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Un amico di Giovanni Pascoli: Vico Fiaschi «Carrariensis»

Il nome di Vico Fiaschi (1875-1933) è da poco entrato nel novero dei corrispondenti di Giovanni Pascoli, e si lega, in primo luogo, a un’occasione (mancata?) di storia letteraria.

Carrarese, avvocato, amico ed estimatore di Guido Gozzano, fu Fiaschi a spedire a Pascoli La Signorina Felicita appena uscita sulla «Nuova Antologia», con una lettera che ancora si trova a Castelvecchio assieme al fascicolo della rivista, tagliato nelle sole pagine della poesia. Gozzano aveva già pubblicato, nel 1907, La via del rifugio; e La Signorina Felicita, cuore dei futuri Colloqui, esce il 16 marzo 1909. Fiaschi la invia il 29: attende «una buona parola»:

Carissimo professore; Se vengo a turbare la sua dolce quiete mi perdoni pel pietoso motivo che mi spinge. – Un caro amico mio, non ancora ventitreenne, e già pressoché finito dal terribilissimo male!, Guido Gozzano di Torino, autore di un caro volumetto di versi (La via del rifugio – Streglio Ed.), pubblica ora nell’ultimo fascicolo della Nuova Antologia una poesia “La Signorina Felicita”, che a me par tanto bella, e fresca, e originale.

Da buon avvocato, Fiaschi punta sulla mozione degli affetti. L’amico, racconta, si è deciso, «riluttante», a pubblicare la poesia, «in condizioni davvero commoventi»:

Stava per partire per le Canarie onde passarvi l’inverno in un clima più mite, ed era già a Genova per imbarcarsi, quando fu richiamato telegraficamente a Torino; la mamma – l’unica persona di famiglia che gli rimanga – era stata colpita da un insulto apoplettico!: fortunatamente non mortale, ma il poveretto à dovuto passar l’inverno al capezzale della mamma! Questa allora chiese al figlio di veder pubblicata la Poesia, e così…

In realtà Gozzano era stato a lungo in trattative con Giovanni Cena, caporedattore della «Nuova Antologia». E con piena consapevolezza aveva affidato a quella «palestra massima» (così in una lettera all’amico Vallini) il miglior frutto del libro in preparazione. Ma Fiaschi, che pure ne è al corrente, vuole toccare in Pascoli le corde che ritiene più sensibili. Il suo racconto è veritiero, sì, ma studiatamente unilaterale. Delle molte facce dell’amico lascia in ombra quella – ormai ben nota agli studiosi – del poeta ‘manager di se stesso’, costruttore accorto, e talvolta spregiudicato, dell’edificio pubblico della propria opera. Le lettere ad Amalia Guglielminetti, a Carlo Vallini, a Salvator Gotta, la coeva collaborazione al «Momento» di Tomaso Monicelli (che con Fiaschi e Gozzano forma il terzetto cui si lega la nascita di altre due poesie vicine alla Signorina Felicita, L’ipotesi e L’esperimento), una serie di documenti, insomma, che messi assieme fanno rete, raccontano un’altra verità: una verità più ampia e sfaccettata, che al dolore famigliare intreccia, talvolta con bruschi vuoti d’aria, quei rapporti ‘di lavoro’ che per Gozzano rappresentavano, scrive all’amico Gotta, «alleanze di pubblicità».

Pascoli rispose? Purtroppo non resta nulla a documentare un sì o un no. Non c’è neppure qualche segno sul poemetto. Solo due trattini, all’inizio e alla fine, a mo’ di cornice, vicino al titolo e al nome: una premura, immaginiamo, del mittente-ambasciatore, per invogliare il poeta alla lettura. Fra le carte di Castelvecchio però la lettera non è un oggetto irrelato. Con altre undici missive e cartoline, e una foto, forma un piccolo corpus che testimonia di un’amicizia durevole: una ‘lunga fedeltà’, coltivata da Fiaschi verso il poeta che già insegnante nel suo liceo, il Rossi di Massa, poco prima che vi iniziasse gli studi (Pascoli era passato nel frattempo al Niccolini di Livorno), era poi venuto a installarsi, nel 1895, già celebre per le Myricae e per i premi aurei di poesia latina, nel romito nido di Castelvecchio, di là dalle Alpi Apuane: le montagne bagnate di viola al tramonto che il paladino dei cavatori di marmo (l’«avvocato dei poveri» lo chiamavano) ben conosceva, e praticava da buon camminatore.

