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Ontologia della soglia nella poesia di Valerio Mello

‘Incontro i morti sui margini dentati delle foglie’. Questo verso iniziale di Hypsas di Valerio Mello non costituisce soltanto un’immagine inaugurale, ma definisce il dispositivo ontologico dell’intera raccolta: la poesia come luogo di incontro, e più precisamente come soglia in cui la distinzione tra viventi e morti perde la propria stabilità fenomenologica.

In questo senso, Hypsas si situa in quella linea della modernità poetica che Maurice Blanchot ha definito come l’espace littéraire, lo spazio in cui la scrittura si costituisce come esperienza del neutro, come esposizione a ciò che non può essere posseduto. Il morto, infatti, non è qui un contenuto tematico, ma la condizione stessa della parola. Il poeta non parla dei morti: parla dal loro spazio, o meglio da quella regione in cui la parola diventa ciò che Blanchot chiama ‘la présence de l’absence’.

Non è casuale che il libro assuma come proprio centro simbolico il fiume Hypsas, corso d’acqua dell’antica Akragas – Agrigento, il cui nome stesso implica un movimento di scorrimento e di discesa. Il fiume, come in tutta la tradizione presocratica e orfica, non è soltanto elemento naturale, ma figura del tempo come differenza. Quando Melo scrive: ‘Chiamo Hypsas… viaggio di ritorno / è tempo dell’acqua che conduce’ , egli non evoca un ritorno nostalgico, ma un ritorno ontologico, un ritorno all’origine come ciò che non è mai stato presente.

Qui si rende visibile quella che Giorgio Agamben ha chiamato la struttura archeologica del presente: l’origine non è un punto cronologico, ma una forza operante che agisce nel contemporaneo come ciò che resta non vissuto. Il fiume Hypsas diventa così il luogo in cui il tempo si stratifica, in cui il passato non passa, ma insiste come potenza.

In questo contesto, la presenza costante delle rovine, delle tombe, delle pietre, non va interpretata in senso elegiaco, ma ontologico. La pietra, in particolare, assume una funzione decisiva: ‘La pietra si copre gli occhi, / ha una vista senza occhi’ . Questa immagine può essere letta alla luce della riflessione heideggeriana sulla cosa (das Ding): la pietra non è un oggetto tra gli altri, ma ciò che custodisce il ritiro dell’essere. La sua ‘vista senza occhi’ indica una modalità di apparizione che precede la soggettività, una forma di manifestazione che non passa attraverso la coscienza.

La poesia, allora, non è espressione, ma esposizione. Essa espone il linguaggio alla sua stessa impossibilità, lo conduce verso quel punto in cui, come scrive Blanchot, ‘parlare è già non parlare più’. In Hypsas, questa tensione emerge con particolare evidenza nei momenti in cui il verso si frantuma, si interrompe, si dispone sulla pagina come residuo, come traccia. La scrittura diventa così ciò che Agamben ha definito un resto: non ciò che rimane dopo la distruzione, ma ciò che resiste a ogni compimento.

Questa dimensione emerge con forza anche nella sezione dedicata al Nekromanteion, luogo oracolare di evocazione dei morti: ‘e venne il tempo di esserci, / sulle rive del tunnel, / la porta in faccia all’ignoto’. Il Nekromanteion non è qui soltanto un riferimento archeologico, ma una figura della scrittura stessa. Scrivere significa entrare nel tunnel, esporsi a ciò che non ha volto, sostare davanti a una porta che non si apre su un contenuto, ma su una mancanza.

In questo senso, la poesia di Mello può essere letta come una forma di catabasi. Non una discesa mitologica, ma una discesa nel linguaggio, nel suo fondo impersonale. Il riferimento esplicito al Logos, nominato come «parola dentro / parola» , conferma questa prospettiva: il Logos non è qui principio ordinatore, ma abisso, luogo in cui la parola si espone alla propria origine.

Ciò che emerge, allora, è una concezione della poesia come pratica di spossessamento. Il soggetto poetico non si afferma, ma si dissolve. Non a caso, uno dei versi più significativi della raccolta afferma: «La speranza è di unirsi / a ciò che non c’è: / solo scrivendo / – una volta che il niente tace» . Scrivere significa unirsi al nulla, ma non nel senso nichilistico del termine: piuttosto, nel senso di accedere a quella regione in cui l’essere e il non-essere cessano di opporsi.

In questo orizzonte, Hypsas appare come un’opera radicalmente contemporanea, nel senso che Agamben attribuisce a questo termine: contemporaneo è colui che percepisce il buio del proprio tempo. La poesia di Mello non illumina, ma attraversa l’oscurità. Non offre una visione, ma rende visibile il limite della visione.

Il fiume Hypsas, allora, non è soltanto un simbolo, ma il nome stesso della scrittura. Una scrittura che scorre, che scava, che consuma. Una scrittura che, come il fiume, non smette di ritirarsi.

Una poesia

Dire nel giardino.
Ciuffi d’erba nascondono luoghi originari.
Gertrude Stein scrisse
che i giardini profumano
in modo differente durante tutto l’anno.
Sì,
questi giardini adottano diverse espressioni:
vesti di un’ortensia,
che cos’è la bellezza di quel blu… L’ortensia è un blu abitante
nella ricerca del blu.

L’ortensia ben sa della salvezza,
conosce lo sguardo lungo della notte,
appesa al compimento; un crescendo udibile,
qui, il suo dove.

La possibilità di quel dove:
blu come l’ortensia.
La luce del sole sorprende il blu
che si muove.
Questo ricordo, cadendo,
si comporta come un’ortensia,
non dimostra presenza,
appare
e si disperde,
non è un colore:

blu,
amavi il blu,
non è mai stato di nessuno.

 

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.