avvenimenti · In primo piano

«L Italia è na Repubblica democratica, fondata ntól lavoro»

Alla sapiente ed esperta penna di Sandro Allegrini, con il supporto giuridico di Beatrice Meniconi, si deve la traduzione della Costituzione della Repubblica italiana in dialetto perugino recentissimamente pubblicata, con una nota di Giuseppe Severini, dall’editore Morlacchi con il titolo di La Costituzione italiana m perugino. L’opera si inserisce all’interno di un progetto più ampio, diretto e fortemente voluto dal magistrato della Corte dei Conti Vito Tenore, sfociato lo scorso anno nella pubblicazione del volume La Costituzione tradotta nelle lingue e nei dialetti regionali italiani (Roma, Edizioni Anicia, 2024), presentata al Presidente della Repubblica il 2 giugno 2024: i 139 articoli della Costituzione e le 18 disposizioni transitorie e finali sono stati tradotti nel dialetto o nella lingua di minoranza – friulano, sardo e francoprovenzale – dei capoluoghi delle singole regioni (con l’eccezione del Friuli-Venezia Giulia, per cui è stato scelto il friulano e non l’attuale varietà cittadina di Trieste, che è invece un dialetto di base veneta) da colleghi in servizio presso le sedi regionali della Corte dei conti, che si sono appoggiati a loro volta alle competenze linguistiche di esperti locali.

Si tratta di un’iniziativa originale e importante: attraverso la traduzione della Carta fondamentale del nostro Paese si riconosce, infatti, la intrinseca e genetica pluralità dell’intero sistema linguistico italiano (l’«Una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor» manzoniano vale senz’altro sul piano della lingua della cultura scritta, certamente non per quello dell’oralità); un sistema cui manca ancora oggi, significativamente, una lingua riconosciuta come ufficiale della Nazione: benché oggi nessuno dubiti che il ruolo di lingua nazionale appartenga all’italiano, un riconoscimento di questo dato di fatto manca, nonostante si possa almeno desumere dalla legge 482/1999, che tutela le minoranze linguistiche storiche. La persistente vitalità dei dialetti e la rinascita di un’identità dialettale presso le generazioni più giovani è una testimonianza ulteriore di come le lingue locali siano ben lungi dal morire e come, anzi, esse vengano ogni giorno rielaborate e riscoperte.

In questo progetto – dunque – nasce la versione che Beatrice Meniconi (consigliera presso la Corte dei conti) e Sandro Allegrini hanno realizzato in dialetto perugino. Allegrini – decano degli studi sul dialetto cittadino e fondatore dell’Accademia del Dónca – non è nuovo a cimentarsi con esercizi traduttologici: a lui si devono infatti opere come Cappuccetti rosci m perugino (Perugia, Morlacchi, 2015), Dante perugino (Perugia, Morlacchi, 2015) e il fortunatissimo Pinocchio m perugino (Perugia, Morlacchi, 2014). Nel caso della Costituzzione si tratta, tuttavia, di una tipologia testuale radicalmente diversa: se infatti un testo letterario, con il suo carattere creativo, può rappresentare in qualche modo un «traducir de lenguas fáciles», come dice Don Chisciotte, perché si tratta di un testo poco vincolante, confrontarsi con un testo giuridico vuol dire avere a che fare con un testo forte o «molto vincolante», per usare la terminologia di Francesco Sabatini. Ciò vuol dire che la traduzione non può giovarsi di aggiunte, di attualizzazioni o di acclimamenti culturali, di avvicinamenti all’orizzonte linguistico del lettore, di mere semplificazioni: il testo normativo – a maggior ragione quello della Legge fondamentale dello Stato – non può essere “piegato” a fini traduttivo-interpretativi, non può essere modificato per essere reso più comprensibile al lettore, ma deve mantenere i caratteri di univocità e di prescrittività propri del testo di partenza.

La traduzione di un testo simile in dialetto, inoltre, pone un problema ulteriore: soprattutto nel caso di dialetti che siano prossimi (o abbastanza prossimi) alla lingua nazionale, come avviene per quelli toscani e per quelli fortemente esposti all’influsso toscano (ossia quelli che prendono il nome tecnico di perimediani), come l’umbro settentrionale, l’orvietano, il viterbese, il romanesco, l’opzione dialettale potrebbe dare l’impressione di costituire un décalage comico: il testo correrebbe il rischio di essere interpretato non come un’opera di traduzione ma come una sorta di parodia. Di quest’ultimo rischio sono ben coscienti gli autori del volume, che infatti come lingua scelgono il «perugino urbano, tenuto conto dell’autorevolezza del documento», laddove un «approccio rustico», ossia la scelta di un perugino aperto agli influssi del contado o agli aspetti più accesamente vernacolari, sarebbe stata «suscettibile di letture minimizzanti» (p. 9). Nel pieno rispetto di una sostanziale integrità dialettale (si pensi alla presenza costante delle forme preposizionali derivate da INTUS latino, come ntól, o alla preposizione dativale ta, o a tutti gli aspetti che pertengono alla morfologia verbale, come per esempio èn come VI persona del verbo èsse), si trova invece molto ridotto, per esempio, un tratto con cui si è spesso ipercaratterizzato il perugino fin dal tardo Cinquecento, ossia la sistematica palatalizzazione di a tonica in sillaba libera (che compare per esempio nel titolo della prima parte della Costituzzione, «Quil che te spetta e quil ch è da fa tu», ossia «Diritti e doveri dei cittadini»); è invece presente un tratto ugualmente costitutivo del perugino, ma meno marcato in senso vernacolare (e infatti meno diffuso quando si voglia parodiare un parlante perugino) come la labializzazione dei nessi –co– e –go– in postonia (per esempio règuela ‘regola’, art. 9).

