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Sull’Università. Dialogo con Stefano Jossa

È certamente un titolo tanto allettante quanto a prima vista sorprendente quello che accompagna l’ultimo saggio di Stefano Jossa, Dell’Università. Una storia di idee (Quodlibet, 2026, pp.138). Un compendio, una riflessione, scandita per tappe o stazioni- come sottolinea l’autore nella prefazione- delle idee sull’Università nel pensiero occidentale nel periodo della modernità. Istituzione, comunità, tempio sacro di scienza e di conoscenza, ma anche organizzazione, azienda, idea: nel libro sono tanti gli aspetti che emergono in riferimento ad una realtà educativa e formativa tanto importante quanto discussa come è quella dell’università, oggi come non mai inserita in un processo evolutivo che impone una riflessione sulla corrispondenza della stessa alla complessa società contemporanea. Stefano Jossa, Professore di Letteratura italiana all’Università di Palermo, ripercorre le idee prodotte dalla modernità in riferimento ad un organismo che non può non interrogarsi sulla realtà attuale, nell’urgenza necessaria di una propria autorevole validità sul piano etico e gnoseologico, e di una attrattività che significhi coerenza di azione e di pensiero. Interrogandosi sul ruolo di professori e studenti, rilanciando il bisogno di contenuti e la questione dell’insegnamento, il saggio di Jossa si propone come memoria dell’università delle generazioni passate e spunto d’indagine sull’università delle generazioni future. Senza perdere di vista le idee.

Ne parliamo con l’autore, che ringraziamo per la disponibilità a concederci questa intervista. Stefano Jossa (stefano.jossa@unipa.it) insegna Letteratura italiana all’Università di Palermo, dopo aver lavorato per quattordici anni a Royal Holloway University of London. È l’ideatore e curatore dell’Oxford Handbook of Italian Literature (Oxford University Press, 2024). Ha pubblicato con Einaudi La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana (2018); con Laterza Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano (2013); e con il Mulino L’Italia letteraria (2006). Ha collaborato con «il manifesto», «la Repubblica» e «Il Sole 24 Ore».

Tornare a parlare di idee, in ambito accademico e non solo, in un periodo in cui termini come produzione, massificazione, ottimizzazione del rendimento, sembrano avere ormai il controllo totale sulle idee, sulla capacità e soprattutto sulla volontà di tornare a pensare. Dunque Professore, la storia dell’Università è una storia di idee?

Senz’altro: come tale è nata e con tali idee ci si deve confrontare, altrimenti non sarà più «università», ma un’altra cosa; che va pure benissimo, ma è, appunto, un’altra cosa. Col risultato che quest’altra cosa, dell’università, dovrà rinunciare anche a tutto il patrimonio di idee che l’hanno sostenuta, su cui quest’altra cosa pure sembra di volere puntare: l’eccellenza, il merito, la qualità, la distinzione, che sono tutti termini vuoti, il cui senso dipende dalla retorica dentro cui s’iscrivono. Questa retorica è stata costruita nell’Ottocento dai grandi padri fondatori dell’università moderna, Wilhelm von Humboldt e John Henry Newman, proseguita nel Novecento dai grandi maestri della critica idealistica, Ortega y Gasset e Benedetto Croce, e messa in crisi, tra Novecento e Duemila, dal percorso che chiamiamo “aziendalista”.

Il libro è diviso in due parti: nella prima (C’eravamo tanto amati), lei ripercorre la favola dell’università, il suo mito, vissuto nell’immaginazione e nei discorsi fondativi e programmatici tra Otto e Novecento, mentre nella seconda (Domani accadrà) rappresenta la transizione dal sogno di una generazione ad un’altra che quel sogno non lo ha neppure conosciuto:  

