La foto di copertina è di Paolo Cardone
Tra le colline e i profili ondulati del Molise, dove si staglia sinuoso il profilo di borghi silenziosi, dal passato ricco di storia e di tradizioni, c’è Casacalenda, terra di scrittori e patria di artisti, per vocazione richiamati al vasto mondo e tuttavia legati alla patria d’origine da un rapporto intenso e mai dimenticato. Qui, il Maack, Museo all’aperto d’Arte Contemporanea o Kalenarte, è uno dei Luoghi del Contemporaneo, il celebre riconoscimento voluto dalla Direzione Generale per la Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, per la mappatura e la promozione della rete dei luoghi dell’arte contemporanea in Italia. Dunque, tra le ridenti colline e i paesaggi aspri e ondulati del territorio molisano, il Maack rappresenta un vivo e attivo contenitore di idee, un punto di incontro capace di stimolare riflessioni e contaminazioni inedite. Come il Festival Costruiamo Paesaggio, giunto quest’anno alla quinta edizione. Un crocevia, un laboratorio o per meglio dire un cantiere a cielo aperto all’insegna di dialoghi, mostre, workshop, performance tra Roma, Casacalenda e Termoli, capace di farsi cuore nevralgico di un confronto a più voci sull’affascinante paradigma identitario e gnoseologico che è oggi il paesaggio: una interdisciplinarietà volta a fare dell’ambiente (inteso nella sua accezione geo-storica, etico- identitaria, artistico-letteraria, ecologico- scientifica e quindi culturale in senso ampio) l’oggetto di un dibattito affascinante tra eredità scientifica e comunità. Ne parliamo con l’ideatore e curatore Massimo Palumbo, architetto e artista, Presidente del Festival Costruiamo Paesaggio e dell’Associazione Culturale Kalenarte, nonché Art Director del MAACK. Palumbo ha firmato diversi saggi tra cui il volume Lo spazio, il tempo, l’utopia.Maack caso studio (Palladino Editore, 2021) e ha curato esposizioni e mostre personali in tutta Italia.

Innanzitutto la ringrazio per la disponibilità a concederci questa intervista. Cos’è il Festival Costruiamo Paesaggio e come nasce l’esigenza di un Festival che individua nel “luogo” l’oggetto di un dialogo vivo tra uomo e natura?
Grazie a lei e alla redazione per l’attenzione che date al nostro lavoro, al nostro impegno. Certo parlare di Festival è un parolone, forse anche un po’ inflazionata come parola… Di sicuro è un modo, un appuntamento che ci siamo dati per ritrovarci, e quando parlo al plurale lo riferisco ai tanti che operano tra le file dell’Associazione Culturale Kalenarte Maack che è presente sul territorio di Casacalenda ed oltre…dal 1994. Si, una settimana di eventi, performance, concerti e laboratori intorno all’arte, o meglio ancora alle arti. Sappiamo anche che la cultura, un progetto culturale, sa da dove parte ma non sa dove arriva. Siamo a Casacalenda dicevo e la volontà di rafforzare il lavoro fatto, di radicarlo, fa sì che sui luoghi del MAACK, da alcuni anni, attecchisce una nuova sfida. Il paesaggio è unico, particolare…non è la Sicilia, non è la Toscana o l’Umbria…. si tratta di Casacalenda, piccolo centro dell’entroterra Molisano e del paesaggio che le fa da corona, un paesaggio con caratteristiche che a chi lo guarda e lo attraversa, danno l’unicità.
Perché allora “COSTRUIAMO PAESAGGIO”? Trent’ anni ed oltre di Kalenarte, hanno permesso la realizzazione delle istallazioni nel nucleo urbano e nel territorio circostante. Tali interventi integrati all’Architettura dei luoghi, spesso creano dei micro cortocircuiti e sono spazi riconosciuti, carichi di senso e di storia vissuta. Tutti, nessuno escluso, raccontano storie o rileggono, nel segno della contemporaneità, eventi a volte scomparsi tra le pieghe del costruito. Penso a Straculatore di Nelida Mendoza o ad Efesto di Nagasawa che rinnova il rito del fuoco vicino al primo forno del paese…
Con il progetto COSTRUIAMO PAESAGGIO, si è inteso rendere le Opere d’Arte scenari per la rappresentazione di altre espressioni artistiche, in modo da rendere il patrimonio contemporaneo presente fruibile e vivo. L’arte attira l’arte e i luoghi dell’Arte fanno sintesi con esperienze come la natura, la letteratura, la gastronomia, e con la gente del posto. I territori del Maack vengono
attraversati da contaminazioni salubri e salutari. Dal Monte alla Terravecchia passando per Fonte Pompa, ci si imbatte in performance, occupazioni provvisorie, temporali e gentili. Tutto, per favorire la partecipazione e promuovere la cultura del contemporaneo, un lavoro
straordinario che altro non è che quello di contribuire alla costruzione del paesaggio che vogliamo e il festival ha trasformato Casacalenda in un cantiere culturale a cielo aperto.
