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Giuseppe Bellosi e la vitalità poetica del dialetto romagnolo

In un panorama editoriale sempre più orientato alla standardizzazione linguistica, l’agile saggio di Giuseppe Bellosi – Caratteri e forme, autori e pubblico della poesia in dialetto romagnolo, estratto da «Il parlar franco», XXIII-XXIV (2023-2024), pp. 17-46 – rappresenta un breve ma esauriente compendio sulla vitalità della poesia dialettale romagnola: il saggio esplora i molteplici volti della lirica regionale, dalle origini secentesche del Pulon matt, all’attualità che vede opere di autori dialettali tradotte in inglese, francese, tedesco (lo stesso Bellosi è stato curatore di antologie bilingui).

Il percorso tracciato dal saggio è chiaro e ben strutturato, ma mai banale o eccessivamente schematico; più che un semplice excursus storico, sembra quasi un viaggio nella tradizione dialettale romagnola, costruito attraverso una scansione cronologica limpida: i secoli si susseguono in capitoli ben distinti, offrendo una storia che prende corpo attraverso la voce dei poeti.

Il Seicento e il Settecento sono segnati da una produzione discontinua e spesso legata a contesti colti o a occasioni specifiche. Opere come il Pulon matt – oscillante tra mondo contadino e modelli cavallereschi – mostrano un dialetto ancora filtrato, quasi messo in scena da autori che lo osservano: nonostante cominci ad emergere una dimensione popolare, essa non è ancora sostenuta da una vera continuità.

Sarà nell’Ottocento che il quadro cambierà decisamente: la poesia dialettale smette di essere un fenomeno sporadico e acquista stabilità, inaugurando una tradizione destinata a svilupparsi fino al presente. La stampa delle prime raccolte e l’allargamento del pubblico segnano un passaggio decisivo, e figure come Olindo Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti) mostrano come il romagnolo possa farsi strumento espressivo duttile, capace di registri diversi.

Passando al Novecento, Bellosi individua una trasformazione cruciale: la poesia dialettale si rinnova sul piano tematico e stilistico, e soprattutto rilancia la propria vocazione orale; con Aldo Spallicci, in particolare, il dialetto esce dai circuiti ristretti degli intellettuali e torna nelle piazze e nei teatri, affidato a musica e recitazione: l’autore afferma che «se oggi la poesia in romagnolo si presenta come un unicum […] lo si deve anche alla scelta del dialetto per la poesia che Spallicci compì agl’inizi del Novecento» (p. 29). Questo è, probabilmente, il punto centrale del saggio: l’importanza della poesia dialettale romagnola, unica per numero di autori e ampiezza della produzione, ma anche per il suo modo di esistere, che non si esaurisce nella pagina scritta.

Questo movimento trova uno sviluppo ulteriore nel secondo Novecento, quando la poesia dialettale tende sempre più a sconfinare nel teatro – e anzi, la recitazione diventa elemento centrale: autori come Raffaello Baldini mostrano con evidenza il legame che unisce dialetto e dimensione performativa.

Da qui, Bellosi riesce a collegarsi alla questione del pubblico: se il poeta vernacolare ottocentesco si rivolgeva a una comunità locale ben definita, il poeta neodialettale contemporaneo si muove invece in uno spazio molto più ampio; qui emerge uno degli aspetti più interessanti del saggio: lungi dall’essere un fenomeno marginale o nostalgico, la poesia in dialetto romagnolo dimostra la propria capacità di attraversare confini (e le traduzioni in lingue straniere a cui si accennava all’inizio testimoniano come questa produzione possa inserirsi a pieno titolo nel circuito della comunicazione letteraria internazionale).

Il saggio si conclude con una breve riflessione sulla trasformazione della situazione linguistica: si è giunti ormai  ad una situazione in cui la maggior parte dei fruitori non è più dialettofona (pur conservando la capacità di comprensione del dialetto); in questa prospettiva si colloca, ad esempio, la figura di Agnese Fabbri, che afferma di non parlare in dialetto nella quotidianità, ma di conoscerlo ed utilizzarlo consapevolmente come lingua poetica.