Per quanto riguarda la grafia (che è, come noto, l’aspetto più problematico nella resa di ciascun dialetto, visto che l’ortografia è l’unica parte della lingua che è costituita da una norma astratta e non nasce dalla descrizione dall’uso), quella scelta è «derivante dalle statuizioni dell’Accademia del Dónca», dunque «rifuggendo quella selva di segni diacritici che ne avrebbero ridotto la leggibilità» (p. 9). Principalmente tale semplificazione investe il piano dei segni paragrafematici (apostrofi e accenti sono infatti ridotti all’osso) e la rappresentazione di alcuni tratti soprasegmentali, resi per mezzo di una (e) in parentesi (ùn(e)ca, pènz(o)no, ecc.) o senza indicazione alcuna (qle ‘quelle’, dle ‘delle’, cle ‘con le’, ecc.). Si tratta, dunque, di un’eccezionale aderenza al parlato, che trova una cristallina rappresentazione nella diversa grafia dell’articolo i con i grafemi i o j a seconda che si sia di fronte nel parlato a «d i altri popoli» o «có j altri Stati», dove l’approssimante palatale è scempia nel primo caso e intensa nel secondo. In modo puntuale, la grafia tende alla massima aderenza alla effettiva fonetica del dialetto, anche nei pochi casi in cui esito perugino ed esito toscano differiscano solo dal punto di vista ortografico ma non fonetico, come accade con la resa della z sorda intervocalica, per cui gli autori propendono coerentemente per la scrizione con la doppia (Costituzzione, condizzione, internazzionali, ecc.).

Per quanto la Costituzione italiana sia relativamente semplice (ha un tasso di leggibilità pari a 50 su 100, una lunghezza media dei periodi di circa 19,5 parole – addirittura al di sotto dei limiti raccomandati per la comprensibilità di una frase, ossia 20/25 parole –, un uso del vocabolario di base dell’italiano pari al 74% delle parole), confrontarsi con un testo normativo vuol dire necessariamente trovarsi di fronte una serie di tecnicismi specifici dell’ambito giuridico. Moltissimi di questi sono privi di un corrispondente dialettale: moltissimi tecnicismi, infatti, entrano nel dialetto non per continuità ininterrotta (come potrebbe succedere per termini come entrate ‘incassi’ o débti ‘debiti’) ma come veri e propri “prestiti” dalla lingua tetto (ossia dall’italiano). Per alcuni di questi lessemi gli autori scelgono di ricorrere a perifrasi (si veda per esempio all’art. 10 giuridico reso con «dle leggi», generalmente riconosciute con «arconosciute ntól mondo», nel suo paese con «a casa sua», effettivo esercizio con «diritto reale», ha diritto d’asilo con «ha da èsse accolto») o a piccole rielaborazioni (ancora all’art. 10 delle norme e dei trattati internazionali viene trasformato in «rispettando le norme che stòn dentr i trattati internazzionali»). In altri casi si ha una semplificazione del dettato (si veda all’art. 11 strumento di offesa alla libertà reso con «fatta per offende la libertà»). In alcuni casi la resa dialettale vira verso un registro diastraticamente orientato (per esempio all’art. 24 i non abbienti diventano «chi nn à guadrini», mentre all’art. 26 in alcun caso diventa «manc a penzàcce»).

La traduzione diretta, come è ovvio in qualunque traduzione, non procede con sistematiche sostituzioni: anche un tecnicismo come reato può rimanere invariato nel testo (come agli artt. 26, 79, 96, 103, 111) o essere reso in altro modo (per esempio «colpe» all’art. 10). Restano, di norma, inalterati i tecnicismi più forti: così referendum (art. 75) o amnistia e indulto (art. 79), così come restano inalterati – fatti salvi gli adattamenti fonologici – i nomi delle cariche e delle istituzioni dello Stato.

L’iniziativa di Sandro Allegrini e di Beatrice Meniconi, dunque, presenta implicazioni e difficoltà che vanno ben al di là del mero esercizio traduttologico. È sorprendente la capacità dei due traduttori di mantenere il senso ultimo della Carta costituzionale senza indulgere mai a soluzioni banalizzanti o semplicistiche. Nei fatti, dunque, il testo si presenta come un’effettiva traduzione di un testo con valore normativo, che tale resta anche nella sua voltura dialettale.La resa in perugino della Costituzzione, inoltre, salda la contemporaneità del dialetto cittadino alla sua storia: il Comune medievale, infatti, fu nel 1342 il primo tra le grandi realtà cittadine dell’Italia peninsulare a produrre uno Statuto (ossia le leggi fondamentali del Comune, l’equivalente della nostra Costituzione) nel volgare cittadino, e il perugino tra Tre e Quattrocento fu la lingua con cui si espresse prevalentemente l’amministrazione comunale: in volgare erano gli statuti, in volgare gli appalti del comune, in volgare le riforme. L’identità cittadina trovava allora la sua espressione massima nella lingua del popolo. Tale identità spiega ancora oggi il senso di un’operazione come questa. Senso ultimo infatti non è segmentare il Paese in mille identità diverse e frammentate, ma mirare – come nel Risorgimento mazziniano e garibaldino, incarnato nella città dalla fondamentale figura di Ariodante Fabretti – a formare quell’unica grande Patria attraverso l’unione di quelle piccole Patrie, ciascuna delle quali portatrice dei suoi valori culturali e linguistici.

giulio.vaccaro@unipg.it

 

L'autore

Giulio Vaccaro
Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).