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Il tempo sospeso della «tregua». Primo Levi sportivo

La tregua uscì nel 1963, presso la casa editrice Einaudi, come “seguito” ideale di Se questo è un uomo, che era stata la prima testimonianza, scritta tra il dicembre del 1945 e il mese di gennaio del 1947, in forma memorialistica da Primo Levi, sulla tragica esperienza patita nel campo di concentramento di Auschwitz. Ne La tregua, Levi racconta la lunga peripezia che lui, come tanti altri sopravvissuti al lager nazista, dovette affrontare per tornare a casa (nel caso di Primo Levi, infatti, questo viaggio di ritorno si protrasse dal 27 gennaio 1945, con la liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa, all’ottobre di quello stesso anno, precisamente, fino al 19 ottobre 1945, giorno in cui fece ritorno a Torino). Il lungo viaggio di rimpatrio, con soste in diversi campi di transito, nei quali i russi continuarono a utilizzare gli ex deportati in attività lavorative, portò Levi in diversi Paesi (Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, etc.), incontrando una moltitudine di persone, con storie e con vicende umane uniche. Italo Calvino, che negli anni Sessanta era redattore presso la casa editrice Einaudi, definì La tregua, proprio in quanto narrazione del ritorno, come una «Odissea dell’Europa tra guerra e pace». Il titolo, La tregua, rinvia al concetto di tempo sospeso, tra l’orrore della prigionia, e la difficoltà a reinserirsi nella vita “normale”, nella vita civile, una volta tornati a casa. Il tono di questa narrazione è più disteso, rispetto a Se questo è un uomo; Levi, adesso, deve riscoprire pian piano la vita quotidiana, con le piccole e semplici gioie, la solidarietà, l’amicizia, fino a riscoprirsi umano. Tregua, allora, può essere anche la narrazione di una partita di calcio.

L’8 maggio del 1945 fu firmata la resa, a Berlino, tra la Germania e l’Urss di Stalin (in realtà, la firma giunse in tarda notte, quindi, per Mosca, era già 9 maggio). Nel campo di stazionamento di Bogucice, nel distretto di Katowice (Polonia), dove Levi si trovava, si pensò di festeggiare il «Victory Day» con una partita di calcio, tra la squadra di Katowice e una rappresentanza italiana:

«A metà maggio ebbe luogo un incontro di calcio fra la squadra di Katowice ed una rappresentativa di noi italiani.

Si trattava in realtà di una rivincita: una prima partita era stata disputata senza particolare solennità due o tre settimane prima, ed era stata vinta di larga misura dagli italiani contro una squadra anonima e raccogliticcia di minatori polacchi dei sobborghi.

Ma per la rivincita i polacchi sfoderarono una squadra di prim’ordine: corse voce che alcuni giocatori, e fra questi il portiere, fossero stati fatti arrivare per l’occasione niente meno che da Varsavia, mentre gli italiani, ahimè, non erano in grado di fare altrettanto».

La descrizione del portiere è grottesca, con forti accenti comici: «portiere da incubo», «spilungone biondo», dalle «movenze indolenti», che se ne sta, per tutta la partita, appoggiato a un palo della porta, quasi fosse uno spettatore, e non, piuttosto, un giocatore, con aria insieme «oltraggiata e oltraggiosa». Eppure, stranamente, quelle poche volte che la palla giunge dalle sue parti, lui si trova sempre nella sua traiettoria, e gli basta stendere il braccio, lunghissimo, per afferrarla. Senza mai, mai, per tutta la partita, adoperare l’altra mano, tenuta «ostentatamente in tasca». Ma il vertice comico, in questo racconto, Levi lo raggiunge con la descrizione dell’arbitro, e del suo comportamento in campo:

«Fu accanitamente disputata non solo fra le due squadre contendenti, ma fra entrambe queste e l’arbitro […]. Il suo comportamento era irritante, anzi estenuante, se giudicato col metro dei molti competenti presenti fra il pubblico; per altro verso, esilarante, e degno di un comico di gran scuola.

Interrompeva il gioco continuamente, a casaccio, con sibili prepotenti, e con una sadica predilezione per i momenti in cui erano in corso azioni sotto porta; se i giocatori non gli davano retta (e smisero ben presto di dargli retta, perché le interruzioni erano troppo frequenti), scavalcava il parapetto del palco con le sue lunghe gambe stivalate, si cacciava nella mischia fischiando come un treno, e tanto faceva finché non riusciva a impadronirsi del pallone […]. Era peraltro rigorosamente imparziale».

