L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Anche per Ipponatte permangono notevoli incertezze circa la data di nascita, mentre è accertato che nacque a Efeso. Il Marmor Parium colloca la sua fioritura intorno al 540 a.C.; Plinio[1] la situa nella 60ª Olimpiade (540-537 a.C.), dunque in un periodo non molto diverso. Si può pertanto ipotizzare che Ipponatte sia nato intorno al 560 a.C. e morto verso il 500 a.C.: la sua vita si sarebbe così svolta interamente nel VI secolo a.C. Permangono dubbi anche sui nomi dei genitori: secondo una testimonianza della Suda[2], tutt’altro che certa, il padre si sarebbe chiamato Pitheas e la madre Pròtida. Nulla di sicuro sappiamo neppure sulla sua originaria condizione sociale. Stando all’etimologia del nome, che significherebbe «signore dei cavalli», potrebbe essere appartenuto a una famiglia aristocratica poi caduta in disgrazia o in povertà. Purtroppo, non è possibile ricavare indicazioni al riguardo dalla stessa poesia ipponattea: i frammenti giunti fino a noi, mutili e spesso di difficile interpretazione, non offrono riferimenti espliciti a questo aspetto. Secondo la già citata Suda, il poeta fu esiliato a Clazomene dai tiranni di Efeso, Komàs e Athenagoras, a causa della sua avversione a ogni forma di oppressione, che avrebbe manifestato attraverso attacchi verbali contro i due governanti.
A Clazomene Ipponatte condusse una vita segnata da stenti, espedienti e sofferenze, che trovarono espressione nella violenza, nella crudezza e nell’amarezza della sua poesia. Non sappiamo né quando né dove morì: non possediamo alcuna testimonianza, contemporanea o successiva, che lo chiarisca. Del resto, la figura di Ipponatte si confonde spesso con quella di un certo Ananio[3], poeta satirico del quale conosciamo soltanto il nome e alcuni versi, che diversi studiosi attribuiscono peraltro al poeta di Efeso. Colpisce il fatto che, fra gli antichi lirici, proprio per Ipponatte le notizie biografiche siano così scarse, quasi del tutto assenti. Il suo nome compare, è vero, nelle opere di numerosi commentatori di epoche successive, ma di rado si trovano informazioni sulle vicende della sua vita e sulla sua morte. Si potrebbe pensare che la sua esistenza, trascorsa ai margini della società, non sia stata segnata da eventi ritenuti degni di essere ricordati; una simile conclusione, tuttavia, rischierebbe di essere superficiale. La maggior parte dei suoi frammenti è raccolta nel XVIII volume (1941) dei papiri di Ossirinco, come vedremo più avanti.
Una parte considerevole della produzione di Ipponatte è incentrata sulla parodia, sulla polemica e sull’attacco a personaggi noti o ignoti, con i quali il poeta, in un modo o nell’altro, entrò in contrasto o semplicemente ebbe a che fare. Particolarmente violenti, e per questo celebri, furono i versi rivolti contro gli scultori Bùpalo e suo fratello Atènide, accusati di aver raffigurato Ipponatte in forma caricaturale in alcune loro opere[4]. Secondo la tradizione, il poeta li avrebbe ridicolizzati al punto da indurli al suicidio[5]; si tratta, tuttavia, di un racconto non suffragato da elementi concreti di verifica.
È evidente il parallelismo con la vicenda di Licambe e delle sue figlie nella poesia di Archiloco, tanto più che nell’invettiva ipponattea[6] ricorre il riferimento a una donna, Arete, che, a quanto pare, avrebbe abbandonato il poeta per andare a vivere con il rivale Bùpalo. È dunque possibile che l’intera vicenda sia riconducibile a una rivalità amorosa, conclusasi sfavorevolmente per Ipponatte, il quale avrebbe reagito ricorrendo alla satira e alla parodia. Quanto ai due scultori, Plinio[7] riferisce che erano figli di un certo Aschermo, originario dell’isola di Chio, e che operarono fino alla 60ª Olimpiade (540-537 a.C.). Furono quindi contemporanei di Ipponatte.
Se le notizie biografiche su Ipponatte sono estremamente frammentarie e incerte, non migliore è lo stato in cui ci sono pervenuti i suoi testi poetici: spesso ridotti a pochi frammenti, si sono conservati in minima parte grazie alle opere di commentatori e lessicografi[8]. Ritrovamenti papiracei più recenti[9] hanno ampliato il corpus della sua produzione, ma i testi rimangono molto lacunosi e si prestano a integrazioni e interpretazioni talvolta ardite e arbitrarie.
La poesia di Ipponatte è stata spesso contrapposta a quella di Archiloco: entrambi sono rappresentanti emblematici dell’ispirazione satirica nell’antica lirica greca. Il confronto tra i due poeti, tuttavia, regge soltanto nelle sue linee più generali, poiché sono profondamente diversi i motivi ispiratori, l’origine, i caratteri e i contenuti delle rispettive opere. Ad Archiloco si riconosce una visione universale dell’esistenza e del destino umano; Ipponatte, invece, sembra non riuscire a superare l’ambito personale e individuale e la dimensione contingente della propria esperienza sociale. Certamente la poesia di Ipponatte non possiede la stessa forza evocativa ed espressiva di quella di Archiloco; presenta però un realismo di rara intensità, talvolta crudo e spietato, ma sempre genuino, diretto e mordace, pervaso da un’amarezza tormentosa e da un senso acuto di solitudine. È una poesia che sembra riflettere con dolorosa fedeltà le vicende vissute dal poeta: situazioni occasionali, fatti di ogni giorno, episodi della più prosaica quotidianità. A tali contenuti si adatta il linguaggio, fondato su uno ionico d’uso corrente che Ipponatte ama «arricchire» con espressioni frigie e che anticipa chiaramente[10] alcuni caratteri della prima commedia attica, richiamando anche momenti del successivo mimo alessandrino.
