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La mia bandierina di carta contro i Proci del calcio

Una stecca di legno, di quelle usate per proteggere gli angoli dei muri, alla quale era fissato un grosso foglio di carta che avevo colorato con i pennarelli. La mia prima bandiera, il mio primo ricordo di un Mondiale. E la radio a transistor portatile, che ascoltavo sul balcone che dava sulla ferrovia. L’Italia era sempre al confronto di titani, assediata da forze preponderanti, sempre sull’orlo del collasso. Ma vinceva, vinceva, in qualche modo ce la faceva.
Il Telegiornale mostrava i volti giubilanti degli italiani che vivevano all’estero, e specialmente di quelli che vivevano in Germania. Erano le facce della riscossa, che per un momento potevano spernacchiare i loro padroni. Quattro a tre, beccatevi questi quattro pallini dai Gastarbeiter!
Non mi riebbi più da quella stagione: m’innamorai perdutamente della Nazionale, come milioni e milioni di italiani. E come per loro, quando gioca, per me non c’è più destra né sinistra, rosso, bianco o nero, non conta più assolutamente nulla, se non l’azzurro. La Nazionale è la Nazionale e la Nazionale sono io, siamo noi.
Giocavamo a pallone sui marciapiedi o nel cortile sotto casa e, mentre calciavamo ogni cosa rotonda che ci capitava (e talvolta anche cose non proprio rotonde), ci appropriavamo dei nomi degli Azzurri, memori delle loro epiche battaglie. Io so’ Riva, io so’ Rivera, o Totti, o Baggio o Paolo Rossi.
Più tardi, quando fu evidente che il mio talento calcistico era per lo meno trascurabile, mi dedicai all’atletica leggera con un certo successo, ma anche allora, anche quando non riuscivo a nascondere il disappunto che provavo per un calcio ormai dominato da soldi, scandali e violenza sugli spalti, la Nazionale non l’abbandonai. Però fu lei ad abbandonare me, ad abbandonare noi, con quei passaggetti all’indietro, con la pavidità dei bambini viziati che da dodici anni ci ha reso lo zimbello del mondo.
Il calcio, più di ogni altro sport, è fatto di simboli. Ricordate il Catenaccio? Quel lucchetto fatto di gambe rocciose che chiudeva a doppia mandata la nostra area di rigore? Il mondo intero ce lo rimproverava e ce lo invidiava allo stesso tempo. Era il simbolo di un’Italia caparbia e geniale che si sapeva imporre. Scesi in piazza insieme a lei, insieme a voi, in un pomeriggio d’estate quando l’intera penisola fu travolta dall’entusiasmo di un popolo giovane nel cuore. Festeggiavamo la vittoria ai mondiali di calcio (“Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!” chi scorderà mai la voce di Nando Martellini?), ma ancor più, festeggiavamo noi stessi, la consapevolezza di essere rispettati, la sensazione di contare qualcosa, finalmente.
La Nazionale è questo, un simbolo, è un pezzo d’Italia. Anzi, è l’Italia stessa.
Ora, dopo 12 anni di girovagare per campetti di provincia a mendicare una qualificazione, in balia di continue tempeste, improvvisamente ci accorgiamo che quell’Italia l’abbiamo lasciata andare alla deriva, che il nostro nocchiero era cieco o guardava altrove. Ma ormai siamo al terzo, orribile, naufragio. Ci svegliamo doloranti la mattina dopo e vorremmo tutti scendere giù, sul marciapiede, a farglielo vedere come si fa a dribblare, a lanciare, a fare gol, a bagnare col sudore l’asfalto, a vincere, perdinci, a vincere! E siamo quasi increduli quando il nocchiero – udite, udite – viene strappato via dal timone al quale era abbarbicato. Che bello, pensiamo per un attimo, ora sarà tutto diverso, abbiamo capito, sì, abbiamo capito tutti che così non si può continuare, che quelli che si sono venduti un pezzo della nostra identità, loro, saranno tutti defenestrati, vilipesi, abbandonati.
Qui, dal balcone sulla ferrovia, con in mano la bandierina di carta, che ho colorato con i pennarelli, torno a guardare i treni che passano mentre ascolto una nuova storia con la mia radio a transistor e le mie speranze di bambino.  Aspetto che scenda Ulisse da uno di quei treni, o uno come lui, un eroe del passato, uno che ha combattuto e vinto per la Nazionale e per noi. Voglio credere che vengano loro a salvarci dalla vergogna, a riscattare il calcio italiano, simbolo di una nazione intera. E, a pensarci bene, poco importa che sia Ulisse in persona, con i suoi dribbling astuti; andrebbero bene anche Diomede o Ajace Telamonio, con la loro possanza, o, ancora, Achille, con la sua ira funesta che tanti lutti addusse ai tedeschi e ai brasiliani. L’importante, però, è che non sia uno dei proci.
Già, perché i simboli sono importanti, ricordiamocelo. Il calcio è politica non solo per chi se ne approfitta per interesse personale. Come nessun altro sport in Italia, esso ha un significato catartico. E il tifo, quello pulito, è un modo per combattere senza farsi la guerra per davvero. Ricordiamocelo. È importante che il calcio, la Nazionale e i ragazzi italiani che non scendono più a giocare sul marciapiede, ma che hanno un tremendo bisogno di dare calci a un pallone prima che Instagram e Tik Tok se li portino tutti via, non siano di nuovo lasciati in mano ad Antinoo, Eurimaco e a tutti quelli come loro, i proci.
Qualcosa però, mi dice che sarà proprio Antinoo, o uno come lui, uno di quei politicanti che ci hanno condotto fin qui, a scendere da quel treno che stiamo aspettando, a diventare il nuovo nocchiero di una barca destinata all’ennesimo naufragio.
Ma noi, quei bambini che giocavano sul marciapiede o in cortile, cosa faremo noi?
Resteremo a guardare dal balcone o scenderemo di nuovo giù a pretendere rispetto e a bagnare l’asfalto col nostro sudore? Ora è il momento di ricordarsi che, nella vittoria come nella sconfitta, abbiamo i simboli che ci meritiamo.

 

 

L'autore

Enrico De Agostini
Diplomatico di carriera (da ultimo Console Generale a Monaco di Baviera e Ambasciatore a Harare e Lusaka), ha pubblicato il saggio Diplomatico, chi è costui? (Franco Angeli, 2006), il progetto di riforma del Ministero egli Esteri RiFarnesina (2012), e il saggio storico Il Tesoro di Papele (Homo Scrivens 2024), i romanzi Un Prosciutto e Dieci Ducati, (2016, vincitore della competizione letteraria “Io Scrittore” del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol) e MIND (Robin & Sons, 2018), dal quale è stato tratto il cortometraggio omonimo, di cui è anche sceneggiatore. Nel 2025 ha pubblicato la canzone Move On, inno al futuro dell’Africa. Tra i suoi numerosi progetti culturali, spiccano “l’Italia in Piazza” a Johannesburg (2009, 2011), “Musica” a Harare (2014 – 2017), Move On a Lusaka (2023 – 2025) e “Il Sannio e i Sanniti” a Monaco di Baviera – la maggiore mostra archeologica mai concepita al mondo sul popolo sannita. È tra i fondatori della scuola Crawford Italia di Johannesburg.