Del resto, il numero delle cartoline che Fiaschi, in moto perpetuo per le vie del marmo e per i borghi apuani, invia a Castelvecchio ma anche a Messina e a Bologna (sedi universitarie di Pascoli) aumenta se si considerano i pezzi ‘collettivi’, firmati da gruppi di amici. Il primo nome è spesso quello di Alfredo Caselli, intimissimo di Pascoli, proprietario, a Lucca, del ‘Carluccio’, rinomato caffè e ritrovo di artisti. E ci sono Luigi Orsini, poeta e librettista, e il pittore Plinio Nomellini, che sarà anche illustratore pascoliano. Del 1902, ad esempio (21 settembre), è una cartolina spedita da Torre del Lago che incolonna ben cinque nomi, in testa l’immancabile Caselli (Fiaschi si firma «Carrariensis», e ultimo compare Nomellini), da una località, Torre del Lago, che parla per la figura che l’ha eletta a dimora, Giacomo Puccini, attorno al quale s’era raccolto ai primi del secolo un vivace cenacolo.

Dal nido di Castelvecchio, e sempre conservando una ragionevole distanza (cui è indispensabile un fine intermediario come Caselli), Pascoli si mantiene in dialogo con la vita intellettuale dei dintorni. Anche Fiaschi si presta a uffici di mediazione. Ed è proprio uno scambio all’origine della prima lettera conservata. A Carrara fa base nel biennio 1896-97 Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi, con l’incarico di dirigere lo «Svegliarino», storico giornale democratico e voce del socialismo locale. Ceccardo vi aggiunge un «Supplemento del giovedì», foglio «politico artistico letterario» che durerà appena dodici numeri (testata e testatine sono disegnate da Nomellini). Appunto al 1896 (17 ottobre) data una calorosa lettera di ringraziamento di Fiaschi per l’invio della poesia L’eredità (poi, con varianti, in Myricae, col titolo Il rosicchiolo), che figura a centro pagina nel numero del 29 ottobre del «Supplemento». Nella cornice politica del giornale, è a tutti gli effetti una poesia di denuncia sociale:

Per te l’ha serbato, soltanto
per te, povero angiolo: ed eccolo,
– o pianto! –
è questo: un rosicchiolo secco.

Moriva sul letto di strame
né aveva quell’anima, è vero,
– che pianto! che fame! –
che questo rosicchiolo nero.

E sì, lo guardava lunghe ore
tua mamma, e moriva: morì
di pianto, di fame, d’amore.
E… mangia! il rosicchiolo è qui.

L’amicizia di Fiaschi con Ceccardo risale agli anni del liceo massese, che anche il poeta di Ortonovo aveva frequentato appena dopo il passaggio di Pascoli. Nel Ceccardo di Lorenzo Viani (1922), fra i ricordi in cui si affaccia anche il nome del «fido amico di lui, Vico Fiaschi», è marcata una linea di avvicendamento generazionale che si svolge con naturalezza sotto gli auspici del genius loci:

Da giovinetto [Ceccardo] frequentava il liceo a Massa. […] Alla trattoria “Pitti” si adunavano, anche loro studenti: Arturo ed Alceste De Ambris di Licciana, Luigi Campolonghi di Scorcetoli, Vico Fiaschi “lo Carrarese”, Pietro Ferrari, Orlandini Orlando e un tal Rossi […]. Più che la scuola credo che frequentassero “Batti [in realtà “Battì”, da Battista] Milani”, quella rivendita di vino apuano che dà sul Frigido, fra ghirlande di limoni e di aranci, tanto cara a Giovanni Pascoli quando fu insegnante al Liceo di Massa.

Personalità di rilievo della cultura e della politica carrarese, Fiaschi si fa presto un nome come avvocato militante, difensore degli umili nei «paesi dell’anarchia» (come nel 1894 li battezza Ceccardo in un libello-reportage subito messo fuorilegge, Dai paesi dell’anarchia).