Dal dettaglio che leggiamo nel racconto, dell’arbitro, cioè, che scavalca il parapetto del palco dal quale, evidentemente, dirige la partita, comprendiamo che, fino a qualche decennio fa, l’arbitro (o giudice di gara) non fosse fisicamente presente all’interno del campo di gioco, ma che seguisse la partita da una postazione fissa collocata all’esterno del campo. Solo successivamente si è capito che la presenza fisica in campo e in movimento, seguendo le azioni di gioco, fossero requisiti indispensabili per una corretta direzione del gioco, assumendo decisioni più accurate, de visu.

«In queste condizioni, la partita (che fu meritatamente vinta dai polacchi) si trascinò per oltre due ore, fin verso le sei di sera; e si sarebbe protratta probabilmente fino a notte se fosse dipeso solo dal capitano, che non si preoccupava minimamente dell’orario, si comportava sul campo come il Padrone dopo Dio, e da quella sua malintesa funzione di direttore di gioco sembrava ricavare un divertimento folle e inesauribile. Ma verso il tramonto il cielo si oscurò rapidamente, e quando caddero le prime gocce di pioggia fu fischiata la fine.

La pioggia divenne in breve un diluvio: Bogucice era lontana, ripari per via non ce n’erano, e ritornammo in baracca fradici. Il giorno dopo stavo male, di un male che rimase a lungo misterioso».

In effetti, alle origini, verso la fine dell’Ottocento, quando giunse in Italia il gioco inglese noto come «football», le regole del gioco variavano da città a città, e, soprattutto, da “lega” a “lega”. Una partita poteva durare, per esempio, sessanta minuti, divisa in tre rispettivi tempi da venti minuti ciascuno. E così via. Solo a partire dal 1863, con la nascita della «Football Association», furono fissate alcune prime regole condivise (e, via via, modificate nel tempo), riguardanti la durata della partita, il numero dei giocatori in campo, alcuni divieti (come quelli di toccare la palla con le mani, o gli scontri fisici), per differenziare il football dal rugby. Primo Levi non doveva avere, molto probabilmente, una particolare cultura sportiva, o una predilezione per il calcio (né deve averlo mai praticato), però viveva a Torino, e quindi deve aver sentito parlare di calcio (e di arbitri). Lo comprendiamo anche attraverso un passaggio di questo racconto della partita, lì dove, cioè, Primo Levi narratore (e scrittore) sottolinea che il comportamento anomalo di quell’arbitro, «irritante» e «estenuante», apparirebbe tale «se giudicato col metro dei molti competenti presenti fra il pubblico». Non il suo, dunque, ma quello dei molti competenti presenti alla partita.

Altro riferimento al calcio, e ad una partita di calcio particolare, è presente nel capitolo secondo, «La zona grigia», dell’ultimo libro scritto da Primo Levi sui lager, pubblicato da Einaudi nel 1986: I sommersi e i salvati. Un anno dopo, Primo Levi si sarebbe suicidato. Nel capitolo due del libro, Levi riesce a descrivere con lucidità e con distacco, ricorrendo a una prosa anti-retorica, asciutta e scarna, come possa nascere, in una esperienza concentrazionaria, la così detta «zona grigia», cioè, come possa realizzarsi, all’interno di un lager, forme di collaborazione tra oppressi e oppressori (fino al punto che gli oppressi cedono a una sorta di servilismo imitativo, assumendo comportamenti più violenti degli stessi carnefici). Occorreva evitare, si sforzò più volte Primo Levi di precisare, la banalizzazione del rapporto vittime / carnefici, che prodotti come il (recente) film Il portiere di notte (1974), di Liliana Cavani, lasciavano intravedere, tra effetti kitsch ed estetizzazione della violenza.

Ad Auschwitz, come in altri campi di sterminio, poteva capitare di giocare a pallone, magari in un campo di gioco allestito a pochi passi dai “forni”; oppure, nelle piazze d’armi dei campi stessi. Nel secondo capitolo del libro, la riflessione di Levi è incentrata sull’esistenza, nei lager come al di fuori di essi, di «persone grige, ambigue, pronte al compromesso» (p. 35, dall’edizione del 2006, qui e altrove). Primo Levi, nel libro, racconta di un caso limite di collaborazione, rappresentato dai «Sonderkommandos» («Squadra Speciale»), composte, in larghissima parte, da ebrei. Squadre rigorosamente chiuse a ogni contatto con il mondo esterno, e con gli altri prigionieri. Si trattava di privilegiati, nel senso che, per qualche mese, avrebbero mangiato «a sufficienza»:

«A loro spettava mantenere l’ordine fra i nuovi arrivati […] che dovevano essere introdotti nelle camere a gas; estrarre dalle camere i cadaveri; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli femminili; smistare e classificare gli abiti, le scarpe, il contenuto dei bagagli; trasportare i corpi ai crematori e sovrintendere al funzionamento dei forni; estrarre ed eliminare le ceneri» (p. 36).