L’edizione di quest’anno è stata particolarmente ricca, con un programma che, a partire dall’anteprima romana del 10 settembre, ha interessato il Molise nelle giornate di Casacalenda e poi nella sede universitaria di Termoli nel mese di ottobre. Il filo conduttore è il tema scelto per questa quinta edizione è stato “Cibus è paesaggio”. Quanto conta oggi il legame con il cibo in un’accezione identitaria (come memoria personale e territoriale) soprattutto quali connessioni ha oggi con il paesaggio?
Sì, un’edizione, questo quinto appuntamento, particolarmente ricca e con un programma articolato. Anche quest’anno come nelle altre edizioni, credendo nel valore locale- globale, abbiamo mantenuto le tre tappe: Roma, Casacalenda, Termoli.
Va detto che di anno in anno, per ogni edizione, abbiamo un sottotitolo che va a rafforzare il senso ed il valore del Costruiamo Paesaggio. Quest’anno era Cibus e “cibo” sicuramente è paesaggio e non solo…Identità, Condivisione, Accoglienza, Tradizioni…. e molto altro.
L’apertura del vecchio forno ha fatto sì che si dicesse che il Paesaggio si impasta… Interessante e coinvolgente è risultato così il laboratorio curato da Marco Falcone in Terravecchia. Va anche sottolineato che non abbiamo mai pensato ad un festival di tendenze, ma ad un luogo di confronto tra chi il paesaggio lo vive, lo studia, lo progetta, lo sogna. Cittadini, architetti, artisti, studiosi, antropologi, designer e visionari – dall’Italia e dall’estero – hanno lavorato, lavorano insieme come in un grande scavo archeologico collettivo, per restituire voce e valore al territorio. Un invito a pensare insieme, in un clima aperto, dialogante, avventura culturale che tende ad unire le persone ed essere luogo di pensiero sperimentale oltre che motore per visioni di futuro.
Ad ottobre poi in quella che è stata la seconda parte del “Costruiamo Paesaggio” edizione 2026, si sono svolti i laboratori prima a Casacalenda, poi nella giornata conclusiva a Termoli presso la sede dell’UNIMOL con la quale da anni sottoscriviamo impegni di partenariato.
I laboratori sono stati curati da Lucia Krasovec e guardavano ai “Paesaggi umani come biblioteca vivente”, per una comunità in ascolto. I paesaggi umani sono biblioteca vivente, fatta di storie, relazioni, esperienze e visioni che si raccontano. Questo per tracciare una prima mappa del territorio urbano e del suo contesto, visibile e invisibile, utile e necessario a rivelare i luoghi sensibili della storia, della memoria, dello scarto, per ridare vita nuova individuale e collettiva ai luoghi nel loro complesso in quanto fatti di persone e cose.
Arte, architettura, letteratura: sono discipline che hanno da sempre avuto un legame con il paesaggio, con l’ambiente, in quanto sono tutte afferenti ai modi di una narrazione, che può consistere nel guardare e soprattutto nell’ interpretare, nell’ abitare il paesaggio. Oggi il paesaggio è tornato all’urgenza dell’attualità soprattutto nell’imperativo di tutela dell’ambiente, dunque in chiave ecologica, con ripercussioni sulla politica, sull’etica, sui comportamenti sociali, sull’immaginario, con l’ecologia che diventa una struttura di senso. Che differenza c’è tra ambiente e paesaggio e come possiamo ritrovare una relazione sana tra uomo e ambiente? «Il paesaggio è dentro di noi prima di essere intorno a noi» ha ricordato Vittorio Gallese, neuroscienziato dell’Università di Parma e ricercatore alla Columbia University, in occasione della conferenza «L’intorno è l’interno. Corpo, cervello e natura» all’Ape Parma Museo, primo incontro di una mostra che si terrà a cura della Fondazione Monteparma fino al 31 gennaio. Quali e quanti paesaggi ha incontrato il Festival Costruiamo Paesaggio?