Vicino a poeti e intellettuali di quella mezzaluna apuano-genovese che estende le sue propaggini nella Torino letteraria e accademica, dal 1907 coltiva l’amicizia con Gozzano e col suo critico-promotore Tomaso Monicelli, allora collaboratore assiduo dell’«Avanti!». E sempre in area torinese è in rapporti con Cesare Lombroso, cui dovette avvicinarlo il suo maestro dell’università di Pisa, il socialista Enrico Ferri. Questi, prima di intraprendere la carriera accademica sotto gli auspici dell’iniziatore dell’antropologia criminale, era stato studente in giurisprudenza a Bologna; e proprio il legame con Ferri potrebbe aver rappresentato per Fiaschi una meritoria credenziale agli occhi di Pascoli, che di Ferri era stato sodale negli anni universitari della militanza internazionalista al fianco di Andrea Costa.

Appartenente alla generazione più giovane del socialismo rivoluzionario (poi mitigato nella maturità, ma sempre pronto ad accensioni), Fiaschi è già iscritto, giovanissimo, al partito socialista quando la Lunigiana è sconvolta dai moti del ’94. Nel 1905 è fra i primi ad aderire alla “Repubblica d’Apua”, cenacolo artistico, letterario e politico formatosi attorno a Ceccardo dopo il successo di Apua mater. Con Pascoli è in corrispondenza almeno dal 1896, anno, come si è detto, della lettera più antica; l’ultima è del 1911, e conferma i toni affabili di una confidenza mai mutata negli anni.

Fra il primo e il secondo di questi messaggi – ne leggeremo qui un paio – corrono cinque anni: 17 ottobre 1896, 19 luglio 1901. Ma la lacuna è nei documenti, non nei rapporti: il tono della lettera del 1901 attesta un’amichevole consuetudine. La lettera accompagna «un certo numero unico “pro Infanzia”», che Fiaschi invia per conto del «caro e buono Luigi Staffetti», il “Gigino” allievo di Pascoli negli anni di Massa e legato al maestro di schietta amicizia. Proprio da una sua lettera di poco successiva a quella di Fiaschi, datata 25 luglio, è possibile ricostruire le circostanze dello scambio: Pascoli, impegnato nella stesura del suo terzo volume dantesco, La Mirabile Visione, aveva chiesto a Staffetti di informarlo sui suoi studi più recenti. E Staffetti, che in quel momento era in villeggiatura (a Capriglia, presso Pietrasanta), gli aveva inviato, per il tramite di suo cognato e di Fiaschi, un ricco carniere dantesco: il sesto volume della Storia della letteratura italiana di Adolfo Bartoli, contenente il suo saggio I Malaspina ricordati da Dante, la recensione alla Storia della Lunigiana feudale di Eugenio Branchi, nel «Bullettino della Società Dantesca Italiana», e il saggio Santa Croce del Corvo contenuto nell’opuscolo Pro Infanzia, che è quello spedito da Fiaschi (l’opuscolo è stampato a Carrara). La recensione al Bartoli, quasi un saggio a sé, avrà un ruolo importante nella ricostruzione della genesi della Commedia imbastita nella Mirabile Visione: le conclusioni di Pascoli sull’‘illuminazione’ avuta da Dante alla corte di Moroello Malaspina in Lunigiana, e sulla successiva ripresa del poema interrotto dopo il settimo canto, trovano una base documentaria proprio nelle ricerche di Staffetti.

Scrive ancora Fiaschi nella lettera che accompagna l’invio: «E in questa estate vorrà permettermi, egregio professore, ch’io soddisfi finalmente, un vivo, antico desiderio: quello di tornarLe a fare una breve visita nella Sua cara pace di Castelvecchio». L’occasione si dà sul finire dell’estate. Per il primo settembre, domenica, Pascoli organizza un pranzo all’osteria del Lemetti, al Ponte di Càmpiglia alle pendici del colle di Caprona: «Prepariamo per il mezzogiorno – scrive a Caselli il 29 agosto – una colazione (per tutelare il nostro amor proprio!) di tagliolini sul brodo. C’è posto per due, oltre te. Porta chi vuoi». Caselli porta Fiaschi. A ricordo della giornata resta un’affettuosa cartolina che firmano in tre, «Giovanni e Mariù Pascoli e Vico Fiaschi», indirizzata – il cerchio si chiude – proprio a Luigi Staffetti. Accanto al prestampato, «Un saluto da Barga» (la cartolina mostra il Duomo), Pascoli aggiunge: «cioè dal Ponte di Càmpiglia, dove facciamo colazione, pensando al lontano amico desiderato e a Maria Valeria e Pier Carlo» (sono i figli di Staffetti).