Ne risulta un quadro in cui il dialetto è uno strumento vivo, non solo un reperto del passato:  attraverso l’excursus proposto, Bellosi ci restituisce la complessità della tradizione lirica dialettale romagnola, invitandoci a riconsiderare il dialetto come un’importante possibilità espressiva.

L’itinerario bellosiano non è quindi mera cronaca, ma analisi delle forme espressive, che trasformano il dialetto da relitto folklorico a veicolo di poesia; l’analisi della tradizione intreccia profili autoriali e dinamiche di ricezione pubblica, tanto da portare la giornalista M. Ricci, in occasione del conferimento del Premio Romagna 2026 a Bellosi, ad affermare che «con la precisione del ricercatore e la passione dell’umanista, [Bellosi] ha sottratto all’oblio il patrimonio immateriale della sua terra, trasformando il dialetto da reperto del passato a lingua viva e tutelata».

Glottologo, etnologo e poeta, Giuseppe Bellosi è quindi una figura di riferimento nello studio e nella valorizzazione del dialetto romagnolo: nel corso della sua attività, oltre ad essersi dedicato ad opere di tipo divulgativo, ha anche portato avanti studi di lingua locale sul piano scientifico, attraverso ricerche etnografiche, e sul piano creativo, dedicandosi in prima persona alla produzione poetica.

Seppur affermi, nella sua intervista per Insula Europea del 31 ottobre 2017 che «il dialetto romagnolo […] non ha potuto sviluppare lo stesso grado di effabilità della lingua italiana», in questo compendio dimostra come esso sia stato invece ampiamente impiegato in ambito poetico e, in seguito, teatrale. Ne emerge così una tradizione tutt’altro che marginale: il dialetto romagnolo, rivelando la propria storia, si legittima come lingua della poesia.

Ciò si lega ad una riflessione più recente dell’autore; infatti, dopo aver dedicato decenni allo studio delle varietà linguistiche romagnole, nella sua intervista per il quotidiano «Sette Sere» del 7 febbraio 2026, esprime la propria preoccupazione a proposito della sparizione dell’uso del dialetto, avvertendo che perdendolo si perde molto più di un insieme di parole. Ogni lingua porta con sé immagini, modi di dire, gesti, un modo particolare di guardare il mondo. Quando una lingua scompare, viene meno anche una parte di quella visione. I dizionari possono conservare i vocaboli, ma non restituiscono tutto ciò che sta intorno alle parole: il ritmo, l’intonazione, il contesto umano in cui sono nate. Del dialetto resterà comunque una traccia nell’italiano che parliamo, in alcuni modi di dire: un romagnolo, ovunque vada, si riconosce subito.

Così, questa ‘paura’ di perdere il patrimonio dialettale si traduce in un certo senso nella stesura di Caratteri e forme, autori e pubblico della poesia in dialetto romagnolo, in cui si legge implicitamente la volontà di preservare la ricchezza idiomatica della sua terra attraverso un excursus storico che ci mostra come, seppur ormai poco utilizzato a livello pratico, il dialetto in Romagna sia (stato) un tassello importante della storia della regione: il saggio non è quindi solo un’indagine storico-letteraria, ma anche un gesto di salvaguardia, che ci dimostra che perfino quando una lingua smette di essere quotidiana, può continuare ad esistere nella parola poetica. Il suo lavoro è dunque un modo per opporsi alla perdita, trasformandola in memoria condivisa, steso al fine di restituire al dialetto non il ruolo di reliquia, ma quello di lingua ancora capace di dire e di creare.

 

L'autore

Elisa Guerri
Nata nel 2000 a Città di Castello, Elisa Guerri si è laureata in Lettere moderne con un lavoro sul vocalismo del dialetto tifernate e ha proseguito con una laurea magistrale in Studi italiani, classici e Storia europea. La sua tesi, «Testi quattrocenteschi di Città di Castello e del contado. Contributo allo studio storico-linguistico di un volgare alto-mediano» (rel. prof. Giulio Vaccaro), esplora le radici linguistiche della sua città. I suoi interessi di ricerca riguardano la lingua nelle sue molteplici manifestazioni, con particolare attenzione alla dimensione dialettale, specchio di identità.