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Una piccola macchia nera

L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni

“È una piccola macchia nera? / Piccola! ti dirai / eppure / scolora la vita / Morta o viva non fa differenza / Non vedi? / È una piccola macchia nera! / No! Ti dirai / È una pagina non più adamantina / filologia di addii / abbrivio di buio che dissolve la luce / finito capace di infinito / Eppure / è solo / una piccola e stupida macchia nera”.

Capita, a volte, di doversi confrontare con una dicotomia tutta personale: “provare a raccontarsi o lasciare che certi sentimenti restino confinati sull’altare della propria intimità?”. Così immagino il cuore dinnanzi ad una tela candida, perché bisogna anzitutto cominciare dalla chiarezza più essenziale della propria onestà intellettuale. Ci vuole coraggio, ma tanto, a prendere in mano un bisturi affilato ed affondarlo tutto di un colpo! Deve per forza essere così! E mi penso un po’ Lucio Fontana alla ricerca della “quarta dimensione”: un taglio deciso, uno squarcio ipnotico sul quadro bianco delle proprie inibizioni, paure, e nudità esistenziale e poi da lì, da quella ferita aperta che Fontana chiama “attesa”, proseguire per vedere irrompere il boato violento della luce, di ciò che è più profondamente intimo, eppure pigmentatosi subito in un punto nero, difficile da consegnare alla voce. Vi siete mai chiesti: qual è il tabù più grande in una conversazione? Escludo sia il sesso! Al più a parlar di sesso si rischia di essere giudicati disinvolti, alla stregua di una “bocca di rosa [che] portava l’amore” (cantava De Andrè). Provate, invece, a parlare di morte: non credo vi inviteranno a un secondo appuntamento, e che peccato quel mazzo di fiori profumato, rimasto dietro la vetrina ad aspettare una possibilità. Facciamo l’esperimento mentale (direbbe Galileo) di due amici al bar, che non vogliono cambiare il mondo ma semplicemente cominciare la giornata con un sorriso:

– Caio: “Buongiorno caro, come va tutto bene? Prendiamo un caffè al volo?”;

– Sempronio: “Si dai. Per favore una morte espressa con su una spolverata di cannella!”.

