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La dialettica amico-nemico rivisitata

In un recente bell’articolo su tuttolibri della Stampa (Sabato 11 Aprile 2026) Massimiliano Panarari annuncia un piano di ripubblicazione dell’opera di Carl Schmitt (1888-1985). Panarari sottolinea giustamente come Schmitt si considerasse un giurista e non un filosofo; in realtà di tale autodefinizione un suo lettore potrebbe giustamente dubitare: un giurista, in quanto tale, non si interessa dei fondamenti del diritto, della sua natura e nascita. Schmitt è forse un “positivista giuridico”, alla Kelsen? Un autore quindi che non si pone il problema del significato e valore di un sistema di leggi, ma che a partire dal fatto del loro vigere, del suo esser posto, si interroga eventualmente sulla coerenza delle norme con (senza interrogarli) tali principi generali? Neppure questo. Nel Concetto di politico (Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972) credo che il nostro autore si domandi proprio come sorga la dimensione politica e quale sia la sua natura, interrogandosi quindi sulla natura delle leggi che una comunità politica istituisce. Ad ogni modo, vale la pena sottolinearlo, in quanto segue non interessa un’adeguata esegesi dello studioso di Plettenberg. Intendo piuttosto partire dalla vulgata che lo vuole anche un teorico dei fondamenti della legge; l’opinione che fra l’altro domina, per lo più, negli insegnamenti di Filosofia Politica e di Filosofia del Diritto.

Ebbene, le due concezioni (di Teologia politica) solitamente più discusse appunto in questi due ultimi ambiti sono quella della “dialettica amico-nemico” e quella della sovranità, l’affermazione per cui “sovrano è chi che decide su lo stato di eccezione”. Entrambe, assunte appunto come tali, lasciano decisamente perplessi. La dialettica amico-nemico è grosso modo l’idea secondo cui una comunità si forma, si costituisce come tale, sotto la pressione di un nemico esterno. Ma tale concezione – che ha sullo sfondo, parafrasando e deformando l’inizio del Vangelo di San Giovanni, il fatto che “in principio sia il conflitto” – oggi di frequente ripresa dagli amanti della disputa, non funziona logicamente. Se una comunità si costituisce grazie alla pressione di un nemico, quest’ultimo dovrà già essersi costituito, aver formato una propria comunità. Ma allora due son le cose, o ogni costituzione ne presuppone una precedente, ed abbiamo assurdamente, a livello storico, un regresso all’infinito, oppure la comunità che dà il via al processo dovrà essersi formata senza la pressione di un nemico, quindi in pace. In principio, tale la banale conseguenza, era quindi l’ēirenē, l’armonia e la serena concordia della pace. L’osservazione logica, fra l’altro, non è affatto contraddetta da quella empirica. Per rendersene conto basta dare una scorsa a un testo di due paleo-archeologi americani, David Graeber e David Wengrow, recentemente pubblicato anche in traduzione italiana: L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità (Rizzoli, Milano 2022). In base ai reperti empirici a disposizione i due autori fanno ben vedere come la storia delle comunità umane presenti letteralmente “di tutto”, da società strutturalmente belligeranti a società completamente pacifiche; persino a società in cui anche la sovranità, la direzione politica, veniva affidata a turno ai soggetti del collettivo. Il fatto è che spesso gli studiosi di politica non si interessano della giustificazione storica delle loro affermazioni, affidandosi a teorie basate sulla presunta esistenza di una natura stabilita, anche politica, dell’essere umano.

C’è poi la questione della sovranità; la convinzione per cui “sovrano è chi decide su lo stato di eccezione”. L’idea è abbastanza chiara: sovrano è chi istituisce la legge, non semplicemente chi ubbidisce a una legge già data. Ma anche qui si potrebbe prospettare un’alternativa che il teorico della sovranità deve dirimere. Poniamo che la politica sia giustificabile per la parte in cui rispetta e cerca di attuare norme di carattere etico e che queste abbiano carattere oggettivo, che quindi anche in politica, per la sua eticità, si abbia a che fare con la giustificazione e la coppia vero/falso. In tal caso la sovranità che non rispettasse tali norme, anziché svolgere il ruolo di fondamento giuridico, sarebbe semplicemente, di fatto, una cattiva e fasulla sovranità, giudicabile in base ai principi cui pure dovrebbe ispirarsi. Né è pensabile, sempre in tal caso, che sussistano situazioni d’eccezione in cui l’etica non vale; si sarebbe nuovamente perso il carattere oggettivo cui dover sempre fare riferimento. Magari, in casi limite, da interpretare. Se d’altro canto l’oggettività della morale è una fola che la politica sbandiera agli ignari e gli ingenui per poterli più facilmente dominare, anche qui non c’è un caso d’eccezione per la semplice ragione che, dandosi solo eccezioni, di autentica eccezione non se ne dà alcuna. Voglio dire: se nessuna decisione ha più valore di un’altra e non sussiste appunto un criterio oggettivo cui la politica deve far riferimento mancando criteri di valore, qualsiasi decisione politica è equivalente a quello che Schmitt chiama “caso d’eccezione”. “Everything goes”, tutto va bene: la politica sceglie arbitrariamente i suoi fini. In tal modo però qualsiasi decisione politica ripropone lo “stato d’eccezione” schmittiano: come in questo, l’unica normatività plausibile è quella delle decisioni volta a volta prese, normative per chi deve ubbidire, di per sé del tutto soggettive e casuali. Certo, così viene meno la stessa possibilità di definire uno “stato d’eccezione” e d’altro canto senza criteri normativi, non semplicemente fattuali, come in grammatica, venute meno le regole valide vengono meno anche le loro eccezioni.