La Storia, riflette Levi, quella popolare ma anche quella istituzionale, insegnata nelle scuole, «risente di una tendenza manichea, che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità» (p. 24); la storia, dunque, impone l’assunzione di categorie interpretative semplici: noi, loro; amico-nemico. Gli accadimenti, continua Primo Levi, sono sempre stati risolti in conflitti, duelli, guerre. Non si sfugge, sostiene Levi, da questo schema. In termini sportivo, egli aggiunge, alla fine di ogni partita, o di uno scontro a due, ci deve essere un vincitore e un perdente. Diversamente, in caso di parità, lo spettatore resta deluso, perché egli cerca la vittoria (in termini sportivi ed etici):

«Certo è questo il motivo dell’enorme popolarità degli sport spettacolari, come il calcio, il baseball e il pugilato, in cui i contendenti sono due squadre o due individui, ben distinti e identificabili, e alla fine della partita ci saranno gli sconfitti e i vincitori. Se il risultato è di parità, lo spettatore si sente defraudato e deluso: a livello più o meno inconscio, voleva i vincitori ed i perdenti, e li identificava rispettivamente con i buoni e i cattivi, poiché sono i buoni che devono avere la meglio, se no il mondo sarebbe sovvertito» (pp. 24-5).

Poco più avanti, sempre nel secondo capitolo del libro, Primo Levi, raccontando di singoli collaboratori, di uomini grigi, narra la storia di Miklos Nyiszli, un medico ungherese, anatomo-patologo, componente dell’ultima Squadra Speciale di Auschwitz, utilizzato da Mengele, il medico e capo SS di Birkenau (criminale nazista, tristemente noto per i suoi esperimenti di eugenetica all’interno dei campi di sterminio, e sfuggito alla giustizia, dopo la fine del conflitto mondiale). Nyiszli racconta di una partita di calcio, alla quale ha assistito, durante una pausa del «lavoro», fra SS e SK (cioè, Sonderkommando), «vale a dire fra una rappresentanza delle SS di guardia al crematorio e una rappresentanza della Squadra Speciale» (p. 40). La partita si svolge, come nota Levi, «davanti alle porte dell’inferno»:

«all’incontro assistono altri militi delle SS e il resto della Squadra, parteggiano, scommettono, applaudono, incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio.

Niente di simile è mai avvenuto, né sarebbe stato concepibile, con latre categorie di prigionieri; ma con loro, con i “corvi del crematorio”, le SS potevano scendere in campo, alla pari o quasi. Dietro questo armistizio si legge un riso satanico: è consumato, ci siamo riusciti, non siete più l’altra razza, l’anti-razza, il nemico primo del Reich Millenario: non siete più il popolo che rifiuta gli idoli. Vi abbiamo abbracciati, corrotti, trascinati sul fondo con noi. Siete come noi. Anche voi, come noi e come Caino, avete ucciso il fratello. Venite, possiamo giocare insieme» (pp. 40-1).

Ecco, dunque, in questa pagina di Primo Levi, un esempio (tragico e dolente, senza alcuna luce di speranza) di quella che definisco dimensione «prisma» di una narrazione sportiva. Qui, Levi utilizza la partita di calcio tra SS e SK come prisma per scrivere d’altro, per scrivere, cioè, della disumanizzazione nazista, che però è stata capace di ammaliare finanche gli ebrei dei Sonderkommandos, trascinandoli sul fondo, e rendendoli come loro. E questo è avvenuto. Ammonisce Primo Levi. Quindi, può accadere di nuovo.

