L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Gaetano Poggiali (Livorno, 29 aprile 1753 – Livorno, 3 marzo 1814) fu bibliofilo, bibliografo, editore, erudito e studioso di letteratura italiana. Nato da Domenico di Iacopo, appartenente a una famiglia di origine pistoiese, e da Maddalena Lorenzi, livornese, proveniva da un ambiente agiato e di origine nobile. La sua figura appartiene a quella particolare stagione della cultura italiana fra Settecento e primo Ottocento nella quale il collezionismo librario, l’erudizione, la filologia e l’attività editoriale tendevano ancora a costituire aspetti diversi di una medesima impresa intellettuale. Poggiali non fu infatti soltanto un raccoglitore di libri: la biblioteca che costruì nel corso della vita divenne uno strumento di ricerca e, soprattutto, il punto di partenza di una intensa attività di recupero, studio e pubblicazione dei testi della tradizione letteraria italiana. La sua passione bibliografica si manifestò precocemente e si orientò in maniera particolarmente netta verso la letteratura italiana in volgare, con una predilezione per gli autori del Quattrocento e per i testi antichi. Nel corso degli anni Poggiali riuscì a formare una biblioteca privata di dimensioni e qualità eccezionali: alla sua morte la raccolta comprendeva oltre dodicimila volumi, fra manoscritti, incunaboli e libri a stampa. Non si trattava però di una collezione costruita secondo un criterio puramente quantitativo. Poggiali cercava esemplari rari, edizioni significative e testimonianze utili alla ricostruzione della tradizione testuale; la sua attività di bibliomane era dunque strettamente connessa a una precisa concezione della cultura, nella quale il possesso del libro coincideva con la possibilità di studiarlo, confrontarlo e restituirlo a nuovi lettori. Particolarmente importante fu la rete di rapporti che Poggiali costruì con studiosi, bibliotecari, librai e collezionisti di tutta Italia. Il suo carteggio documenta rapporti, fra gli altri, con Giuseppe Piacenza, Michele Colombo, Jacopo Morelli, Francesco Del Furia, Francesco Fontani, Angelo Maria Bandini e Giuseppe Molini. Attraverso questa fitta rete di relazioni egli veniva a conoscenza di manoscritti, libri rari e intere biblioteche disponibili sul mercato, acquistando talvolta raccolte di notevole consistenza. La sua biblioteca si formò quindi anche grazie a un’attività quasi sistematica di ricerca sul mercato antiquario e di scambio con i principali protagonisti della cultura bibliografica italiana.
Un momento decisivo nella formazione della raccolta fu l’acquisto, nel 1800, della biblioteca appartenuta a Piero Del Nero e successivamente confluita nella famiglia Guadagni. La raccolta, accresciuta dagli eruditi Alessandro e Carlo Guadagni, comprendeva 195 manoscritti di letterati italiani e circa 2500 volumi a stampa. Fra i manoscritti si trovava anche un importante codice trecentesco della Divina Commedia, che Poggiali avrebbe utilizzato nella preparazione della propria edizione dantesca. Il manoscritto, oggi conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze con la segnatura Palatino 313, è legato alla storia della filologia dantesca proprio attraverso il nome del suo antico possessore e utilizzatore, tanto da essere tradizionalmente conosciuto anche come «codice Poggiali». Il passaggio dalla bibliofilia all’attività editoriale avvenne nel 1786, quando Poggiali si associò allo stampatore livornese Tommaso Masi, nipote di Marco Coltellini, dando vita alla società tipografica «Tommaso Masi e Comp.». La collaborazione rappresentò uno dei momenti più importanti della storia culturale della Livorno settecentesca. Poggiali svolgeva il ruolo di consulente editoriale, scegliendo i testi da pubblicare, procurandosi la collaborazione degli studiosi, confrontando le testimonianze e intervenendo direttamente nella revisione e nella correzione dei testi (la tipografia Masi divenne così uno degli strumenti attraverso i quali la cultura libraria livornese poté partecipare al più generale processo di riscoperta e valorizzazione dei classici italiani). Fra le imprese più significative curate da Poggiali vi furono le edizioni di importanti autori della tradizione italiana: la tipografia Masi pubblicò, fra l’altro, la Collezione completa delle commedie del signor Carlo Goldoni avvocato veneziano (1788-1793), oltre a testi di Boccaccio, Sacchetti, Bandello, Adimari, Vinciguerra, Ariosto, Bentivoglio, Alamanni e altri autori. La scelta dei testi rivela chiaramente il programma culturale di Poggiali, ovvero recuperare opere appartenenti alla tradizione letteraria italiana, riportarle in circolazione e sottoporle, quando necessario, a un’attenta revisione filologica. La sua posizione di editore e studioso emerge con particolare chiarezza dalla Divina Commedia pubblicata a Livorno dalla tipografia Masi fra il 1807 e il 1813. L’edizione, in quattro volumi, rappresentò il culmine della sua attività editoriale. Per stabilire il testo Poggiali partì dall’edizione della Crusca del 1595, ma introdusse numerose varianti ricavate dal manoscritto da lui acquistato nel 1800. L’edizione dantesca comprendeva inoltre un ampio apparato di commento; egli utilizzò in particolare il commento di Pompeo Venturi e quello di Baldassarre Lombardi, operando una selezione e un confronto fra le diverse interpretazioni. La critica successiva ha giudicato con severità alcuni aspetti del suo commento, accusandolo in particolare di prolissità; tuttavia, l’impresa rimane significativa per la quantità di materiale raccolto e per l’attenzione riservata alle varianti testuali e alla tradizione esegetica. Accanto ai grandi classici, Poggiali coltivò anche interessi più specificamente bibliografici e artistici: era esperto di stampe e litografie e nutriva una particolare ammirazione per l’incisore Raffaello Morghen, al quale dedicò il Catalogo ragionato della collezione dell’opere intagliate dal celebre Raffaelle Morghen possedute da Gaetano Poggiali, pubblicato a Livorno da Tommaso Masi nel 1810. Il libro testimonia ancora una volta la tendenza di Poggiali a trasformare la propria attività di collezionista in una forma di produzione erudita: ciò che possedeva non rimaneva necessariamente confinato nella dimensione privata della raccolta, ma poteva diventare oggetto di descrizione, catalogazione e studio.