Ma ciò significa allora che la dialettica schmittiana amico-nemico non è mai utilizzabile, abbandonata a presunte essenze che nascono e muoiono nelle aule universitarie? E che anche la sovranità evapora nell’indeterminato? Forse no, a patto che i due assunti spieghino, permettano meglio di chiarire, specifiche situazioni storiche, liberate appunto dalla riflessione sull’essenza del politico e sulla presunta arbitrarietà di qualsiasi norma. La struttura del discorso andrebbe rovesciata: la dialettica amico-nemico e la sovranità nelle decisioni non sono affatto l’essenza del politico ma del politico degenerato: quando la politica è in crisi, quando non ha più validi punti di riferimento di riferimento, nasce qualcosa che somiglia da vicino alle inquietanti categorie schmittiane.

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Una caratteristica schmittiana che appare nei momenti di degrado politico è quella della polarizzazione, della opposizione senza mezzi termini. Chiaramente non nelle forze politiche ma in chi le vota, nel cittadino. O si sta dalla parte dei Montecchi o si celebrano i Capuleti, non è possibile aderire ai Montecchi riconoscendo comunque che in questo caso, nello specifico caso X, i Capuleti non hanno poi agito tanto male: chi non è con noi, si sentenzia da una parte e dall’altra, è contro di noi. “Chi si astrae dalla lotta – recita un detto romano con parolaccia – “è n’gran fijo de na .,..”. La polarizzazione estrema è la fine della discussione accompagnata da un minimo di ragioni fatte valere, ne sono un esempio poco edificante le discussioni cui si assiste alla radio e soprattutto in televisione, dove chi di volta in volta ha la parola deve cercare di stendere all’estremo le corde vocali (l’urlo figurato di Munch!) per superare il volume dell’avversario che strepita contemporaneamente.

Ma è soprattutto nella creazione del nemico che fa capolino, alterata, la dialettica schmittiana. Viene in mente il meraviglioso romanzo di William Golding, Il signore delle mosche. Un gruppo di bambini (e i bambini rappresentano il momento aurorale dell’umanità: peccato che non ci sia – a quanto so – una sociologia dei bambini) abbandonati su un’isola, privi di qualsiasi indicazione legale, di norma comportamentale, creano immediatamente un nemico per poter far gruppo sotto la guida del più violento e intraprendente. La situazione attuale è forse molto differente? La maggior parte delle autocrazie contemporanee, Orban, Putin, Netanyhau ecc., si comportano in modo analogo, e il medesimo sta accadendo nella democrazia americana: l’omino della stanza ovale, Donald Trump, non cerca forse di consolidare la sua tenuta inventandosi alleati infidi e avversari che sempre più minacciano la pace, la generosità e la disinteressata grandezza d’animo degli Stati Uniti? Per mantenere il potere, quando la politica degrada e il dibattito critico si affievolisce, occorre ingigantire i nemici piccoli e, soprattutto, inventarsi nemici grandi. Si spera che il popolo, sotto la pressione di una possibile minaccia, si affidi al potere senza discuterne carenze e pecche. Il diffondersi del timore del disordine invita all’ubbidienza passiva di chi promette ordine. Del resto, pare quasi una costante storica destinata a ripersi, quando il potere si sente in pericolo, per addomesticare chi si oppone non c’è di meglio che paventare una minaccia, esterna o interna, cercando di convincere i cittadini a rimandare, a differire a momenti più tranquilli la pacata discussione di questioni che sembravano urgenti. Fra l’altro l’enfatizzazione, o addirittura l’invenzione di un nemico, dà spessore a chi riesce a convincere gli altri di essere stato il primo a individuare il pericolo.

Così, la dialettica amico-nemico, anziché essenza del politico, pare molto più idonea a istaurarsi quando la politica vive i suoi momenti peggiori. Che la dialettica schmittiana si riducesse a questo il suo teorico non poteva certo prevederlo. Forse Carl Schmitt freme nella tomba: dalle stelle dell’empireo teorico, dall’essenza che guida la convivenza, la contrapposizione amico-nemico e l’emergenza di uno stato d’eccezione paiono assai più convincenti se precipitano nelle stalle dei conflitti politici quotidiani.

luigi.cimmino@unipg.it

 

 

 

 

 

 

L'autore

Luigi Cimmino
Luigi Cimmino
Luigi Cimmino ha insegnato Gnoseologia e Filosofia della mente e insegna Paradigmi etici all'università di Perugia. Monografie recenti: Tempo ed esperienza. Intenzionalità, azione, filosofie del tempo, Aguaplano, Perugia 2020; Introduzione all'epistemologia della mente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Narciso in frantumi: l'umano e il suo bisogno di una seconda identità, Rubbettino 2023.