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Il mio Ettore Majorana

“Dico no al mare di Dirac”
“Il mare mi ha rifiutato”

Si dice che per ognuno di noi esiste un fantasma ossessivo, che torna impunemente e prepotentemente a sgomentarci sotto le più improbabili sembianze che la mente possa partorire, magari in un dipinto o in un perché, lasciando al posto della ragione il mistero di un indecifrabile archetipo. Ebbene nel mio caso quella vertigine quasi metafisica si chiama Ettore Majorana: un capolavoro, in realtà, incompiuto perché fatalmente indecifrabile ne è il soggetto.

Un po’ come il “cane insabbiato” di Goya, la cui superfice pittorica cattura una lingua minima del visibile in cui non esiste realtà riconoscibile: solo il muso di un cane che si profila contro un piano inclinato fagocitato nell’immensità di uno spazio color ocra, nient’altro! nessuna possibilità di stabilire: come, dove e perché. Il quadro è tutto qui, lasciato in balia alla pura astrazione di quell’equilibrista, più o meno abile, che è la nostra capacità di immaginazione e comprensione.

Ecco, questo è il mio Ettore Majorana: un’esperienza non monolitica che collassa in una funzione d’onda diversa ogni qual volta ne osservo posizione o velocità; ciò che sfugge alla ragione, si espande e si sovrappone, decisamente controintuitivo, e che si abbatte su di me come un’onda d’urto piena di mistero ed ambiguità logico-iconografica in “cui mi è dolce naufragar”. Un fantasma! le cui catene risuonano nell’uguisubari della mia mente come probabilità di andare oltre la linea dell’orizzonte per tentare di stendere il suo fermione sornione, come fosse un innocente lenzuolo bianco, sul letto della mia irrequietudine e sentirmi così avviluppata “in quest’atomo opaco del male”. Signori e Signore ben venuti su questo palco di vita dove, per meglio impressionarvi (con una mossa magistrale come quella messa a segno il 19 ottobre del 2025 nel museo del Louvre, travestendomi da addetta ai lavori) ruberò per un’istante il pensiero di Pascal e Leopardi per edulcorarvi lo scacco matto subito dal genio dell’uomo, un po’ onda un po’ particella, sulla scacchiera della Natura madre e matrigna. Perché nonostante l’apertura di “London”, la cappellata è sempre in agguato. E già! In fondo l’uomo non è che: “una fragile canna pensante e tenace ginestra” agitata e percossa dal doppio decadimento beta dell’instabile esistenza. Si apra pure il sipario, cominci lo spettacolo, mettetevi comodi e se dovete andare in bagno adesso, non siate timidi osate pure: anzi vi dirò che lì nel luogo del confronto assoluto e della catarsi con sé stessi, troverete oltre che un acceleratore di particelle anche un’isola di beata solitudine con soffice carta igienica al profumo di rose. Ma non perdiamoci nei dettagli ed iniziamo: C’era una volta un bambino, Ettorino, che da sotto il tavolo della cucina lasciava ospiti e parenti a bocca aperta per la sua straordinaria e singolare predisposizione nel risolvere difficili calcoli matematici, e che da grande si tramutò in una Fenicia della fisica. Questo conoscevo di colui che sarebbe divenuto in me ordine e caos al “tempo delle mele”. All’epoca avevo appena iniziato gli studi di filosofia al liceo e l’unica cosa che volevo elegantemente definire, in modo autonomo e libera da condizionamenti nozionistici, era il concetto del divenire. In questo arduo compito che mi ero assegnata, ambivo ad essere la lavandaia di quella vecchia canzone canticchiata dalla nonna materna, che domandava al suo amore di dargli “quel fazzolettino, vado alla fonte e lo vado a lavar”. Sì! Giusto così: una lavanderina che senza ausilio degli odierni elettrodomestici, si recava a piedi lungo un percorso tortuoso e pieno di erbacce presso una sorgente d’acqua viva per immergervi un quadrato di realtà opaca, sperando che nell’atto di tirarlo su si compiesse il miracolo, per cui ciò che prima era appannato e