Certamente, come non condividere quanto dice Vittorio Gallese: «Il paesaggio è dentro di noi prima di essere intorno a noi» e da sempre per noi paesaggio non è stato mai inteso come l’elenco di beni da preservare, ma…frutto, esito di un processo creativo continuo, di adattamento e trasformazione dei territori, dei luoghi ove l’uomo vive nelle campagne come nelle città. Il nostro lavoro è posizionato proprio nell’ottica di saper diffondere una concezione del paesaggio come bene essenziale e valore non solo culturale ma civile ed economico, in grado di influenzare la qualità della vita individuale e il benessere sociale. Certo per tutelare e promuovere il paesaggio quale bene comune è necessario la programmazione delle politiche e delle scelte di gestione, basata sui rapporti tra Stato e livelli territoriali e importante, significativa necessaria la capacità di ascolto delle comunità locali. Dagli anni novanta con Kalenarte siamo …partiti dai luoghi, dagli spazi aperti, per ridare loro nuova forma e vigore con l’attiva partecipazione delle popolazioni interessate e nel rispetto delle caratteristiche ambientali e culturali del territorio.
Ulteriore attenzione è stata quella di guardare ai margini, ai luoghi periferici, ai non luoghi e i così detti esperimenti di relazione tra paesaggio e arte contemporanea hanno raccontato gli effetti ambientali connessi a quelli del paesaggio culturale, oltre al contributo alla sostenibilità dello sviluppo locale in attesa di nuovi modelli di gestione di imprese di interesse comune.
Mi chiede anche: Quali e quanti paesaggi ha incontrato il Festival Costruiamo Paesaggio? Domanda non facile. Siamo immersi nel tunnel o nel fondo del pozzo e direi difficile dare risposte a cose che vanno metabolizzate e solo il tempo potrà dire dove il traguardo è stato raggiunto, tagliato. Certo se penso anche alle passate edizioni gli incontri, le passeggiate tra i paesaggi dell’ambiente, dell’arte, dell’architettura o dei luoghi della musica, della lettura, fino ad attraversare quelli del cibo di “PAESAGGI” ce ne sono stati diversi e tutti molto interessanti. Lei stessa ha contribuito e riportato alla nostra attenzione i paesaggi letterari di autori storici e fondamentali della storia di questa terra: Rimanelli, Iovine e quest’anno Pietro Corsi. Penso siano state tutte tessere significative della conoscenza e della riappropriazione del senso di identità e attaccamento ai luoghi.
Torniamo al Maack, al cuore che accoglie e ospita il Festival. Confrontarsi con Kalenarte significa misurarsi non soltanto con un’eccellenza del patrimonio artistico molisano ma anche con l’arte e la storia dell’arte:
Sì, è vero quanto dice: una bella responsabilità, per l’oggi, per il futuro. L’asticella è stata tenuta sempre alta, sin dall’inizio, e va detto, è stata questa la nostra piccola grande ambizione.
