Il numero 3686 di «Topolino» contiene la storia iniziale tradotta in quattro dialetti o lingue minoritarie (campobassano, friulano, perugino, potentino): è una serie di quattro “traduzioni” (anche se sarebbe forse più opportuno chiamarle “versioni”) che si aggiungono alle numerose già realizzate per le altre regioni italiane.
Che proprio «Topolino», ossia uno strumento che nel corso dei decenni ha rappresentato uno strumento linguistico di primo livello per lo sviluppo delle competenze di italiano nelle giovani generazioni (si pensi all’uso insistito di forme come tapino, derelitto o a usi episodici di forme letterarie come tetragono o di veri e propri tecnicismi come profenda ‘pastone per i cavalli’) è significativo di una differente percezione del dialetto.
In generale, insomma, quella battaglia contro i dialetti che ha caratterizzato la politica linguistica italiana a partire dall’Unità (quando gli italofoni erano appena il 2,5% della popolazione e i dialettofoni il restante 97,5%) sembrerebbe oggi vinta e la malerba dialettale, come la aveva definita nel 1903 Pietro Mastri, sembrerebbe – a prima vista – ormai estirpata. L’ultimo report ISTAT sull’Uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere relativo all’anno 2024 testimonia come quasi una persona su due parli «solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali», limitando l’uso esclusivo del dialetto al 2,3% della popolazione e un uso prevalente del dialetto in un contesto relazionale all’11,2%.
A prescindere dalla veridicità dei dati ISTAT (che si fondano, come è normale, su un’autopercezione linguistica del parlante, che non necessariamente coincide con l’effettiva realtà), se guardiamo al panorama linguistico che ci circonda sembriamo essere invece di fronte a una nuova, e per certi aspetti inattesa, vitalità del dialetto.
Spesso – come avveniva d’altronde già in passato – il dialetto è uno strumento meramente comico o parodico: si pensi allora alle parodie di film famosi realizzate in livornese dal Nido del Cuculo o in perugino dal duo comico dei 7 Cervelli. Si tratta, però, in questi casi di fenomeni spesso prettamente locali, in cui l’uso del dialetto funge in qualche modo da “bandiera identitaria” e in cui lo scarto linguistico lingua/dialetto (ovvero tra orizzonte d’attesa e realizzazione effettiva) è il generatore dell’effetto comico.
Negli ultimi anni, tuttavia, l’uso dei dialetti (e in particolare di alcuni dialetti bandiera, spesso ad alta comprensibilità) si è esteso ad altri ambiti: dai fumetti (si pensi a Zerocalcare e alla fortuna delle serie realizzate poi per Netflix) alla musica (si pensi a Geolier o alla diffusione della canzone neomelodica), dalle serie (si pensi a Suburra o a Gomorra) alle fiction televisive (come Mare fuori). Andando appena un po’ indietro nel tempo, si può guardare anche al successo (librario e televisivo) dell’impasto linguistico di base siciliana realizzato da Andrea Camilleri e trasportato poi nella fiction Il commissario Montalbano.
Parrebbe, insomma, oggi impossibile una concezione del dialetto tutta negativa, come quella che si aveva appena nella seconda metà del Novecento. Basti pensare alla cinematografia italiana, in cui l’uso del dialetto attraeva immediatamente verso un polo basso (povertà, mancanza di cultura e marginalità): parla dialetto la borgatara Anna Magnani nell’Onorevole Angelina o parlano dialetto i numerosi caratteristi che pullulano nella commedia all’italiana; parlano però un perfetto italiano i protagonisti (pure poveri) di Poveri ma belli. Più ancora mi pare significativo il racconto che fa Enrico Fenzi in Armi e bagagli, quando parla propria esperienza di brigatista a Roma all’inizio degli anni Ottanta. Nell’incontrarsi con altri due brigatisti (Barbara Balzerani e Antonio Savasta) Fenzi si chiede: «Come si fa a prendere sul serio un brigatista che parla in romanesco? Che parla come Alberto Sordi? Alla ragazza non trovo altri difetti, ma questo, nel quale strascina anche Savasta, non lo sopporto. Strascica le vocali, le calca, le deforma, come se avesse indovinato che mi dà fastidio: così, per dispetto, per ostentazione plebea».
Il romanesco oggi è invece una delle corde dell’espressività, non solo per l’ampia diffusione panitaliana di alcuni sintagmi bandiera come damose da fà, mortacci tua, volemose bene o di lessemi come ammazza, anvedi, rosicà(re)/rosicone, ma anche perché si è imposto come una sorta di forma “bassa” di italiano, non un’espressione marcata in diatopia o in diastratia quanto una possibile e consapevole scelta giocata interamente sul piano della diafasia all’interno di un continuum: se si ascoltano i discorsi pubblici della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ci si rende conto perfettamente che l’ampio ricorso al segmento dialettale del continuum linguistico non è una necessità che si gioca sul piano dell’abilità linguistica quanto sul piano pragmatico della comunicazione.
La rinnovata vitalità del romanesco (un dialetto di cui, ancora fino agli anni Trenta del secolo scorso, si prevedeva un generale disfacimento) ha portato con sé, negli ultimi anni, un complessivo recupero di tutti i dialetti. Questo recupero, però, non si è giocato tanto sul piano di un recupero complessivo del patrimonio fonologico (che rimane ben vivo anche nell’italiano regionale), morfologico (che è invece di fatto sparito ovunque), quanto sul piano del lessico, con un recupero (anche commerciale) dei cosiddetti geosinonimi (si pensi alla diffusione di alternanti come cacciucco e brodetto o come pedalò e pattino), ma soprattutto come un recupero di singoli lessemi dialettali o di marche fonologiche spesso ipercaratterizzate per dare alla lingua un quoziente di espressività.
Proprio nell’espressività, nell’immediatezza, nell’idea di “genuinità” il dialetto ha trovato un nuovo spazio vitale. Se guardiamo al linguistic landscape urbano, pullulano le insegne di negozi (in particolare di generi alimentari) in cui trova spazio il dialetto; le scritture esposte mostrano una nuova dialettalità metropolitana che va dai semplici graffiti a striscioni allo stadio a scritture poetiche (si pensi per esempio al movimento dei “Poeti der Trullo”).
Anche nei social il dialetto è vivo e vegeto, segno tangibile di un ritorno nell’uso di questa forma di comunicazione anche (e spesso anzi soprattutto) nelle generazioni più giovani, che sono state le più veloci a recuperare e a rivitalizzare forme linguistiche in regressione o addirittura in via d’estinzione (si pensi al doppiaggio parodico di alcuni film in una varietà pressoché estinta come il giudaico-romanesco).
La malerba dialettale, insomma, non è stata estirpata affatto. Si è solo trasformata. Perché il dialetto è un fiore che non muore.
L'autore
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Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).
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