Importanti furono anche i suoi rapporti con gli eruditi toscani: fu amico e collaboratore di Domenico Moreni, al quale fornì materiali per la Vita di Filippo Brunelleschi di Antonio Manetti, pubblicata nel 1812. Moreni, a sua volta, gli dedicò la propria Bibliografia di Toscana (Firenze, 1805), riconoscendo implicitamente il ruolo di Poggiali all’interno della rete erudita toscana. Il rapporto fra i due mostra bene come il livornese fosse inserito in un ambiente culturale assai più vasto della sua città: la sua biblioteca e la sua attività di ricerca lo ponevano in relazione con Firenze e con alcuni dei principali centri italiani degli studi bibliografici. Un documento particolarmente interessante per comprendere la consapevolezza che Poggiali aveva della propria attività è la relazione sulla stampa livornese redatta nel 1810 su richiesta del prefetto del Mediterraneo: in essa egli ricordava che nella tipografia Masi erano state pubblicate numerose opere, «specialmente un gran numero dei nostri migliori Classici, tanto editi che inediti», da lui «illustrati» e «ridotti alla più esatta lezione». Al tempo stesso riconosceva il paradosso economico dell’impresa: l’apprezzamento degli studiosi e il successo letterario delle pubblicazioni non avevano prodotto utili proporzionati alle fatiche sostenute. La stessa attenzione alla storia della lingua italiana raggiunse una forma compiuta nella Serie de’ testi di lingua stampati, che si citano nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, posseduta da Gaetano Poggiali, pubblicata a Livorno postuma nel 1814, a cura del figlio. L’opera costituisce uno dei più importanti risultati della sua attività bibliografica ed è considerata il primo vero repertorio descrittivo dei testi classici della lingua italiana citati dalla Crusca fino alla quarta impressione del Vocabolario.
In questo caso il collezionista diventa apertamente bibliografo: la propria biblioteca viene trasformata in uno strumento ordinato di conoscenza della tradizione linguistica italiana. Accanto ai libri e ai manoscritti raccolse medaglie, monete, stampe e altri oggetti, rivelando una curiosità erudita tipica della cultura antiquaria settecentesca (persino dopo la morte di Angelo Maria Bandini cercò di ottenere, attraverso i suoi rapporti con Francesco Del Furia, la celebre reliquia del dito di Galileo Galilei). La morte di Poggiali non pose immediatamente fine alla storia della sua biblioteca; il figlio Domenico progettò di venderla e incaricò Francesco Pistolesi di predisporre un catalogo; nel frattempo, però, il granduca Ferdinando III di Lorena manifestò l’interesse ad acquistare l’intera raccolta per 92.000 lire toscane. La collezione, inizialmente destinata alla Biblioteca Riccardiana, fu infine acquisita per la Biblioteca Palatina e costituì una componente importante di quella che sarebbe divenuta la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. La vicenda di Poggiali assume un significato che supera largamente quello della semplice biografia di un collezionista. La sua attività dimostra come, nella Livorno fra Settecento e Restaurazione, il commercio librario, il collezionismo, l’erudizione e l’editoria potessero costituire un unico circuito culturale.

La città portuale, tradizionalmente considerata soprattutto per la sua apertura commerciale e internazionale, fu anche sede di un’attività editoriale capace di confrontarsi con il patrimonio più antico della letteratura italiana. Poggiali rappresentò una delle figure attraverso le quali questa dimensione della cultura livornese si manifestò con maggiore evidenza.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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