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Diritto alla maternità

“Alle mie cugine, Laura e Bianca.
Quest’universo così grande è tutto per voi”
(dedica tratta dalla tesi di laurea in Matematica,
Fisica e Scienze Naturali di Iolanda Navone)

Quando penso alla maternità inizio ad immaginare un liquido tutto speciale, sacro, fatto polvere di stelle e scintille di luce, in cui le forme di una possibile vita prendono a nuotare. È un liquido che non solo trasfigura, ma idealizza la realtà e fa sì che, in quei nove mesi in potenza, il nascituro possa essere tutto: chissà se avrà i miei occhi verdi? I capelli rossi di mia nonna? studierà Filosofia? Forse amerà giocare a scacchi? Lo spero! Come in una pagina di Lewis Carroll, il tempo si sospende in un magma intriso di proiezioni svagate e sognanti, in cui l’amore impedisce al buio di venare la superficie riflettente e rifrangente dell’attesa (prisma di desideri ed aspettative), dimentichi totalmente delle inesorabili (talora spietate) leggi della natura e dell’uomo. Per tutta la vita Einstein si domandò se Dio avesse avuto altra scelta quando creò il mondo. La creazione-maternità è un atto di libero arbitrio? Nel Diritto Penale (il primo amore di gioventù: tante le notti consumate nell’incubo di non superare l’esame) esiste un’oasi, per così dire, di felicità: la “norma in bianco” (esempio da manuale n’è l’art. 650 c.p.), una tecnica legislativa per cui una norma incriminatrice sancisce una sanzione, ma demanda a una fonte secondaria la determinazione tecnica e dettagliata del precetto (condotta vietata): in pratica un contenitore da riempire di contenuto. Ratio: è un’ancella dello Ius, che consente di adeguare rapidamente la normativa a situazioni in evoluzione. L’evoluzione! Che straordinaria parola per addolcire tutta la potenza creatrice e distruttrice di una zona di frontiera. Proprio tra queste zolle danza e piroetta a piedi nudi il Diritto alla Maternità. Ma attenta, o ballerina: che se nell’intenzione virtuosa è la danza, ti muovi su di un filo teso! Un passo incerto trasformerà l’armonia in supplizio e frantumerà l’incanto di chi ti ammira. Come diceva Rilke di Cezanne, c’è una ‘cosalità’ (nel caso: impossibilità oggettiva e desiderio individuale) che impregna del peso terrestre il ballo della vita e diviene in alcuni casi cinetica stessa della forza che spinge a trasmodare i confini della contingenza corporea ed andare “al di là del bene e del male” convenzionali. Gli indoeuropei scelsero la melodia della consonante M per comunicare che tutto ciò che ci circonda ha un limite e una misura, un inizio e una fine e dalla radice verbale ma (misurare) fecero derivare: materia (sostanza delimitata da un limite); misura (ciò che determina un limite) e madre (chi si prende cura dei limiti ed informa la sostanza alla vita).  Che straordinaria alchimia anima l’etimologia della parola Madre! A proposito, leggo su di un quotidiano che a Massimo Bottura (uno dei più influenti chef al mondo) piace reinterpretare la tradizione con arte contemporanea. Presa da una sana invidia competitiva post-mediale, eccomi in cucina a mescolare tutti gli intrugli (amore, egoismo, sogni, biologia, tradizione, innovazione, contenuto e contenitore, evoluzione, limite e misura) nel calderone, a marca neo-liberale, alimentato dal fuoco della modernità e del progresso.  Trenta minuti di cottura et voilà, ne esce fuori una raffinata innovazione estetico-linguistica: G.P.A. (Gestazione per altri), metafora icastica che brucia tutti i diaframmi di idealizzazione per cui ‘ogni cosa tende al bene che più conviene alla sua natura’.  Quali sono il bene e la natura nel Diritto alla Maternità? La cornice normativa italiana depone nel senso di un atto di libero arbitrio (è un diritto indisponibile ed inderogabile): tutela la libertà di avere figli; garantisce il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza; riconosce tutele specifiche volte a conciliare il lavoro con la cura del bambino (congedi, indennità economiche etc); prevede gli istituti dell’adozione legittimante, nazionale/internazionale e casi particolari; e regolamenta la procreazione medicalmente assistita. Ma irrompe sulla scena la fantasiosa realtà, ed è come fissare lo sguardo sulla “Incredulità di San Tommaso” di Caravaggio con il suo monito di arrendersi al tangibile: burocrazia farraginosa, confini biologici e bioetici, usi e costumi, stereotipi di genere, aspettative culturali, pressioni familiari, desiderio di divenire madre a ogni costo, acuizione della disforia di genere e così via discorrendo. Una pragmaticità che echeggia la norma in bianco con tanto di pretesa di violazione della riserva di legge ex art 25 Cost. Maternità, tu concepita come temenos e grazia per chi ti riceve, sei adesso venerata come un’opzione di vita in cui la libertà di autodeterminazione corre il pericolo di essere introitata nel più classico dei cicli produzione-consumo, agevolato da una sistematica destrutturazione anomica dei paradigmi normativi etici e da un insidioso lessico (altruismo, gratuità e solidarietà a fondamento della gestazione per altri) che farebbe della mercificazione