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Calvino a Sanremo

A passeggio per le vie della città di Atene, dove vivo, il mio occhio è caduto su un libro che faceva bella mostra di sé nella vetrina di una libreria. Non ho potuto nascondere la mia gioia quando mi sono resa conto che si trattava del volumetto, piccolo di dimensioni, ma enorme nella sua essenza, del mio scrittore italiano preferito, Italo Calvino: La strada di San Giovanni, tradotto in greco dalla talentuosa Dimitra Dotsi.

Questo racconto, uscito nel 1963 sulla rivista Questo e altro, dà il titolo alla raccolta, essendo il fulcro dell’intero volume che raccoglie cinque esercizi di memoria, scritti tra il 1962 e il 1977 e comparsi in ordine sparso su riviste e giornali.

Lo scrittore, nato a Cuba, ma cresciuto nella città di Sanremo, ci parla dei luoghi della sua infanzia, e precisamente delle coordinate della sua dimora, Villa Meridiana, sulla collina di San Pietro, che si colloca su una linea immaginaria, una specie di frontiera che sancisce il limite in alto verso la campagna e in basso verso la città, il cui porto è nascosto dalle abitazioni.

Abitare a Villa Meridiana fu di importanza decisiva per la formazione di Calvino, essendo quel luogo intessuto di rapporti. Ce lo rivela lo scrittore stesso nell’incipit del racconto:

Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra, nella regione un tempo detta «punta di Francia», a mezza costa sotto la collina di San Pietro, come a frontiera tra due continenti. In giù, appena fuori del nostro cancello e della via privata, cominciava la città coi marciapiedi le vetrine i cartelloni dei cinema le edicole, e Piazza Colombo li a un passo, e la marina; in su, bastava uscire dalla porta di cucina […] e subito si era in campagna, su per le mulattiere acciottolate, tra muri a secco e pali di vigne e il verde.

Queste due direzioni diventano un simbolo di due mondi opposti ma, in definitiva, complementari che contribuiscono alla crescita e alla costruzione dell’identità calviniana, costituendone l’imprinting e il suo “sguardo” sul mondo.

Per Calvino, in effetti, Villa Meridiana rappresenta innanzitutto la divergenza con il mondo di suo padre Mario, agronomo e botanico, che ama la campagna, la terra, il mondo naturale. Nei boschi e nei poderi intorno casa, infatti, trascorre intere giornate, allontanandosene raramente per raggiungere la città sottostante, con l’impazienza di chi non vede l’ora di ritornare al suo nido, nel locus in cui si riconosce e riconosce ogni pianta o albero che cresce lì: se ne prende cura meticolosamente e ne parla attribuendo a ciascuno di essi il nome scientifico. Tuttavia, quel mondo agricolo paterno all’autore sanremese risulta del tutto estraneo, uno «spazio bianco senza significati». Qui, anzi, dialogare con il padre è impossibile ed è il silenzio a farla da padrone.

Parlarci era difficile. Entrambi d’indole verbosa, posseduti da un mare di parole, insieme restavamo muti, camminavamo in silenzio a fianco a fianco per la strada di San Giovanni.

Nel racconto calviniano, i poderi e il bosco circostante a quell’epoca non erano altro che il luogo in cui si recava su richiesta della madre, unicamente per assolvere al compito di aiutare suo padre a trasportare alla villa le pesanti ceste che quest’ultimo riempiva di frutta e verdura fino all’inverosimile. Di fronte alla natura, insomma, Calvino restava «indifferente, riservato, a tratti ostile».

Quel «Io no», a inizio paragrafo, quasi urlato dall’autore di Palomar, segna il confine con il mondo paterno, fatto di scienza, rigore, ordine, e frutto del “desiderio del padre”, secondo cui il figlio avrebbe dovuto seguire la strada indicatagli, ovvero la strada confortevole e sicura della tradizione, la simbolica strada di San Giovanni.  E non solo. Quell’ «Io no» significa ribellione, rottura con il passato, con la tradizione, ormai obsoleta per chi, come lui, adolescente, ha lo sguardo rivolto alla città, alle sue luci, alle vetrine che sembrano custodire in nuce la promessa di uno splendido futuro. A una città, anzi a delle città di fantasia, substrato d’ispirazione nella creazione de Le città invisibili, allegorie per riflettere sulla condizione umana e sulla realtà contemporanea.