I tagliolini, il pranzo dal Lemetti, ma anche Dante e la Mirabile Visione, il cui mosaico s’era composto quell’estate pure in grazia dei pronti invii di Fiaschi e Staffetti e delle discussioni sul Dante ‘lunigiano’, che certamente avevano coinvolto anche Fiaschi: si spiega così un’altra cartolina, del 25 marzo 1902, il cui significato si rivela soltanto a una lettura contestuale. È un’immagine delle cave di Ravaccione presso Carrara, la foto di una stretta petraia, fra scoscese pareti di marmo, che Fiaschi accompagna con un distico in latino:

E lustro Aruntis tenuis laetatur amicus,
Cui laudis nimium semita parva, tibi.

Vicus Fiaschi. Carrariae a. d. VIII Kal. apr. MCMII.

“Dal rifugio di Aronte si congratula con te l’umile amico cui troppa lode è un piccolo sentiero”. Ricordiamo il personaggio di Dante, l’indovino «Aronta» (If., XX, 46-51):

che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.

Dai «bianchi marmi» sopra Carrara, donde lo sguardo dell’Aronte dantesco aveva spaziato sul cielo e sul mare, Fiaschi manda il suo saluto. E il suo laetatur non può che riferirsi alla Mirabile Visione, stampata nel dicembre 1901. Il tenuis e il semita parva esprimono certo una professione di modestia di fronte all’illustre amico; ma può darsi che l’immagine del sentiero contenga anche un riferimento al piccolo contributo che Fiaschi aveva recato allo studio pascoliano, con l’invio di quel saggio per conto di Staffetti, forse anche con le stesse discussioni dell’estate. Da Ennio a Cicerone a Fedro, semita è proverbialmente in contrapposto a via. E Fiaschi sembra scherzare persino sul suo nome, latinizzato in Vicus: strada di quartiere, contro la grande via di raccordo, o villaggio di campagna, in opposizione a urbs. Del resto, Mirabile Visione alla mano, l’apporto del comune amico Staffetti appare evidente: del ruolo dei Malaspina si inizia a leggere – anche per uno slittamento del fuoco degli studi pascoliani dalle strutture del poema alla sua vicenda compositiva – soltanto in quest’ultimo volume, dove le ipotesi di Pascoli sul periodo lunigiano di Dante trovano suffragio esclusivamente nelle conclusioni storiche di Staffetti. Con Staffetti, come con Fiaschi, la moneta di scambio è tutta affettuosamente locale – per quanto nei suoi scritti Pascoli la spenda sul grande banco dell’accademia.

Le cartoline di Fiaschi rispecchiano sempre un’occasione: danno voce a un luogo, raggiungono il destinatario evocando temi che gli sono cari. Altre tre sono inviate da Valdicastello, dal «Villaggio» – dice la didascalia – «ove nacque Giosuè Carducci». La cadenza è biennale: 1901, 1903, 1905. Sull’ultima, in cui il consueto volto accigliato di Carducci affianca la foto della casa natale, Fiaschi corregge la data di nascita del poeta: «28» anziché «29 luglio 1835». La cartolina risale proprio al 28 luglio: un pellegrinaggio (la controversia sulla data si era accesa vivente Carducci: e «28» era il giorno che si leggeva sulla targa celebrativa apposta nel 1887). Ora questa cartolina, in questa estate del 1905, contiene un significato che trascende il semplice rito della visita alla casa del Maestro. Giunge a Castelvecchio durante le angosciose vacanze della grande decisione e dell’attesa. Dell’attesa, più che della decisione: «Il destino si deve compiere, non la mia volontà», scrive Pascoli a Vittorio Cian, amico e collega a Pisa, nella lettera, riportata da tutti i biografi, in cui rintocca il verso della Voce: «Caro Vitto, c’è una voce nella mia vita…». Bologna lo vuole successore alla cattedra di Carducci, e tutti, giornali e amici, ne sono al corrente. Dal «Giornale d’Italia», dal «Marzocco», dal «Corriere della Sera» giungono espressioni di plauso e d’incoraggiamento. D’Annunzio telegrafa (10 giugno): «Conosco ora la designazione della facoltà di Bologna. Sono felice che il mio voto si compia e che alla cattedra gloriosa sia esaltato il più degno». E Pascoli, che a Cian si rivolge «con la solenne veridicità d’un moribondo» (è la lettera già citata del 13 giugno):