Lo raccontano i passaggi, le tante storie, gli interventi alle diverse scale, oltre alla presenza e il coinvolgimento di artisti, storici dell’arte che sono stati coinvolti (Achille Pace, Costas Varotsos, Hidethoshi Ngasawa, Carlo Lorenzetti, Patrizia Ferri, Cristina Costanzo, Achille Bonito Oliva, Enrico Crispolti, Massimo Bignardi, Lorenzo Canova per fare qualche nome), che fanno la storia di Kalenarte_MAACK, senza considerare i riconoscimenti e le medagliette che pur ci sono state. Dobbiamo dire Grazie ed essere coscienti che il tutto è una grande responsabilità per l’oggi e per il domani.A noi fa piacere sapere e il poter rivendicare: «l’aver fatto parte, nello scenario italiano, delle esperienze che si sono situate ai margini, territoriali e disciplinari. Esperienze, però, promotrici di un decentramento della cultura che ha visto nelle periferie e nella provincia italiana un’«alternativa» alle città sconvolte dalle crescite infinite dei non luoghi. Progetti, questi, come
«opportunità di riscatto» per la creazione di un «ambiente come sociale», parafrasando sempre Enrico Crispolti, ovvero per la costruzione di una socialità attraverso l’arte. Va detto che personalmente ci ho messo tanta testardaggine, una scommessa comunque dura da vincere con le tante variabili attive. La chiusura di questo lavoro coincide con il passaggio storico che fa da crinale tra due mondi diversi, due epoche si dice, e non posso non condividere il pensare che dopo il coronavirus non torneremo dove eravamo ma ci dovremo tutti dar da fare per costruire quel mondo migliore nel quale le idee, la creatività, la cultura, le relazioni umane e la qualità della vita avranno più valore e la comunità Casacalendese potrà godere con il MAACK, di un patrimonio ben più consistente di quello attuale […]» (da M. Palumbo, Lo spazio, il tempo, l’utopia, Maack caso studio, Edizioni Palladino, 2021).
Dicevamo in apertura che Casacalenda è terra di scrittori esuli, come Giose Rimanelli, Pietro Corsi, Mary Melfy, scrittori che hanno lasciato un contribuito importantissimo alla letteratura dell’emigrazione e allo stesso tempo al canto imperituro delle origini. Ma è anche terra di artisti, come lei. Cosa prova quando torna a Casacalenda? Cosa possono fare i molisani per tutelare il loro patrimonio identitario e culturale? Cito da Pietro Corsi: «L’emigrante che, come me, /Ha vissuto con il cuore dove è nato/ E con i piedi dove il destino l’ha portato/ Non riesce mai a sentirsi completo:/ Perde le radici nel tentativo di piantarne altre. // E si porta dietro, ovunque egli vada, / Il ricordo di un qualcosa che è solo e sempre /Il frammento di tante cose […] E continuo a camminare. / Sono arrivato? Sono tornato? / Non lo so. Ancora non lo so. / So però che continuo a portarmi addosso il ricordo / Di un qualcosa /Che è solo e sempre / Il frammento di tante cose» (Pietro Corsi, Halifax). Ogni partenza è sempre un ritorno?
Inevitabilmente mi corre l’obbligo dare giusta risposta ed essere sincero e non potrebbe essere diversamente. Va detto che tra gli scrittori menzionati, i miei sentimenti sono un po’ più vicini al cugino Pietro Corsi che nella famiglia larga di Casacalenda vedeva mia nonna, cugina in primo grado, alla mamma di Pietro. Finiti i nonni era proprio la casa di Pietro ad essere nostro riferimento nelle nostre, nostre come famiglia, transumanze Tirreno- Adriatico e viceversa. Lei parlava di artisti tra questi, un’altra figura importante, artista originario di Casacalenda, è stato Franco Libertucci, che “per dare” a Casacalenda ha la necessità di respirare anche l’aria inquinata delle città: Roma, poi Londra a studio da Henry Moore poi di nuovo Roma. Cosa voglio dire.
Ecco per rispondere alla domanda, andrebbe letta l’intervista fattami lo scorso anno (sulla rete a firma di Emilio Andreoli): «Il ritorno a Casacalenda, il suo paese di nascita, per Massimo si rivela illuminante. Durante il restauro del Palazzo Comunale, che gli viene affidato, matura l’idea di trasformare il paese in un museo a cielo aperto, disseminando opere di vari artisti su tutto il territorio. Massimo rilegge luoghi trascurati o anonimi attraverso il dialogo tra arte e architettura, restituendo senso e identità agli spazi quotidiani. È così che, nel 1992, nasce ufficialmente il MAACK “Museo all’Aperto d’Arte Contemporanea Kalenarte” a Casacalenda, nel Molise.»