fuggitivo risplendesse ora di luce pulita e definibile. D’altronde, a livello sensoriale, ancora oggi tutte le volte che penso al divenire, io sento addosso l’odore del mare. Una volta, mi convinsi che dovevo contare i passi per arrivare alle cose, che non sapevo dove fossero, e rivolgendomi a mio padre, il filosofo saggio e buono, gli chiesi indicazioni. Lui, con la sua calma aulica che me lo rendeva preferibile rispetto al carattere irruento di mamma, mi rispose: “Alla fine non c’è bisogno di andare troppo lontano per trovare quel che cerchi, ti basta guardare il mare per accettare il tragico conflitto tra la vita che cambia continuamente, e la forma che la fissa immutabile sui pensieri che scrivi su quelle pagine, che poco dopo strappi via ed appallottoli tra le mani. In ciò mi ricordi Ettore Majorana, bambina mia”. Ettore Majorana? Il mare? Accettazione? Allora mi parve di non avere ricevuto soluzione al problema, e cercai di fare del mio meglio con la sola cosa che  possedevo: la curiosità, perché come dice Lucrezio: “ogni cosa ne limita un’altra: l’aria delimita i monti e i monti l’aria, la terra il mare e il mare segna il confine di tutte le terre, ma niente ci può essere che dall’esterno limiti il tutto”. Ecco, la mia curiosità era dunque la stringente traduzione verbale dell’opera visiva  di un umile cantiere di lavoro, che si credeva un laboratorio di finissime ed inedite intuizioni, dove i fattori tempo e spazio erano come aboliti, e niente le era impossibile e capace di arginarla. Io dovevo venire a capo del filo rosso di unione! Mi misi così sulle tracce di Majorana: comprai il libro di Sciascia e scoprii pure che il tenente Carmelo Canale (conosciuto in casa del cognato, il maresciallo Antonino Lombardo, di cui serbo nel cuore un ricordo indelebile colmo di affetto e la cui figura di uomo dedito all’Arma, padre amorevole e marito devoto spero non cada mai nella polvere del contingente dove tutto passa) era stato incaricato da Paolo Borsellino, a quel tempo procuratore di Marsala, di indagare sul fisico catanese, a seguito di segnalazioni su un barbone di Mazzara del Vallo. La questione assumeva così un sapore familiare. Poi: il rapimento dei nazisti; le dichiarazioni (inverosimili per me) di Pelizza; “la pista venezuelana” e la foto del Signor Bini con Fasani; la volontaria e ben architettata scomparsa travestita da suicidio (tesi alimentata dalle enigmatiche lettere di addio inviate alla famiglia e all’amico Carrelli, direttore dell’istituto di fisica, di Napoli presso cui Majorana aveva ricevuto una cattedra “per chiarissima fama”). Ma insomma, possibile che del Kafka della fisica fosse rimasta solo l’immagine della sua testa protesa a guardare, in una notte di marzo, il buio del mare solcato da un piroscafo: “fra l’idea e la realtà, fra il movimento e l’atto” dice T.S. Eliot “cade l’ombra”, e l’annichilimento di Ettore avvenne per giunta durante il regime fascista; e mio padre perché mi aveva accostato a lui? Io che di equazioni e formule ne sapevo poco! Vabbè Il mio liceo era a indirizzo umanistico, mi ripetevo, e tuttavia mi sentivo come la “quartara ciaccata” dei Malavoglia. Dovevo affrontare la mia ignoranza, maneggiarla con cura, resistere e insistere. Ettore Majorana divenne così “L’amor che move il sole e le altre stelle”.  Un bel dì, mentre “il mondo girava nello spazio senza fine”, mi accadde di sentire la trazione del filo rosso. Calzai le scarpe e ne seguii la forza elastica senza alcuna resistenza, e di lì a poco mi ritrovai dinnanzi al Mare. Eppure quel Mare era stato sempre lì, a circa mille passi da casa, mi aveva cresciuto con i suoi racconti, canti e poesie: la Sirenetta, l’Albatros, Odisseo, Triangolo delle Bermude, Fin che la barca va… etc. Possibile che nulla mi avesse mai detto: circa la capacità di accettare quell’indeterminazione della natura, a cui aveva accennato papà, e che due realtà opposte potessero esistere