Io vorrei godermi in pace la mia ora crepuscolare, fra la tacita Pisa e Castelvecchio […]. Vorrei a non altro attendere, che alla silenziosa creazione di cose piccole sì, ma mie […]. Ma c’è una voce nella mia vita… Quella ora s’alza dalla profondità della terra e della mia anima, e mi grida forte e soave: Consolaci! Noi vogliamo essere rivendicati in te, nostro povero figlio! Noi lo sappiamo che la fama e la gloriola ti turbano, ti affannano, ti spaventano! Ma noi la vogliamo per noi! Fa’ questo sacrifizio! Anzi questo olocausto! Rinnega tutto te stesso!

Il destino si compie: dato l’assenso per il trasferimento, e con regio decreto del 2 novembre 1905, Pascoli succede a Carducci sulla cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna.

Questo vivere pubblicamente già nel mito di se stessi, nel brusio sussultante dei giornali, ora attenuato ora più alto, questo entrare nella cronaca che ambisce a tagliare e comporre i tasselli di una Storia, civile e letteraria, da scrivere, è condizione che investe e talvolta determina l’esistenza del poeta già da qualche anno. Così, che i Maestri si avvicendino è idea che attraversa anche i messaggi di Fiaschi, piccolo specchio di una realtà più grande. Nella scansione delle visite di Fiaschi alla vicina Valdicastello si innesta perciò anche un viaggio più lungo: un viaggio in Romagna. Meta del pellegrinaggio – o, verosimilmente, di una devota deviazione dall’itinerario dell’avvocato e politico – è proprio San Mauro: una cartolina che Fiaschi spedisce l’11 agosto 1904 raffigura proprio la «Casa ove nacque il Poeta Giovanni Pascoli». Il successo recente dei Canti di Castelvecchio, con la sezione finale del Ritorno a San Mauro, aveva consacrato definitivamente la «bianca casina». E la cartolina è un condensato di segni allusivi. Rappresenta la casa di scorcio, cinta dal giardino sulla sinistra. È datata al giorno dopo il fatidico 10 agosto. E Fiaschi vi riporta, nitido, nella chiazza di cielo bianca che sovrasta la casa, il verso: «Romagna solatia, dolce paese…». Non è dunque, semplicemente, un saluto, ma «un pensiero»: «un pensiero e un saluto».

Piccoli oggetti come questo – una cartolina, due righe, un verso – ci parlano di un’amicizia discreta, ininterrotta, un amore per la poesia di Pascoli che accompagnerà Fiaschi anche negli anni bui del fascismo, quando la violenza squadrista ne minerà il fisico e la cappa coercitiva del regime ne renderà quasi inudibile la voce. Risale al 1932 – un anno prima della morte – una cartolina a Giovanni Ansaldo, che allora scriveva per il «Lavoro» di Genova e aveva pubblicato un articolo sulla goethiana Rosellina di macchia (Heidenröslein), che Fiaschi propone di confrontare con Pascoli: «Caro Ansaldo, / Bellissimo La rosellina di macchia. Ma, a riprova delle tue giuste ed acute osservazioni leggi “Rosa di Macchia” di Pascoli (Myricae) e vedrai come, nella identica situazione il poeta italiano, a differenza dell’olimpico poeta tedesco, à sentito il dolore umano, il solidale strazio come tu lo chiami. Il confronto è veramente impressionante».

È l’ultimo documento della sua fedeltà.

 

Nota

Ho attinto da due miei saggi: Pascoli, Gozzano, Vico Fiaschi. Libri, lettere, poesie, «Per Leggere», XXIV, 47, 2024, pp. 73-115; Di là dalle Apuane. Giovanni Pascoli e Vico Fiaschi, «Rivista Pascoliana», 36, 2024, pp. 27-57.