I due titoli vengono da due film che hanno segnato l’immaginario collettivo degli italiani tra gli anni Settanta e Ottanta, quando l’università riformata dopo il Sessantotto era in fondo ancora la stessa che c’era stata prima del Sessantotto e quella a venire dopo gli anni Novanta ancora non era neppure pensabile. I due titoli raccontano rispettivamente la nostalgia dell’Italia che si presumeva perfetta degli anni del boom economico e quella sognata degli anni del Risorgimento, con due atteggiamenti, nostalgia e speranza, che sono sempre stati l’anima del nostro carattere nazionale, e che l’università ha sempre rispecchiato. Chissà se organizzazione ed efficienza possano essere un correttivo adeguato oppure rischino di lasciarci senza né passato né futuro. Immersi nel presente assoluto di un organismo robotico, nel quale conta far girare il motore indipendentemente dalla realtà dei risultati, gli universitari -docenti, studenti e amministratori- non conosceranno più le parole idealistiche, ma rischiano di non conoscere neppure quelle aziendalistiche, scollate dalla dimensione produttiva e sovrimposte dentro la vecchia retorica. Vale la pena riflettere sul perché si diventa professori universitari (almeno alcuni, anche se dovrebbe essere regola generale): nel romanzo autofictionale (se si può dire) Tutte le anime lo scrittore spagnolo Javier Marías riflette ripetutamente su quanto sia difficile il compito del professore di «pensare con turbamento e perciò pensare tanto», al punto da sentirsi costretto a «smettere di pensare e parlare invece per riposare da quel pensiero che unifica e associa e stabilisce troppi legami». Senza quel pensiero, però, il suo lavoro non avrebbe senso e lui si sentirebbe morto.

Facendo riferimento ai pamphlet e ai testi prodotti sul mondo universitario («un genere autonomo», come lei lo definisce) emergerebbero i due grandi schieramenti, che si sono cristallizzati nell’immaginario comune a seguito del “processo di Bologna” (il nuovo ordinamento del 3+2, a partire dalla Dichiarazione programmatica del 1999): da un lato i fautori della modernizzazione, più indirizzati verso una burocratizzazione del lavoro, in termini di efficienza e produttività, dall’altro i difensori della tradizione, fautori di una richiesta che valorizzi ricerca e lavoro intellettuale. Si tratta di un’alternativa radicale?

No. Non si può essere nostalgici dell’università del passato, che ha prodotto tante storture, a partire dall’atteggiamento spesso sprezzante e persino violento dei vecchi baroni verso gli studenti. Eppure i baroni erano bravi, mentre i nuovi baronetti, i professori in giacca e cravatta che continuano a fregiarsi del titolo pseudonobiliare, rischiano di essere burocrati senz’anima e senza spessore. È perciò opportuno contemperare qualità di ricerca e didattica con qualità dell’amministrazione, evitando che l’una prevalga sull’altra, separando rigorosamente le funzioni, garantendo che la seconda sia al servizio delle prime, e soprattutto riconoscendo l’importanza dell’intelligenza come patrimonio insieme indefinibile e collettivo, autonomo e utile alla comunità.

Nel suo percorso di analisi e documentazione sui cambiamenti che hanno interessato l’università tra Otto e Novecento, lei esordisce con un esempio molto significativo, quello relativo alla carriera universitaria settecentesca del nostro più grande commediografo, Carlo Goldoni. Un’ immagine inedita, quella del giovane studioso in legge, cui fa da contraltare quella dell’Abate Arrighi, entrambe figure paradigmatiche della condizione dell’università italiana alla fine del XVIII secolo, definita «un elefante preistorico». I giovani perdono tempo in uno studio inutile? E soprattutto, cito dal testo, «in sostanza si facevan dottori senza dottrina?»

La storia di Goldoni mi è sembrata paradigmatica, perché rappresenta una vicenda ciclica dell’università: la dialettica tra studenti disinteressati e professori distanti. Una vera università invece – rigorosamente con la minuscola, perché è un luogo di lavoro anziché un feudo – dovrebbe chiedere agli studenti di essere interessati in partenza e ai docenti di motivarli: al centro ci dovrebbe essere, cioè, l’amore per la scienza, che supera la classica contrapposizione tra università dei docenti (che spadroneggiano impuniti, com’è stato fino a una generazione fa, e forse ancora in parte è, in Italia) e università degli studenti (che sono concepiti come clienti, com’è attualmente in tutto il mondo).