Ebbene, da quanto afferma Calvino in persona, abitare a Villa Meridiana – e non altrove- fu decisivo per la sua formazione, per quell’esercizio di immaginazione che sarà la cifra caratteristica delle sue creazioni letterarie. In effetti la locazione di Villa Meridiana assume per lo scrittore sanremese la stessa funzione che ha per Leopardi la siepe, in quanto gli permette di immaginare spazi infiniti, di sollecitare la fantasia, di creare romanzi e personaggi indimenticabili con la stessa precisione linguistica con cui suo padre nominava le piante.

Per mio padre le parole dovevano servire da conferma alle cose, e da segno di possesso; per me erano previsioni di cose intraviste appena, non possedute, presunte.

Come non pensare all’influenza paterna, per esempio, leggendo Il barone rampante, in cui Calvino crea il personaggio di Cosimo Piovasco di Rondò che, a dodici anni, dopo essersi rifiutato di mangiare le lumache, deciderà di trascorrere la sua vita sugli alberi, da cui non scenderà mai più? Come dimenticare il piccolo Pin che troverà un rifugio tra I sentieri dei nidi di ragno per sfuggire alle brutture della guerra? O anche come sorvolare sull’osservazione che in tutta la produzione letteraria calviniana la parola esatta viene cercata e ricercata per descrivere «cose intraviste appena, non possedute, presunte», con la stessa precisione con la quale il chirurgo maneggia un bisturi?

Sul finire del racconto, diventa evidente che la strada di San Giovanni si profila come simbolo di un percorso di crescita, un’Itaca da cui lo scrittore si allontanerà per trovare la “sua” strada, ma a cui nella maturità farà ritorno con la memoria.

D’altronde Calvino stesso ammette che, quando viveva nella villa sanremese, «Credeva di pensare ad altro» perché la natura per lui nell’adolescenza non era altro che «erbe, piante, luoghi verdi, animali» che «ci viveva in mezzo», pur desiderando di «essere altrove». Ormai adulto, tuttavia, riconosce che in quel tempo non era cosciente del fatto che anche lui stava «cercando un rapporto», forse più fortunato di quello di suo padre. A questo punto è d’ obbligo lasciare la parola all’autore:

E non sapevo che stavo anch’ io cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’ un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.

Ora che, stando alle sue parole, «dall’alto degli anni», sarebbe in grado indicare la strada a sé stesso che corre tra i filari, è però troppo tardi: «ormai tutti se ne sono andati».

Nell’ultimo paragrafo Calvino cancella la dimensione del tempo o meglio riflette sul rapporto tra coordinate geografiche e coordinate temporali. La memoria del mondo esterno di allora, del suo vissuto, lo riporta a considerare il suo mondo interno odierno.

Con la memoria si rivede curvo a trasportare la gerla. Il sole è alto e, mentre sente il rombare di un camion e vede il fumo di un debbio tra il grigio degli ulivi e il fruscio del torrente, sordo alle parole del padre che parla di cose relative alla mignolatura degli ulivi, rivive la stessa impazienza di allora di correre a casa e andare al mare.

Guardo il mare e penso che tra un’ora sarò alla spiaggia. Alla spiaggia le ragazze lanciano palloni con le braccia lisce, si tuffano nel luccichio, gridano, schizzano, su tanti sandolini e pedalò.

Il quesito intrigante a cui a questo punto occorre dare una risposta è il seguente: per Calvino il passato si configura in modo analogo a un rimpianto, a una nostalgia di un periodo che non ritorna più, del tutto simile a dei fiori che nascono-crescono-muoiono, oppure alla guisa di un rimorso per non aver seguito la “strada del padre”, o piuttosto coincide con la consapevolezza di essere diventato chi è oggi proprio grazie a quelle esperienze di gioventù, vissute sulla strada di San Giovanni?  In considerazione del fatto che lo scrittore si pone in un’ottica pragmatica, seppur immaginifica, nei confronti del mondo che lo circonda, occorrerebbe propendere per quest’ultima ipotesi.  Ma è più opportuno forse lasciare ora ai lettori di questo racconto la definitiva, senz’altro più “ardua sentenza”.

 

 

L'autore

Maria Angela Cernigliaro
Maria Angela Cernigliaro, nata a Napoli, si è laureata in Lettere classiche e in Storia e Filosofia presso l'Università Federico II. In possesso di Master in Didattica della Lingua italiana a stranieri (LS e L2) e del Dottorato in Letteratura italiana, attualmente insegna ad Atene presso l'Istituto Italiano di Cultura. E' autrice di vari manuali sull'insegnamento/apprendimento della lingua italiana e neogreca, di articoli letterari e di didattica, di saggi e romanzi.