«Chi studia si comporta così».
Fu questa la frase che mi disse Lucia Bertolini il giorno in cui, complice l’Anonimo romano, ci conoscemmo.
Era il 20 giugno 2014. Eravamo a Brno a un convegno organizzato dal nostro comune amico Paolo Divizia. Eravamo usciti a prendere un caffè e Lucia a fumare una delle sue immancabili sigarette. Si stava giocando la partita Italia-Costarica della fase a gironi dei mondiali di calcio in Brasile.
Buttavo un occhio alla partita quando Lucia iniziò a parlarmi di un mio intervento (di cui avevo reso disponibile in rete un allegato) a un convegno del 2010 in cui avevo parlato dell’Anonimo romano come di «un falso falso» («bella definizione!» disse Lucia). Lucia non solo lo aveva letto con attenzione ma cominciò a postillarlo a voce, a elencare i punti su cui era d’accordo con me e – soprattutto – quelli su cui non era d’accordo. Discutemmo a lungo, confrontando i nostri materiali di lavoro, scambiandoci idee, proposte e anche rimanendo su alcuni aspetti fermi nel disaccordo iniziale. Alla fine della nostra chiacchierata Lucia mi disse che queste discussioni erano la parte migliore del nostro mestiere, «perché chi studia si comporta così».
L’Italia, nel frattempo, aveva perso la partita 1-0, ma io avevo guadagnato l’amicizia di una grandissima studiosa e di una maestra sempre prodiga di consigli.
Da quella volta i nostri rapporti si fecero continui: oltre all’Anonimo romano avevamo in comune molte simpatie per alcuni colleghi e molte antipatie.
Anche quando parlava della vita accademica, Lucia era sempre lucida nell’analisi e prodiga nei consigli. La sua carriera la aveva vista girare tante università in Italia, spesso molto diverse tra loro per numero di studenti, tante facoltà, diverse per l’approccio didattico che richiedevano, tanti mondi diversi. Nel 2013, tra l’altro, Lucia era approdata a eCampus, in un momento in cui le telematiche erano in una fase di sviluppo. Come molti – sia ieri sia oggi – ero molto scettico sulla qualità di una telematica. Nonostante questo, Lucia mi volle come suo cultore per gli esami di filologia (era uno degli esami più temuti del corso). Ho sempre creduto che fosse stato il suo modo per farmi capire che non è il medium a fare la qualità dell’insegnamento o della preparazione, quanto piuttosto la generosità e il rigore dell’insegnante.
Generosità è forse la parola che meglio descrive l’approccio di Lucia agli altri: pur essendo talvolta burbera nel dire le cose («noi toscani siamo così», disse una volta in una discussione legata a un volgarizzamento), non mancava mai di essere un fiume in piena di indicazioni, di consigli, di suggestioni di manoscritti consultati o anche solo rapidamente sfogliati.
L’ultima volta che ho visto Lucia è stato ancora una volta a Brno, dove presentava (sempre invitata da Paolo Divizia) il suo ultimo lavoro filologico: l’edizione di Eva / Frine verghiana. Nel sentirla parlare di Verga (di un argomento lontano dal centro dei suoi studi) emergevano a pieno le sue caratteristiche umane: lucida considerazione del pregresso (con gli apporti positivi e negativi), considerazione del dato di fatto filologico e sistematizzazione di questo dato di fatto all’interno del processo creativo verghiano.
Penso che meglio di qualunque ricordo della sua qualità scientifica, di qualunque commemorazione dei suoi studi e dei suoi lavori parlino per lei gli “schedoni” della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze: in tantissimi (forse in quasi tutti quelli scritti in volgare) compariva il suo nome, lungo un arco di tempo che dice molto della sua prassi di studio. Trovare il suo nome è sempre stato per me un momento rinfrancante: voleva dire che la strada era giusta, anche se qualcuno l’aveva già percorsa prima di me.
Quello di Lucia è stato uno studio continuo nel tempo, paziente, fatto di scavi continui e profondi: era un lavoro che procedeva piano, con i tempi che la filologia richiede, lontani dalle necessità carrieristiche che sono oggi di fatto imposte a chi studia da mediane e valori soglia. Lucia, che si era formata con Gianfranco Contini, apparteneva – come un altro maestro troppo precocemente scomparso, Giuliano Tanturli – a quella generazione di studiosi che credeva nel dato materiale non fine a sé stesso, bensì collocato in un contesto culturale e partiva per questa via per opere estesissime di censimento (i manoscritti della Sfera del Dati sono ancora oggi una guida imprescindibile per chi si occupi di letteratura in volgare del Quattrocento); nella collocazione precisa del dato testuale, avendo alla base un nitido quadro teorico che portava a occuparsi di pratica filologica sui testi prima che di speculazioni teoriche e terminologiche; nell’analisi minuziosa del dettaglio: unica strada che potesse davvero condurre a una ricerca che fosse effettivamente filologica. Tutto questo portava spesso a smentire o a contestare le conclusioni di altri studiosi, ma spesso anche a recuperare e rivalutare studi poco considerati.
La grande lezione che rimane di Lucia è il credere nella filologia come scienza generosa, come abito mentale, come assoluta onestà intellettuale, come luogo di incontro e confronto e non come scontro. «Perché chi studia si comporta così».
L'autore
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Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).
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