Attraverso i contributi presenti nel testo su Wilhelm von Humbold (L’organizzazione interna ed esterna degli istituti scientifici superiori a Berlino, 1809- 1810) e John Henry Newman (The Idea of a University, 1873) emerge anche un’altra contrapposizione, che in una società ipertecnologica come la nostra s’impone ancora come perennemente attuale. Mi riferisco all’opposizione tra il professore e il tecnico. Il primo è un intellettuale, il cui patrimonio è il pensiero e la capacità critica, il secondo è un professionista la cui competenza primaria è nella conoscenza. L’Università deve essere separata dall’utilità pratica in nome della scienza, per perseguire la «perfezione dell’Intelligenza», come sostiene Newman? O quella separatezza, in nome del progresso e della conoscenza, come auspica von Humbold, potrebbe tradursi ancora oggi in una sterile chiusura accademica perdipiù anacronistica?

È una bella domanda. Non ho risposte da guru o influencer, essendocene del resto già troppi in giro, persino sull’università, spesso in televisione e a volte in parlamento (meglio minuscolo, perché diventi un luogo di lavoro anziché un’istituzione distante dalla società, come s’intendono troppo frequentemente le parole con la maiuscola). Certo è che si è aperta una forbice tra intelligenza ed efficienza, come se fossero due termini alternativi: spostando tutto l’equilibrio verso il secondo polo, l’università rischia di privarsi clamorosamente del primo. Nel calcio il grande portatore d’acqua, inesorabilmente scarso sul piano tecnico, si chiamava un tempo “generoso”; nell’università il grande lavoratore, privo di qualsiasi capacità critica e sprizzo d’intelligenza, si chiama già “molto attivo”, “dedito”, “zelante” – tutto a discapito dell’“intelligente”, che non è più funzionale al sistema. Eppure dell’università dovrebbe essere membro solo chi sa mettere in discussione il sapere ricevuto per produrne di nuovo, invece di chi si limita a ripetere il noto; altrimenti, come diceva già un vero ministro della pubblica istruzione, Francesco De Sanctis, ben consapevole del suo ruolo nazionale invece che immerso in miserandi giochi di parte, «costretto ad insegnare parecchie ore il giorno, e a ripetere la stessa canzone, perde ogni freschezza d’ingegno, non può continuare i suoi studii, e, se la pazienza gli dura, diviene a poco andare quell’eccellente macchina che si chiama l’impiegato». De Sanctis si riferiva all’insegnante di scuola, cui va certamente esteso questo discorso sull’università; ma il professore da tempo si è accomodato nel ruolo di ripetitore del sapere già dato anziché ricercatore di un sapere nuovo. L’impatto di un’università critica sulla società è inimmaginabile: professionisti pensanti anziché soldatini ubbidienti hanno bisogno della torre d’avorio per essere capaci di astrarre dai bisogni e guardare alle teorie. Alla condizione, tuttavia, che il sapere della torre d’avorio parta da analisi di casi concreti e si fondi sull’esperienza della realtà. Sbagliata è insomma l’accezione comune dell’espressione «torre d’avorio», come sbagliata è l’idea oggi diffusa di «terza missione» (impact): anziché ricadere sulla società, l’università dovrà partire dall’osservazione della società.

Arriviamo a Benedetto Croce e al Caso Gentile (Il caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria italiana, 1909). Il pamphlet citato riporta un caso italiano ed enfatizza, nella questione dell’attribuzione di una cattedra d’insegnamento all’Università di Napoli (affidata a Aurelio Covotti e non a Giovanni Gentile), logiche di affiliazione e appartenenza rispetto a scelte legate al merito. La deontologia professionale non dovrebbe rispecchiarsi anche nelle modalità del reclutamento? Ancora oggi si assiste- ahimè- nelle università italiane a fenomeni di clientelismo e affiliazione. Inchieste e denunce spesso rivelano un malcostume che danneggia anche chi è esente da tali pratiche. Eppure, l’Università e i docenti non dovrebbero essere testimoni concreti dell’importanza di un senso etico e morale risultante da un impegno continuo e da uno spirito di sacrificio profuso in nome di una crescita culturale e collettiva?