del corpo femminile la moderna favola della donna imprenditrice di sé stessa e del nascituro il possibile bene/oggetto di un programma contrattuale sinallagmatico. Come San Tommaso, nell’affondare il dito nella ferita aperta sul costato di Gesù, fa un balzo indietro con gli occhi strabuzzanti, così faccio io dinnanzi ai sempre verdi laboratori concettuali sul diritto alla maternità. La riflessione antropologica e sociologica sulla riproduzione costituisce abituale spazio di scontro ideologico con il femminismo militante, che al patriarcato/androcentrismo rivendica il matricentrismo imperniato sui principi di cura e cooperazione. Affine al discorso sul genere è la teoria del bio-potere, teorizzato originariamente da Michel Foucault, riassumibile nel conflitto tra libertà di autodeterminazione e controllo delle Stato dei processi biologici determinanti la demografia delle popolazioni.  In pratica, come canta Branduardi: “alla fiera dell’Est per due soldi” il desiderio di maternità, il candidato comprò. Ma vennero: i protocolli medici e le biotecnologie che trasformarono il diritto alla maternità in un dovere di ottimizzazione biologica (diagnosi prenatali e screening obbligatori) con risvolti di eugenetica liberale (subordinazione alla garanzia che il nascituro sia sano e perciò produttivo), decidendo così quali censori ontologici chi ha una vita degna di riprodursi (anche e soprattutto in rapporto alla forza economica, si pensi  per es. alla tecno-maternità e al turismo procreativo) e di nascere (selezione dei gameti). Sembra tutto un paradosso ed ogni affermazione facilmente aggredibile dal suo opposto in un circolo vizioso autoreferenziale che cresce in maniera esponenziale. Di qualche giorno è poi la sensazionale scoperta che a Bruxelles a ‘portare’ i bambini non sono più le sole cicogne ma anche gli uomini con la pancia. Beh, in fondo niente di così sconvolgente, perché come si suole dire: “paese che vai usanza che trovi”. Venendo alla mia storia personale, secondo il racconto di mamma, i medici dissero che sarei stata un bel maschietto, il terzo della famiglia. Mio padre, in quell’occasione, sorrise e affermò che, invece, sarebbe nata una femminuccia sana e saggia. Quanto alla saggezza ci ha preso praticamente in pieno: sono nata vecchia dentro; in merito alla salute un po’ meno, con sofferenza e preoccupazione di entrambi per il mio futuro.  Dalla mia condizione ‘privilegiata’ ho tratto l’insegnamento: ciò che è natura, ciò che è bene e quale che sia il desiderio non devono mai prescindere dalla verità dei limiti e della misura. I limiti insegnano e la misura calibra, e ogni uomo di esperienza lo sa bene.  Mi sono chiesta sopra “quali la natura ed il bene nel Diritto alla maternità?”. Al di là delle speculazioni giuridiche, intellettuali, morali e filosofiche che si potrebbero a torto o a ragione profilare in merito, onestamente chiudendo gli occhi, sic et simpliciter, mi viene al cuore della ragione (con tutta la sua potente dolcezza) la dedica ipnotica di Iolanda fatta alle sue cuginette. Mi pare di vedere Lucia dei Promessi Sposi, nella veste di condizione di possibilità della “notte” dell’Innominato: Il cui potere d’abitudine impera finché non incontra la debolezza di Lucia, che nulla chiede se non Misericordia costringendolo a guardarsi come soggetto morale. Forse, per me, è questa la via! La Maternità si sostanzia nella natura e nei limiti della autodeterminazione all’amore, per cui ci si libera decidendo di legarsi e ci si lega decidendo di liberare, educando gli occhi di Laura e Bianca (valore benedetto e bene comune-sociale) a sfidare impavide l’immensità del non conosciuto. È un diritto che chiede misericordia alle leggi dell’uomo, alle regole della natura e al proprio narcisismo e che non può rispondere semplicemente “Eccomi” di fonte all’annunciazione delle evolute concezioni bioetiche, laiche, femministe piuttosto con eleganza ‘abelardiana’ è in grado di dire solo: “Sic et Non”. E la mia amata fisica, che ne pensa? La materia non è fatta di monadi isolate ed autosufficienti ma: di onde, di entità che oscillano, di configurazioni, di relazioni che interagiscono come frequenze da cercare (non comodamente seduti su di un divano). Perciò Laura e Bianca aspirate all’immensità dell’universo.

 

 

L'autore

Annalisa Bartolotta
Sono Annalisa Bartolotta, laureata in Giurisprudenza. Sostanzialmente vivo, amo, continuo a studiare e mi entusiasmo per tutto ciò che sa di Fisica Quantistica e Filosofia. E se Dio giocasse veramente a dadi con il mondo? Sarebbe la straordinaria bellezza della vincita del controintuitivo ed io vorrei essere contemporaneamente un po' onda e un po' particella, qui e là con un ventaglio di possibilità di determinazioni dell'essere...però per favore non rinchiudetemi in una scatola come il gatto di Schrödinger: soffro di claustrofobia. Amo sognare e scrutare nel cielo quella che per me è la più bella tra le stelle, Gaspare, il mio amato papà, che un giorno mi disse:" Due cose mi riempiono il cuore di felicità: il cielo stellato sopra di me e tu dentro di me". Beh, Papà era un filosofo e quindi Kant saprà capire.