Beh, a parte ‘0h che bell’o cafè pure in carcere o sanno fa’ di Sindona, possibilmente da evitare e dove di certo non puoi evocare l’assioma della scelta, nel resto dei casi è, invece, preferibile sorseggiare la bevanda praticando l’arte di una pausa multisensoriale rigenerativa. Alla tv lo psicologo di turno, figura oggi più che mai cruciale per il benessere mentale individuale e collettivo, consiglia di bere un caffè possibilmente: zibetto defecato al momento giusto, bollente e corretto da aspetti motivazionali quali socializzazione, connessione e supporto emotivo, il tutto servito con cornetti vegani impastati di condivisione, ascolto e leggerezza calviniana. Insomma, bisogna impegnarsi per fare di quella macchia nera, dentro il bianco di una tazzina, una vera e propria scultura sociale, degna del Bernini, dal titolo: “l’espresso dell’arte concettuale in moka lego 3d”, tutto eticamente riciclabile e rinnovabile da appendere accanto alla Banana di Cattelan. Make your coffè a comfort cup! Perciò, niente morte con spolverata di cannella per favore, specialmente alle 7:00 del mattino quando la saggezza popolare si appresta a dipingere “l’oro in bocca”. Vogliamo farci del male? Ma si dai, spingiamo forte sull’acceleratore dell’esperimento e tiriamo fuori dal cappello il principe degli argomenti di aggregazione: il calcio. Qui il nero fa il suo ingresso vestendo, una a caso tra le squadre, la maglia dell’Inter con un tocco di blu, perché fa eleganza. Per cortesia e per carità! che nessuno si azzardi a ricordare ad un interista il 5 Maggio 2025: “Ei fu siccome immobile, dato il mortal sospiro”. Davvero pessima scelta, e per l’aria va l’assordante fischio della squalifica! Insomma, chiacchierare di morte è un po’ come avere acquistato il biglietto per andare a vedere ‘ Il Portiere di Notte’ della Cavani, e ritrovarsi, dinnanzi alla saracinesca abbassata frettolosamente dalla mano callosa della signorina Censura ormai avvizzita, insieme a gente che finge di essere passata da lì per caso, mentre altri ne fanno una protesta di libera educazione alla vista. È moralmente sconveniente, scomodo nonché politicamente scorretto parlare di morte. Sempre Caio: “Ciao carissimo hai impegni per oggi?”. Il solito menagramo di Sempronio: “Spiacente! avevo uno slot libero, ma Eythanasia e Thànatos mi hanno appena chiamato per una partita a padel. Sarà per la prossima volta” si spera. È perfino demistificante perché la livella di Decurtis ci fa accarezzare la diapositiva che nobile e netturbino sono uguali, tuttavia, Signori e Signore si registra in biglietteria un favoreggiamento dell’immigrazione clandestina verso il porto galattico della Crioconservazione. Tabù a parte, e nella pratica? Apriti sesamo! È inevitabile, presto o tardi, doversi imbattere in Lei. Perché la morte ha le sembianze di quella ragazzina timida, silenziosa e riservata di tutte le feste, della quale non ti accorgi finché non ti sbatte contro, rovesciandoti addosso il drink. Però lei ti dice solamente il nome, nessuna scusa, non ti guarda in faccia. Sei tu ad essere in imbarazzo. A lei non importa niente di aver rovinato la tua serata e il tuo bell’abito. Eppure, tornato a casa non smetti di pensarla, non ci riesci e ti chiedi se la rivedrai. Ma di quell’amore a prima vista (si fa per dire) sai solamente due cose: il nome e che va a tutte le feste rimanendo in disparte. Ad oggi, quella ragazzina impertinente mi ha urtato in tre feste: la prima, quando avevo cinque anni e i polmoni pieni d’acqua nel fondo della ‘gebbia’ di campagna. La seconda, nelle parole di mia madre: “finisce tutto così? Ti amo Annalisa”, mentre la macchina arrestava la sua corsa dinnanzi a un muro di cemento armato. La terza, qualche giorno fa, davanti al fotogramma di una piccola macchia nera svelata da un’ecografia. A pensarci bene, la parola fotografia deriva dal greco antico e significa ‘scrittura nella luce’ o’ disegno con la luce’. Di questa grafia conosciamo bene la velocità con cui viaggia: 299.792.458 m/s. E della velocità del buio? Non sappiamo quasi niente, tranne il fatto che quando ti attraversa un buco nero, da quella acromia non esce più nulla di te e divieni buio anche tu. La magia del Natale è quasi alle porte, illuminazioni accese per ogni dove e mi sovviene alla mente una frase: “Tutto si concede a chi porta LUCE”, anche a quel corpo nero per approssimazione che è il Sole, eritemi e scottature permettendo. Nella lingua tedesca esiste una parola: ‘Eigengrau’. Da quel che ho letto in rete, pare sia stata inventata da un cieco. Magari da un aedo cieco tipo Omero, così mi piace credere perché in me questa parola risuona con tutta la potenza degli eroi di un poema. Nella cecità, nonostante il deficit di coni (assenza visione centrale / colori) permane una certa attività dei bastoncelli (visione notturna / periferica). Il mondo dei ciechi è perciò sì nero ma con una piccola macchia, consentitemi la licenza poetica, di colore. Forse in questo risiede la magia del Natale (e quella forza eroica di cui accennavo): riuscire a parlare serenamente, davanti a un pezzo di pandoro ed una sbeccata tazzina di caffè, di ‘Eigengrau’, reso in italiano con ‘vedere i colori in assenza di luce’. Questo mio raccontarmi si chiude con la macchina da presa puntata sulla Gioconda, e il lampo di arguta cognizione ottica del regista D’Annunzio, che invita l’attrice a dire: “De l’infinito feci i miei sorrisi”. E mentre i titoli di coda vanno, io sorrido pensando che “Nel buio scrissi di luce”.

 

 

 

 

 

L'autore

Annalisa Bartolotta
Sono Annalisa Bartolotta, laureata in Giurisprudenza. Sostanzialmente vivo, amo, continuo a studiare e mi entusiasmo per tutto ciò che sa di Fisica Quantistica e Filosofia. E se Dio giocasse veramente a dadi con il mondo? Sarebbe la straordinaria bellezza della vincita del controintuitivo ed io vorrei essere contemporaneamente un po' onda e un po' particella, qui e là con un ventaglio di possibilità di determinazioni dell'essere...però per favore non rinchiudetemi in una scatola come il gatto di Schrödinger: soffro di claustrofobia. Amo sognare e scrutare nel cielo quella che per me è la più bella tra le stelle, Gaspare, il mio amato papà, che un giorno mi disse:" Due cose mi riempiono il cuore di felicità: il cielo stellato sopra di me e tu dentro di me". Beh, Papà era un filosofo e quindi Kant saprà capire.