Le immagini delle cartoline provengono dal sito dell’Archivio di Casa Pascoli a Castelvecchio, “Giovanni Pascoli nello specchio delle sue carte”. La foto di Vico Fiaschi è in R.M. Galleni Pellegrini, Vico Fiaschi: la famiglia e il personaggio. Dal Fondo Pilli, conferme e nuove acquisizioni, «Atti e Memorie della Accademia Aruntica di Carrara», XII (2006), pp. 30-61 (p. 53: «Vico Fiaschi. Ritratto giovanile»). La riproduzione della prima pagina del «Supplemento del giovedì» dello «Svegliarino» è tratta da E.B. Nomellini, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e Plinio Nomellini. Un’amicizia, i segni che restano, in La Repubblica di Apua, a cura di S. Bucciarelli et al., Firenze, Maschietto, 2010, pp. 107-15 (p. 108). Una prima ricognizione su Pascoli e il «Supplemento» è in S. Verdino, Lo «Svegliarino» di Ceccardo e una primizia pascoliana, in Un tremore di foglie, a cura di A. Csillaghy et al., Udine, Forum, 2011, pp. 465-77. Sul Gozzano pubblicitario di sé stesso si veda, oltre al classico G. De Rienzo, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, Milano, Rizzoli, 1983, E. Santagata, Con le mani in tasca. Guido Gozzano e il suo tempo, Bari, Edizioni di Pagina, 2024.

Perché apre uno squarcio di vivace realtà sui rapporti di Pascoli con i propri allievi più cari, riproduco per intero il testo della lettera di Luigi Staffetti del 25 luglio 1901, avendola citata – anche sulla «Rivista Pascoliana» – soltanto per stralci (il carteggio, distribuito tra Castelvecchio e l’Archivio di Stato di Massa, meriterebbe di essere ricostruito; sono edite finora le sole lettere di Pascoli a Staffetti: B. Cherubini, Quattro lettere inedite di Giovanni Pascoli a Luigi Staffetti, Bordighera, Istituto Internazionale di Studi Liguri, 1965, già in «Giornale Storico della Lunigiana», XV, 1-3, 1964, pp. 123-27). La lettera è datata «Capriglia, (Pietrasanta) 25/VII ’901» (Archivio Casa Pascoli, G.46.11.4):

Maestro dilettissimo,

Sono in Versilia, su in cima d’un colle tutto vestito d’ulivi e davanti a me si distende, ampiamente, in curva la marina da Livorno alla Spezia. Ho lasciato la Lunigiana e le sue pinete un po’ per provare l’efficacia di questo mutato clima montanino su’ miei piccini, un po’ attratto da tante ricordanze versiliesi, rievocate, quest’anno, nel decorso maggio. [di lato: Le spedisco due fotografie.] Siamo, dunque, nella stessa provincia, anzi nel medesimo imperio di tutte le Lucche; venga, dunque a trovarmi, c’è una vecchia sala con certe pretenziose pitture, dove potrò allogare uno e due ospiti, c’è una cameretta dove, con Mariuccia mia potrebbe riposare Mariuccia sua, anzi nostra, e ci sono tante altre belle cose meritevoli d’esser vedute e “sentite” specialmente da chi ha il cuore di poeta e l’anima d’artista come il mio Maestro insuperato. Passeremo il colle che mena a Capezzano, scenderemo a Val di Castello a riveder la Casa del Poeta, saliremo a Monteggiori dove la bruna muraglia parla ancora di Castruccio, e mirando, giù nel piano, la via bianca di polvere fra il verde-acciaio degli ulivi, ci parrà di veder passare, sotto Rotajo, l’oste pisana guerreggiante con la lucchese, e Carlo IV, imperatore sfortunato, chiedere alla bianco-marmorea rocca di Pietrasanta, da l’esili colonnine che spartiscono le eleganti bifore quattrocentistiche, quella pace e quel viatico cercato invano, dopo Roma, a Siena e a Pisa. Ero già partito da Massa, proprio con “Michel Bertagna da la barba arguta”, quando mi mandarono quassù la sua graditissima cartolina. Le ho fatto mandare, da mio cognato, il volume del Bartoli con un altro opuscoletto che, credo, sia concludente assai: avrei voluto, in certe affermazioni, essere anche più categorico, ma urtavo nelle tradizioni conservatrici della Società dantesca che ospitava la mia rassegna, sicché mi toccò smussare certi angoli che parevano troppo acuti.