Ipponatte restituisce con drammatica immediatezza gli avvenimenti che scandiscono la sua esistenza, quasi nel momento stesso in cui accadono, con un’intensità che sembra non lasciare spazio all’invenzione. Tutto appare attuale, concreto, vissuto come una ferita nella carne e nel pensiero, entro una solitudine ossessiva e senza via d’uscita, in una completa nudità di sentimenti e di gesti. La grande libertà espressiva e l’atteggiamento irriverente e parodico ne costituiscono dunque il riflesso e la rappresentazione più fedele. È questo il sigillo personale e inconfondibile dell’opera del poeta di Efeso.
La fama e l’influenza di Ipponatte[11] si ritrovano più volte nei secoli successivi: c’è chi lo considera amante di Saffo[12], chi lo menziona nelle proprie opere[13], chi lo ricorda con deferenza[14], fino all’Antologia Palatina, che conserva[15] epigrammi a lui dedicati. Si ritiene inoltre che Ipponatte abbia «inventato» il metro detto «coliambo» o «giambo scazonte»[16], nel quale l’ultimo piede del trimetro assume una struttura spondaica o trocaica, producendo alla fine del verso un ritmo percepito come «zoppicante», quasi fuori tempo. Nella sua produzione non mancano comunque esametri dattilici, tetrametri trocaici e trimetri giambici regolari. Numerosi giambografi posteriori subirono l’influsso della poetica di Ipponatte, fra cui Eronda, Ananio e Fenice di Colofone. Anche il grande Callimaco ne risentì nei suoi Giambi (191, 1 Pf.; 203, 12-14 Pf.). Persino Aristofane, nel Pluto, nella Lisistrata e nelle Rane, mostra tracce della sua influenza. In epoca più tarda, tuttavia, la poesia di Ipponatte fu oggetto di severe critiche e di esplicite disapprovazioni[17]. Nell’edizione critica di Masson[18], l’opera di Ipponatte è suddivisa in tre libri: Giambi I, Giambi II, cui seguono gli Epodi, e Giambi III.
[1] Plin. Hist. Nat. 36, 11.
[2] Suda, s.v. Ipponatte II, 665, 16, Adler.
[3] v. ad es. Athen. 16, 625c.
[4] v. nota n. 2 nel commento del Suda.
[5] Ps.-Acro. Comm. ad Horat., epod. 6, 11 segg. e cit. Plin. Hist. Nat.: «Quid falsum est».
[6] Fragm. 15 D (12 M), 16 D (13 M), 17 D (14 M), 21 D (16 M).
[7] v. nota n. 1.
[8] Tzetz. In Lycophr. 219; Schol. Lycophr. Alex. 855; Schol. Arist. Pl. 87; Athen. 7, 304b; Athen. 14, 645c; Athen. 9, 388b; Erot. Lex Ipp.a31; Athen. 15, 698d; Stob. 4, 22, 35: Dio. Laert. Phil. Vit. 1, 8.
[9] P. Oxy. 2174, 2175, 2176.
[10] J. Dallas, Lirici antichi, 1, Giambografi, Atene, 1976.
[11] Sta qui la fondamentale contraddizione che contraddistingue l’opera del poeta: da una parte, della sua produzione non rimangono che frantumi disorganici e tronchi; dall’altra, la sua ‘lezione’ e personalità a lungo hanno continuato la loro influenza anche molto dopo la sua scomparsa.
[12] Athen. 13, 599d.
[13] Aristof. Lis. 361 e Ran. 659-661.
[14] Callim. 191, 1, Pf.
[15] A. P. 7, 405 (Filippo); 7, 536 (Alceo Mess.); 7, 408 (Leonida Tarantino).
[16] Da σκάζειν, zoppicare.
[17] Clem. Al. Stromat. 1, 1.
[18] O. Masson, Les fragments du poète Hipponax, Paris, 1962.
L'autore
- È nato a Thessaloniki (Grecia) e tuttora risiede a Plaghiari (Thessaloniki). Studi Classici e Giurisprudenza. Servizio presso il Ministero degli Affari Esteri. Studioso e traduttore di letteratura greca, di poesia in particolare, oltre che traduttore di poesia italiana in lingua greca. Circa 450 collaborazioni con riviste italiane e greche, nonchè siti internet su tematiche di letteratura, archeologia, etnologia (folclore), politica, religione, attualità. È autore del primo studio edito in Italia sulla canzone popolare urbana greca (Canzone Rebètika). È altresì in via di preparazione il correlato studio sulla canzone popolare rurale greca (Canzone Demòtica). È Membro Onorario della Società Ellenica degli Scrittori e Membro Onorario della Società degli Autori di Salonicco(Thessaloniki). Premio “Didò Sotirìu” 2021 della Società Ellenica Scrittori per l’opera di diffusione all’estero della letteratura greca. Premio 2026 della Società Traduttori Greci di Letteratura per il contributo a favore delle lettere greche.
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