Non mi affiderà il compito di risolvere il problema più insolubile dell’università italiana! Sono convinto che il reclutamento non richieda leggi o ricette, ma la formazione, appunto, di una deontologia professionale, che al momento, purtroppo, non esiste. La logica della cooptazione ha portato a malintesi clamorosi rispetto alla selezione, e la meritocrazia è diventata strumento di arbitrio creativo nei concorsi. L’etica protestante può aiutare: non sarà un caso che da lì venga uno degli autori che più e meglio hanno riflettuto sull’università moderna, Max Weber, che io cito forse troppo poco nel libro, ma si deve senz’altro recuperare in un discorso sull’università che sappia ripartire dalla sua storia, da dove viene, anziché puntare solo a commi e codicilli che non risolvono nulla perché nulla possono risolvere.

Per Ortega, che lei cita, la cultura è «el plano de la vida, la guia de caminos por la selva de la existencia» («il progetto della vita, la guida dei sentieri attraverso la selva dell’esistenza»). Come combattere oggi il nozionismo dilagante?

Nel romanzo Youth lo scrittore sudafricano e premio Nobel J. M. Coetzee racconta la storia di un giovane sudafricano che fugge dal suo paese per andare alla ricerca, nella Londra degli anni Sessanta, della «vita della mente»: travolto da una società che gli chiede solo di produrre e consumare, rinuncia ai sogni e si fa progressivamente divorare da un meccanismo più grande e più forte di lui. Il mio libro, lo dico fin dall’inizio, non mira a dare soluzioni, ma a porre il problema e aprire la discussione. Più se ne parla, meglio è, perché l’università torni a essere patrimonio della collettività e valore per la società. Pensare a strumenti più partecipativi (rivolti agli studenti) e metodi più critici (da parte dei docenti) può senz’altro essere una buona ripartenza. Il punto però è questo: lo studente blandito, accarezzato, seguito in tutti i suoi obiettivi e bisogni, dall’avere un buon voto al fare sesso, come dicevano esplicitamente i fondatori americani della multiversity, l’università senza obiettivi, è uno studente abbandonato, che non trova un valore nelle discipline che studia (irrilevanti ed episodiche), ma neppure una realizzazione delle sue ambizioni intellettuali. Io e i miei compagni di studi continuavamo a seguire una disciplina che c’interessava, e un professore che ci aveva entusiasmato, al di là dell’esame; oggi, nell’università a punti, una volta fatto l’esame, la disciplina scompare dall’orizzonte degli studenti. È il modello di Youth che è diventato realtà istituzionale.

Studio, pensiero, preparazione. ll public engagement, oggi, ha subito abbracciato l’impact, nel senso che l’attività intellettuale di partecipazione al discorso pubblico appare come secondaria nella sua valenza educativa e formativa rispetto alla sua ricaduta in termini di risultati economici, misurabili e monetizzabili. Readings sostiene che è necessario rimettere al centro l’idea di studente:

Esatto: come dicevo più su, lo studente inteso come portatore di curiosità e passioni, cui non si possono dare risposte se non in termini di curiosità e passioni. Imbevuti di nozioni e imboniti dal sistema, gli studenti, come Goldoni nel Settecento, dovranno cercare altrove la loro realizzazione mentale. Un’università che eroga servizi e soddisfa bisogni non sarà mai in grado di rispondere all’esigenza fondamentale: la richiesta, non misurabile, di «vita della mente». Centocinquanta anni dopo Karl Jaspers diceva di essere rimasto folgorato dall’ingresso in un’aula universitaria: perché lì era l’intelligenza, lo spirito, la cultura, la scienza, tutto un universo intellettuale che è ancora e sempre la ragione che spinge milioni di persone, in tutto il mondo, a guardare all’università con stima e fiducia. Vogliamo perderla o conservarla, quella fascinazione di cui parla Jaspers?