Un’altra noterella che dà una giusta nota di “colore locale” è quella su S. Croce del Corvo, che avrà veduta in quel numero unico speditole dal mio caro Vico Fiaschi per mia preghiera. Non ho altro: ma credo che qualche cosa di nuovo potrà uscir fuori da una pubblicazione incominciata dal Ferretto negli Atti della Soc. Ligure di St. patria vol. XXXI, fasc. I, 1901, “Codice diplomatico delle relaz. fra la Liguria la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante”. Parlerà Lei di Dante e dei Malaspina in un prossimo volume dantesco?

Invidiabile e maravigliosa attività la sua: opera di critica letteraria poderosa, di cui parla e scrive chiunque attenda ai begli studî; concezioni d’arte serena che sono attese, cercate, rubate da quanti amano e intendono il bello ed il buono!

Verrà, dunque, a trovarci, finalmente? Nella scorsa primavera si disse ch’Ella, dopo il Liceo di Lucca, avrebbe potuto ispezionare il nostro. Il cuore ci tremò di dolce speranza: ne chiesi al Bonuccelli, preside al Michelangelo, perché, in quelle ferie di Pasqua io era a Firenze; mi rispose che non lo credeva. Ben venga come amico e maestro, come cittadino ed ospite di Massa che l’ama e di lei, come di un suo proprio figliuolo si onora.

A Catania ebbi l’eleggibilità, ma altri più valenti mi sorpassarono ed io rimasi sesto. Ora mi convien pensare al lavoro, ché la scuola e la casa, per questi anni passati, m’hanno tolta molta parte di me. Vorrei, però, lasciar Massa. A Firenze, per due volte di seguito, non mi hanno voluto mandare sebbene avessi le mie buone ragioni, essendo il 2° dell’ultimo concorso pel Minghetti di Bologna. Ora ho chiesto Pisa dove m’hanno promesso la libera docenza. Ma il vecchio Giuliani se ne andrà davvero? Potrebbe, Lei che è costà, sapermi dire, discretamente, qualche cosa di positivo? S’intende che né io posso invocare il “levati di lì ci vuo’ star io”, né voglio brigare contro un valentuomo; ma mi spiacerebbe rimanere, come al solito, con un palmo di naso. Se “si dice” con fondamento che egli si ritira io insisterò per raccoglierne la successione. Ciò non vuol dire ch’io sia un perpetuo incontentabile; ma, purtroppo, non è Massa il terreno più propizio per seguitare gli studî né facilmente ci si procurano i mezzi per le ricerche quando non s’ha diritto al prestito direttamente con le maggiori biblioteche.

Non voglio tediarla di più. Mi ricordi con affetto memore e vivace alla gentilissima Sig.na Maria e mi voglia sempre quel bene di che mi ha mostrato “più oltre che le fronde”[.]

Il suo Gigino

 

L'autore

Enrico Tatasciore
Enrico Tatasciore è nato il 30 marzo 1982 a Pescara. Vive e lavora a Modena, dove è docente di materie letterarie presso l'Istituto d'Arte "Adolfo Venturi". Ha studiato a Pisa, Bologna e Siena. Ha svolto attività di ricerca presso l'Università di Bologna, la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, l'Università di Genova e la Freie Universität di Berlino. Ha scritto soprattutto su Montale (Di ombre e cose salde. Studio su Montale, Milano, Mimesis, 2015), Pascoli ("Epos" di Giovanni Pascoli. Un laboratorio del pensiero e della poesia, Bologna, Pàtron, 2017; Pascoli latino e novecentesco. "Pomponia Graecina" e "Thallusa" dai classici a Sbarbaro, Bologna, Pàtron, 2023), e sulla ricezione dei classici nella poesia del Novecento (Moderne parole antiche. Cardarelli, Ungaretti, Quasimodo, Saba e i classici, Milano, Prospero, 2020). Un ulteriore filone di ricerca è quello della fortuna di Pascoli in area tedesca, in particolare attraverso l'opera di Benno Geiger, poeta, traduttore e storico dell'arte (Dal "Pascoli tedesco" di Benno Geiger: i "Poemi conviviali", Rilune - Revue des littératures européennes, 17, 2023).