In una lettera del 1961, Italo Calvino, scrivendogli di aver letto un gruppo di suoi racconti, ai fini della loro pubblicazione presso Einaudi, in chiusura di lettera allarga la sua riflessione sulla bellezza e sulle grandi potenzialità della scrittura di Primo Levi, anche indipendentemente dalla testimonianza sulla Shoah, annotando con piacere la presenza, sia pure ancora in nuce, in forma ancora di «intenzione», tra i racconti di Levi appena letti, di un apprezzabile (e felice) tentativo di dar vita a «un’epica conradiana dell’alpinismo». Il racconto al quale Calvino allude, nella lettera, con lusinghiero passaggio sul tentativo di dar vita a «un’epica conradiana dell’alpinismo», è La carne dell’orso, che è, appunto, la narrazione di una scalata alpina. L’alpinismo fu un amore di gioventù di Primo Levi, che praticò negli anni degli studi universitari, e che condivise, in modo particolare, con l’amico (e scalatore) Sandro (Alessandro) Delmastro (1917-1944), chimico e partigiano, di famiglia cattolica, ucciso nell’aprile del 1944 dai fascisti (di lui, della sua morte, e della sua fidanzata, Ester Valabrega, di origini ebraiche, ha scritto un delicato profilo Ada Gobetti, nel suo Diario partigiano). Sandro condivise con Primo Levi, conosciuto a Torino, in Università, studente di Chimica, la passione per l’alpinismo (anzi, fu proprio Sandro a trasmetterla a Primo), affrontando assieme diverse “imprese”. La montagna come «finestrella di libertà», dichiarò Levi nel 1984, in una intervista sul suo rapporto d’amicizia con Sandro, e sulla sua idea di alpinismo, che tanto li univa, fino all’anti-fascismo. L’alpinismo per Primo Levi era lo strumento per scoprire sé stessi, i propri limiti, e il modo per affrontarli e superarli; dunque, un:

«…surrogato dei viaggi che non si potevano fare, alla scoperta del mondo, e di noi stessi; i viaggi raccontati nelle nostre letture: Melville, Conrad, Kipling, London»

Il gruppo di racconti esaminato da Calvino divenne libro Einaudi nel 1966, con il titolo Storie naturali, anche se fu firmato con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, su suggerimento della stessa casa editrice, per non schiacciare e non ridurre il valore letterario di questi racconti, agli occhi dei lettori, rispetto alla precedente produzione memorialistica sui lager, facendone, quindi, uno scrittore a tutto tondo (alpinismo, ambientazione montana, racconto d’avventura). Il racconto La carne dell’orso era apparso il 29 agosto del 1961 su «Il mondo», e il titolo Primo Levi lo aveva preso, come ispirazione, da un’espressione utilizzata da Jack London nel romanzo breve Smoke Bellew, uscito a puntate tra il giugno 1911 e il giugno 1912 sulla rivista «Cosmopolitan» (tradotto in italiano per la prima volta nel 1930, per le edizioni Sonzogno), a indicare un ideale di vita selvaggia e libera. In questa prima stesura del racconto, il co-protagonista della scalata è un certo Carlo, al quale si deve l’utilizzo dell’espressione «carne dell’orso». Solo verso la metà degli anni Settanta, per la precisione nel 1974, Primo Levi rimetterà mano a questo racconto, riscrivendolo e intitolandolo Ferro, e inserendolo nella raccolta di racconti einaudiana Il sistema periodico, uscita nel 1975. In questa seconda stesura, il co-protagonista assume il nome (definitivo) di Sandro (in omaggio a Delmastro). Dietro le due redazioni di questa storia d’alpinismo («La carne dell’orso», del 1961 e 1966, e «Ferro», del 1975), oltre a Conrad, come Calvino aveva notato ed elogiato (nella lettera del novembre del 1961), c’è anche Jack London, che veniva, generalmente, snobbato, perché ritenuto troppo popolare, ma che, invece, agli occhi, e per i gusti umani e letterari di Primo Levi, era da considerare come uno dei più grandi scrittori dell’età contemporanea, perché aveva fatto della lotta per la sopravvivenza, in condizioni estreme, la ragione della sua idea di letteratura (e di vita). Insomma, il Klondike come le Alpi, o come il Lager, una volta superata la «linea d’ombra». Ecco alcuni passaggi del racconto, nella redazione definitiva del 1975:

«Sandro andava su roccia più d’istinto che con tecnica, fidando nelle forze delle mani, e salutando ironico, nell’appiglio a cui si afferrava, il silicio, il calcio e il magnesio che aveva imparati a riconoscere al corso di mineralogia […].

Gli importava conoscere i suoi limiti, misurarsi e migliorarsi; più oscuramente, sentiva il bisogno di prepararsi (e di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino […].

Arrivammo in cima alle cinque […]

– E per scendere?

– Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga […].

Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza […]

Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la Repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura».

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.