Quando si parla della cultura livornese del secondo Novecento, il nome di Giorgio Fontanelli (Livorno, 20 maggio 1925 – Livorno, 5 giugno 1993) ricorre con una frequenza sorprendentemente inferiore rispetto al ruolo che egli ebbe realmente (la città labronica spesso tende a dimenticare i suoi figli più illustri). Eppure, pochi intellettuali riuscirono, come lui, a muoversi con altrettanta naturalezza tra poesia, teatro, saggistica, ricerca storica, radio e divulgazione culturale, mantenendo sempre un forte radicamento nella propria città. La sua vicenda rappresenta quella di uno studioso che non concepì mai la cultura come esercizio di stile isolato, ma come uno strumento di partecipazione civile. Livorno fu il centro ideale della sua riflessione, osservata non con nostalgia ma come laboratorio storico, linguistico e umano. Dopo gli studi all’Università di Pisa, Fontanelli intraprese la carriera dell’insegnamento, arrivando a ricoprire l’incarico di docente di Storia dello spettacolo presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Parallelamente sviluppò un’intensa attività di scrittura per il teatro che, nel corso di quasi quarant’anni, gli valse alcuni dei più importanti riconoscimenti della drammaturgia italiana: dal Premio Ca’ Foscari ottenuto nel 1956 con Il baratto al Premio IDI con E parlava d’amore, rappresentato al Teatro delle Arti di Roma dalla compagnia di Alessandro Fersen, fino al Premio Ugo Betti (1967), al Premio New York (1975), al Premio Ennio Flaiano (premio per il quale lo studioso risulterà finalista per le edizioni del 1976, 1980, 1983, 1984 e 1986) ed al Festival Internazionale degli Atti Unici (1991). La sua produzione teatrale testimonia una continuità creativa rara nel panorama italiano del secondo Novecento; persino dopo la sua scomparsa continuò a ricevere riconoscimenti, come dimostra il Premio Fondi-La Pastora assegnato nel 1994 all’opera L’autostrada.
La sua carriera di critico lo vide collaborare con alcune delle principali riviste italiane dedicate allo spettacolo e alla letteratura, tra cui «Sipario», «Il dramma», «Quaderni di teatro», «Il ponte», «Tempo presente», «Oggi e domani» e «Hystrio». A questi interventi si affiancarono studi dedicati a Goldoni, Alfieri, Ugo Betti e Federico Tozzi, culminati in volumi come Il teatro di Ugo Betti, Teatro italiano tra scena e letteratura e Il teatro di Federico Tozzi, opere che ancora oggi costituiscono punti di riferimento per gli studi teatrali inerenti a tali autori. Significativo fu anche il rapporto con Ruggero Jacobbi, uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento. Il loro carteggio, sviluppatosi principalmente tra il 1971 e il 1981 (consultabile in Francesca Bartolini, Lettere a Ruggero Jacobbi. Regesto di un fondo inedito con un’appendice di lettere, Firenze, Firenze University Press 2006, pp. 89-90), rivela un dialogo continuo fondato su una sincera stima reciproca. Jacobbi seguì da vicino molti lavori teatrali dell’autore livornese, mentre Fontanelli trovò nel critico veneziano un interlocutore privilegiato, capace di accompagnarne il proprio percorso artistico con suggerimenti, letture sentite delle sue opere ed incoraggiamenti. Alla morte di Jacobbi, nel 1981, Fontanelli gli dedicò un ricordo molto sentito, nel quale manifestò tutta la profondità di un’amicizia intellettuale durata oltre un decennio. Parallelamente egli sviluppò un’altra componente fondamentale della sua attività, ovvero quella di studioso della cultura popolare (quella livornese in particolare). Fontanelli comprese con grande anticipo quanto la memoria collettiva costituisse una fonte storica di straordinaria importanza; attraverso documentari, programmi radiofonici e televisivi, raccolte di canti popolari, studi sugli ex voto del santuario di Montenero (storico quartiere collinare di Livorno), ricerche sul teatro dialettale e sulla tradizione vernacolare livornese, contribuì a salvaguardare un patrimonio che rischiava di essere tragicamente dimenticato. Opere come La pietra sotto la croce, Dario & Bario clowns livornesi, Lettere al Vernacoliere, il volume, con CD annesso, O porto di Livorno traditore e il postumo Letteratura popolare livornese da Cangillo ai giorni nostri mostrano chiaramente come il critico livornese intendesse il folklore come autentica espressione storica, linguistica e antropologica della comunità labronica.
Anche la poesia occupò un posto centrale nella sua produzione. Da Roghi di veglia (1950) fino al postumo Prove abbandono nave (1994), passando per E bisognò cantare, Livorno e altre storie (1958), Georgicon V (1973), vincitore del Premio Pisa nel 1974, IX Salmi (1976) e Saggio di fine accademia (1981), Fontanelli costruì una voce poetica nella quale memoria, responsabilità civile e dimensione autobiografica convivono costantemente. La sua Livorno non è mai semplice sfondo paesaggistico, ma piuttosto una categoria morale: il porto, il mare, le periferie, la quotidianità cittadina diventano simboli attraverso cui interrogare il tempo, la storia e il destino dell’uomo. Meno nota, ma altrettanto significativa, è la sua attività radiofonica. Negli anni Settanta la RAI trasmise radiodrammi quali Break!, Guanto azzurro vincente, Angela I chiama Cariddi e Club cuori solitari; inoltre, accanto a tale produzione, va infine ricordato il suo costante impegno nella promozione culturale cittadina. Dalla Casa della Cultura ai Clerici vagantes, fino alla direzione della collana “Athenaeum” dell’Editrice Nuova Fortezza, dedicata alla pubblicazione di studi e tesi sulla storia livornese, Giorgio Fontanelli contribuì concretamente alla formazione di un ambiente intellettuale aperto, dinamico e profondamente legato al territorio labronico. Non sorprende allora che il sopra citato Jacobbi lo abbia definito «uno degli scrittori italiani d’oggi che più seriamente rimangono fedeli a un’idea della letteratura come impegno civile». È probabilmente questa la definizione che meglio sintetizza la sua intera esperienza.
Oggi, anche grazie alla donazione dei figli, Francesca e Maurizio, del Fondo Giorgio Fontanelli alla Biblioteca di Villa Maria (Centro di documentazione sulle arti dello spettacolo) di Livorno la necessità di una riscoperta critica della sua opera appare ancora più evidente. Le numerose carte conservate nel fondo restituiscono il profilo di un intellettuale ben lontano dall’essere confinato entro i limiti della dimensione locale: le fitte corrispondenze con figure come Federico Fellini, Vittorio Gassman, Sophia Loren, Giorgio Bàrberi Squarotti, Giorgio Caproni, insieme a molti altri protagonisti della cultura italiana del Novecento, raccontano una rete di relazioni fatta non soltanto di confronti professionali, ma spesso anche di rapporti di amicizia e di profonda stima reciproca. Rileggere Fontanelli significa, in fondo, riscoprire un’idea di cultura profondamente partecipata, nella quale letteratura, teatro, ricerca storica e memoria popolare concorrono a costruire l’identità di una comunità. Un’eredità che, a oltre trent’anni dalla sua scomparsa, conserva ancora una sorprendente attualità.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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