Ed ancora nell’intervista mi si chiede di Casacalenda e se per Casacalenda ho mai provato emozioni. Ed allora dico: «Casacalenda è il luogo delle radici…lo spazio fisico, il territorio ove ho realizzato la mia Utopia, Il Maack. Le emozioni? Sicuramente mi sono emozionato quando mi hanno comunicato che al Maack era stato assegnato il PREMIO BRUNO ZEVI per la diffusione del valore Architettura. Latina, invece, è il luogo dove ho vissuto, ho studiato, mi sono formato, dove ho fatto tutto e il suo contrario […]». Difficile comunque spiegare. Esiste il fascino del partire: come se fosse sempre la prima volta ed invece sono migliaia e migliaia i chilometri macinati nel tempo …una carta geografica ricomposta spezzettata e ricucita, quasi un territorio unico da est ad ovest, dove ogni porzione è periferia dell’altro e viceversa. Un luogo, Casacalenda, un laboratorio in progress, che ti permette di conoscere, pensare, vedere, guardare, ti permette di fare…Una storia complessa da decifrare, sicuramente una storia nomade dove l’una cosa, serve all’altra e viceversa.
Parti, arrivi e sei pronto a fare, a confrontarti, a raccontare, a costruire. Poi accade, può accadere anche una cosa stupida, la cosa più semplice: il vento dell’est muta le coordinate e non ci vuole nulla per desiderare di ripartire, di rimetterti in viaggio. Quante volte è capitato che vai alla ricerca di quanto un’area interna con le sue problematicità nel quotidiano e non solo non ti potrà dare ed è lì, in quello spazio che la diversità diventa limite!! Di storie e momenti di vita vissuta in terra di Molise ce ne sono tanti: hanno fascino, poi però ti stanno stretti e ti rimetti in viaggio e sembra un continuo cercare, essere nomadi dicevo. Pensi che solo una condizione di vita altrove può tornarti utile per dare se vuoi contribuire anche alla crescita di un territorio. Era il luogo spensierato della “villeggiatura” come si diceva una volta, il periodo bello della giovane età e pensi che sia meglio che tutto rimanga così. Dice Pietro Corsi: «e continuo a camminare. / Sono arrivato? Sono tornato? / Non lo so. Ancora non lo so. / So però che continuo a portarmi addosso il ricordo / Di un qualcosa /Che è solo e sempre / Il frammento di tante cose» (Pietro Corsi, Halifax). E poi ogni partenza è sempre un ritorno? -Dice sempre Pietro. Sì. Ogni partenza è un ritorno e non può essere diversamente. – Dico io. Nel caso avessimo dato un qualcosa al territorio, questo è stato possibile solo e grazie a questo continuo migrare, lo si deve a questo viaggio di andata e ritorno ove c’è un qualcosa di locale ed un qualcosa di globale: lo sguardo corto, lo sguardo lungo. Esperienze, confronti che continuamente vengono letti e riletti in situazioni diverse. Si tratta di verificare in che modo le esperienze di questi luoghi diversi tra loro possono trovare punti di incontro e di dialogo.
Quando questo avviene è la quadratura del cerchio. Fai bingo! E ti consideri fortunato perché l’hai potuto fare! Non chiedetemi ora se ci sarà la sesta edizione del Costruiamo Paesaggio.
Però nel rileggere questo testo, vedo che ad una domanda, non ho dato risposta ed è forse quella più complessa, più difficile da rispondere. Per averla involontariamente saltata, penso che centri… Freud! La domanda è: Cosa possono fare i molisani per tutelare il loro patrimonio identitario e culturale? Esserci. Partecipare. Crederci. Condividere: Il Molise ESISTE.
L'autore
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Laura D’Angelo è docente a contratto di Patrimonio letterario e territorio presso l’Università degli Studi del Molise. Dottore di ricerca in Studi Umanistici, filologa classica e critico letterario, ha pubblicato articoli e saggi su riviste scientifiche e accademiche di letteratura e poesia, approfondendo lo studio della poesia e della letteratura moderna e contemporanea. Ha partecipato a convegni nazionali e internazionali, a festival letterari e rassegne specialistiche di letteratura e critica con presentazioni di libri e interviste. I suoi studi si concentrano sulla figura di Gabriele D’Annunzio e sulla letteratura dialettale molisana, di cui ha recentemente pubblicato il saggio La Prima antologia di poeti dialettali molisani di Emilio Ambrogio Paterno (Fabrizio Serra Editore, 2023). Per la poesia ha dato alle stampe Mio amore (Interno Libri, 2026), Cuore puro (Interno Libri Edizioni, 2024), Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023). Tra i suoi studi è di recente pubblicazione il saggio Mitografie della modernità tra letteratura e critica (Rubbettino Università, 2026).
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