semplificare il compito del traduttore. Ma il problema resta sempre quello della traduzione della poesia in quanto poesia, se è vero che questa consiste in una “esitazione tra il suono e il senso”, come aveva scritto Paul Valéry, ma nell’originale francese la formulazione è ancor più persuasiva che in italiano.

Alcune poesie sono corredate da QR code che permettono di ascoltarne la lettura. Com’è nata questa scelta? E secondo lei, che importanza ha la dimensione orale per un lettore non piemontese o addirittura non italiano? Che cosa può restituire la voce che la pagina scritta da sola non riesce a trasmettere?

Questo è l’aspetto più innovativo del libro. È stata un’idea di mia moglie Adriana, tecnologicamente più evoluta del sottoscritto. Il QR porta al mio sito web (antonelloborra.org) dove ho postato una serie di video in cui i poeti e le poetesse sono filmati mentre leggono il loro testo. Sulla pagina web, a fianco del video, si trovano il testo della poesia nell’originale piemontese, la traduzione in italiano, quella in inglese e una breve nota biografica dell’autore in inglese. Lasciando da parte discorsi complessi sulla fondamentale importanza dell’oralità per quanto riguarda la poesia, mi sembra che in questo caso chi non conosce né il piemontese né l’italiano possa prima di tutto farsi un’idea di come suoni la lingua e di quali siano i ritmi del testo poetico originale a cui non avrebbe accesso attraverso la traduzione inglese. Chi invece conosce l’italiano, o un altro dialetto, lingua naturale, minoritaria o vernacolo che dir si voglia, potrà riflettere anche su affinità e differenze. Inoltre, vedere ed ascoltare un’autrice o un autore leggere il proprio lavoro è un’esperienza estetica più ricca. Non è un’esperienza antagonistica a una lettura individuale e silenziosa dei testi, ma di certo è un’esperienza diversa e può rivelarsi proficua. Potrei aggiungere che nell’epoca in cui trionfa la visualità superficiale e chiacchierona dare una voce e un volto ai poeti, in particolare a coloro che si esprimono in dialetto, possa costituire, ci tengo a ribadirlo, una forma benefica e pacifica di resistenza culturale. Vorrei anche ricordare un altro aspetto del libro che a mio parere ne aumenta il valore. Sono le bellissime tavole paesaggistiche a colori realizzate da Marco Vacchetti che abbiamo messo in apertura di ogni sezione tematica per contribuire ad anticipare il tono dei testi e a rendere visualmente l’atmosfera della terra piemontese.

Vorrei concludere tornando al senso complessivo del progetto. Al di là della conservazione di una lingua e della valorizzazione di una tradizione letteraria, che cosa spera che In Our Mother’s Voice possa lasciare ai suoi lettori? E, guardando al futuro, quale ruolo può avere la poesia, secondo lei, nel mantenere viva questa lingua, soprattutto nel rapporto con le nuove generazioni?

Ho cercato di dare un contributo alla salvaguardia di una forma di vita e di cultura che è quella della mia gente e, grazie alla traduzione in inglese, di far arrivare a un pubblico più ampio poesie che non hanno nulla da invidiare a quanto si scrive in italiano. Certo, non bisogna farsi troppe illusioni e dimenticare che il pubblico della poesia è comunque ristretto. Ma come sosteneva Giovanni Raboni, poeta notevole e critico finissimo, è meglio porsi il problema in termini diacronici, non sincronici. Allora si vedrà una folla immensa di appassionati distendersi lungo l’arco dei secoli. Come si diceva prima, il numero degli Italiani dialettofoni è in decrescita e sarebbe ingenuo pensare che gli immigrati o anche gli Italiani di nuova generazione vogliano o debbano apprendere i dialetti. E ancor più ingenuo è pensare che per farlo ricorrano alla poesia. Detto ciò, le più antiche testimonianze di lingue ormai estinte sono quasi sempre in versi. Vorrà ben dire qualcosa.

L'autore

Elisa Guerri
Nata nel 2000 a Città di Castello, Elisa Guerri si è laureata in Lettere moderne con un lavoro sul vocalismo del dialetto tifernate e ha proseguito con una laurea magistrale in Studi italiani, classici e Storia europea. La sua tesi, «Testi quattrocenteschi di Città di Castello e del contado. Contributo allo studio storico-linguistico di un volgare alto-mediano» (rel. prof. Giulio Vaccaro), esplora le radici linguistiche della sua città. I suoi interessi di ricerca riguardano la lingua nelle sue molteplici manifestazioni, con particolare attenzione alla dimensione dialettale, specchio di identità.