insieme? La sensazione di rileggere una pagina ordinaria di vita e tuttavia realizzare che non era l’apertura di un capitolo a caso, bensì il principio. Di colpo capii che il Mare mi aveva sempre detto tanto. Non si trattava solamente del Divenire perpetuo, impassibile e sordo alle preci di uomini e bambini, il cui moto instancabilmente predicava, ma di una vera e propria collisione che, attraverso il trasferimento di nucleoni, mi trasformava da una parte nella Venere di Botticelli, e dall’altra nella signora Isotta Barbarino di Italo Calvino. Il mio Ettore mi aveva capito bene. Lui disse no al ‘vuoto ’ del Mare di Dirac, e come avrebbe potuto fare diversamente… quelle acque erano piene degli innumerevoli costumi persi mentre nuotavo (tra le correnti della doppia fenditura del difficile mestiere di vivere l’adolescenza) e degli altrettanti imbarazzi di dovere fare i conti con la mia nudità, dinnanzi a spiagge affollate nell’ora di massima luce! una nudità, che ancora oggi, io non conosco, non so nascondere, aiutare né rivestire, cosciente solo che ignorarla sarebbe come annegare. Ettore propose, così, la Teoria simmetrica dell’Annalisa e dell’Anti-Annalisa, e la mia nudità smise di essere uno ‘stato ad energia negativa’ per farsi una proprietà di ciò che addiviene, di ciò che può addivenire e di quello che potrebbe non accadere. Mi domandai: forse i costumi persi non erano in me altro che declinazioni di quell’irriducibile atto supremo che è libero arbitrio? Ciò che determina il passaggio dalla fisica classica a quella quantistica, dove non è predicibile con certezza l’esito del singolo evento, ma le probabilità dei vari risultati. A pensarci bene, tutte le volte che la nudità aveva interferito nel mio stato da bagnante, aveva determinato la scelta di un percorso totalmente differente da quello ipotizzato. “il mare mi ha rifiutato” così il mio Ettore scrisse. La nudità, che lo rivestì quella notte di Marzo, decise che il suo corpo doveva saltare su di una nuova orbita stazionaria ad energia quantizzata, mentre il suo costume doveva inabissarsi nelle fredde acque del Tirreno. Le parole e formule consacrate su fogli volanti venivano presto accartocciate e gettate via, perché inevitabilmente altre nudità crescevano addosso in risposta a un mare privo di orbite autorizzate per quei salti.  E mentre pensavo, sintonizzai radio Accettazione, a cui papà avrebbe voluto affidare la mia stabilità emotiva, sulle frequenze delle corde vocali di Battiato: “Che cosa resterà di me, nel transito terrestre, di tutte le impressioni che ho preso in questa vita?”.  Rimarrà il Mistero del mio Ettorino: la prova che si può credere pur nuotando nel mare dell’incertezza dove tutto può accadere, con addosso una nudità che ci ricorda che se la vita fosse prevedibile non servirebbe la fisica quantistica, ma più banalmente una tabella di marcia con verso, lunghezza e direzione elaborati da freddi algoritmi. La fisica quantistica ci rivela che è l’osservatore a determinare l’evento, Majorana dimostra che è l’osservatore a cambiare sé stesso.

 

 

 

L'autore

Annalisa Bartolotta
Sono Annalisa Bartolotta, laureata in Giurisprudenza. Sostanzialmente vivo, amo, continuo a studiare e mi entusiasmo per tutto ciò che sa di Fisica Quantistica e Filosofia. E se Dio giocasse veramente a dadi con il mondo? Sarebbe la straordinaria bellezza della vincita del controintuitivo ed io vorrei essere contemporaneamente un po' onda e un po' particella, qui e là con un ventaglio di possibilità di determinazioni dell'essere...però per favore non rinchiudetemi in una scatola come il gatto di Schrödinger: soffro di claustrofobia. Amo sognare e scrutare nel cielo quella che per me è la più bella tra le stelle, Gaspare, il mio amato papà, che un giorno mi disse:" Due cose mi riempiono il cuore di felicità: il cielo stellato sopra di me e tu dentro di me". Beh, Papà era un filosofo e quindi Kant saprà capire.