Criteri bibliometrici, trasformazione aziendalistica, sistema di valutazione, richiesta dell’impatto pubblico della ricerca universitaria, processo di privatizzazione. Sono tutti aspetti che Stefan Collini (What Are Universities For?, 2012) evidenzia facendosi interprete di un conflitto tra ideale e reale, tra ciò che è materialmente produttivo e ciò che apparentemente non produce valore in termini esclusivamente economici:

Disse una volta Clark Kerr, Presidente della University of California, che la missione di un rettore universitario era la seguente: “sex for the students, athletics for the alumni and parking for the faculty.” L’università ridotta a condominio e discoteca, senza alcuna ambizione intellettuale, macchina per fare soldi, soggetta alla domanda senza pensare all’offerta: un’università dei professori e degli studenti, come dicevo prima, ma non delle discipline (l’offerta). A venire prima, un tempo, era l’università, l’idea di università, mentre la direzione attuale sembra puntare solo sull’università della confusione (come diceva sempre Kerr, il fondatore dell’idea oggi dominante dell’università che gestisce e organizza, senza progetto e senza direzione). L’obiettivo è fare soldi, che si fanno col “panem et circenses”, ma la comunità ha bisogno d’altro: perciò l’università non può che essere statale, come diceva von Humboldt, costretta a gravare sulla fiscalità generale, altrimenti quel patrimonio si disperderà e organizzerà altrove. Ne stiamo già vedendo le conseguenze, del resto, con la proliferazione di scuole superiori, istituti privati e formazioni aziendali: senza prestigio, le università, dopo aver perso la faccia, la dignità e la funzione, perderanno anche gli studenti. Allora il ciclo si sarà compiuto: l’università disneyland avrà fallito il suo scopo, fare soldi, perché non avrà capito che quei soldi dipendono ancora e solo dall’idea di università che continua ad affascinare e attrarre milioni di giovani.

E la letteratura oggi? Non può essere considerata fondamentale nel suo valore umano, educativo e pedagogico, tale da consentirci di tornare all’uomo, all’individuo e dunque alle idee? 

Non amo l’idea di letteratura come custode dei valori umani, perché ci sono tante altre discipline che possono avere la stessa funzione, dalla filosofia alla psicanalisi e dalle arti alla musica. È vero, tuttavia, che l’idea storica dell’università si è fondata sul primato della letteratura, per cui un medico e un avvocato in Italia, negli anni Settanta o Ottanta, si fregiavano di sapere a memoria qualche verso di Catullo o di Dante, come se ciò li purificasse da un sapere puramente tecnico e venale. Ci vorrebbero, in Italia, libri come quelli di Gerald Graff, Professing Literature, o di Franklin E. Court, Institutionalizing English Literature: The Culture and Politics of Literary Studies: 1750-1900, per capire la funzione e l’impatto che la letteratura, col suo canone, ha avuto sul discorso della nazione, come forma di educazione civica e morale degli italiani: un discorso che va molto al di là dello specifico disciplinare e coinvolge questioni di pedagogia pubblica, retorica politica, propaganda e ideologia. Forse restituire alla letteratura il suo valore proprio di strumento di conoscenza – attraverso le figure retoriche, l’ordine del discorso, la sua duplicità strutturale, l’ambivalenza metaforica e la polivalenza recitativa – sarebbe un buon modo per restituirle la sua funzione nel sistema del sapere e rimetterla al centro delle prospettive gnoseologiche ed epistemologiche: come strumento di comprensione del mondo.

laura.dangelo86@gmail.com

 

L'autore

Laura D'Angelo

Laura D’Angelo è docente a contratto di Patrimonio letterario e territorio presso l’Università degli Studi del Molise. Dottore di ricerca in Studi Umanistici, filologa classica e critico letterario, ha pubblicato articoli e saggi su riviste scientifiche e accademiche di letteratura e poesia, approfondendo lo studio della poesia e della letteratura moderna e contemporanea. Ha partecipato a convegni nazionali e internazionali, a festival letterari e rassegne specialistiche di letteratura e critica con presentazioni di libri e interviste. I suoi studi si concentrano sulla figura di Gabriele D’Annunzio e sulla letteratura dialettale molisana, di cui ha recentemente pubblicato il saggio La Prima antologia di poeti dialettali molisani di Emilio Ambrogio Paterno (Fabrizio Serra Editore, 2023). Per la poesia ha dato alle stampe Mio amore (Interno Libri, 2026), Cuore puro (Interno Libri Edizioni, 2024), Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023). Tra i suoi studi è di recente pubblicazione il saggio Mitografie della modernità tra letteratura e critica (Rubbettino Università, 2026).