Quando nel 146 a.C. Cartagine cade definitivamente sconfitta da Roma, sulle rovine in fiamme della celebre città punica, padrona fino ad allora dei traffici del Mediterraneo e artefice di una raffinata civiltà, c’è un pianto che s’imprime quale uno degli episodi più significativi della storiografia greca e latina antiche. È il pianto di Scipione l’Emiliano, che di fronte alla distruzione di Cartagine, constatando la fugacità di ogni opera umana recita alcuni dei versi pronunciati da Ettore nel libro VI dell’Iliade: «ἔσσεται ἦμαρ ὅτ᾽ ἄν ποτ᾽ ὀλώλῃ Ἴλιος ἱρὴ καὶ Πρίαμος καὶ λαὸς ἐϋμμελίω Πριάμοιο/ Giorno verrà che il sacro Ilio rovini, Priamo e la gente del guerriero Priamo». A prescindere dalle diverse versioni che ci trasmettono l’episodio (tra le fonti principali ricordiamo quelle di Appiano, Polibio e Diodoro), la menzione dei versi dell’Iliade da parte di Scipione in margine alla distruzione di Cartagine, e in più il timore-presagio che un giorno un simile destino avrebbe colpito anche la patria romana (Giorgio Cedreno, Historiarum compendium), rappresentano un elemento dal forte valore simbolico, in una letteratura com’è quella classica in cui l’eroe che galvanizza l’azione e l’esperienza diventa paradigma vivente al centro della natura e nel cuore del destino. Il pianto di Scipione non ha alcun riferimento diretto con il molto discusso film The Odyssey di Christopher Nolan, acclamato vincitore delle sale in questi giorni e già record di incassi, ma offre il destro per una riflessione su una rilettura- ristrutturazione del mito che enfatizza la versatilità di un genere, di un’opera e di una figura letteraria, archetipica del mondo occidentale, com’è quella di Odisseo e dell’epos dell’Odissea, all’interno di una riuscitissima riscrittura cinematografica che si fa metafora della nostra contemporaneità.
Nolan prende il materiale del mito e lo ristruttura all’interno di una visione cinematografica profondamente e drammaticamente umana: è in questa accezione che ci consegna l’Odisseo della nostra modernità, scrivendo un nuovo capitolo del ricco e variegato romanzo di Ulisse.
Un romanzo coinvolgente, che ha dato voce a culture diverse e a diverse epoche storiche, se guardiamo alle riscritture che da Dante fino a Tennyson, da Pascoli fino a Joyce (per limitarci a semplici esempi letterari) hanno fatto dell’eroe dal multiforme ingegno, artefice dell’inganno del Cavallo di Troia, e dunque della vittoria degli Achei, la figura più complessa, paradigmatica e ricca di spunti di indagine del nostro patrimonio culturale occidentale. È appunto Troia che brucia, nel film, e che continua ad ardere nell’inconscio di Odisseo.
Sono trascorsi venti anni lontano da Itaca, in un emozionante nostos che non è più semplicemente un ritorno fisico, ma un viaggio doloroso, inconsciamente negato per il suo carico di dolorosa verità, un ritorno sincopato, interiore ed esistenziale. Odisseo è lacerato, teme Itaca perché ha paura di vedere, di conoscere gli effetti di quanto la guerra ha prodotto. Si sente responsabile: l’eroe dei canti degli aedi è in realtà un uomo devastato, che ha preso parte ad una guerra, di cui avverte adesso la dimensione della perdita, del lutto, del dolore, tutto il suo tragico non senso. L’inganno del Cavallo di Troia ha sancito l’infrazione alla legge di Zeus e alle leggi comunemente conosciute.
È il crollo di una dimensione etica e valoriale, dalle rovine di Troia brucia la fine di tutta una civiltà. «Bruciare Troia è stato come bruciare il mondo intero», afferma Odisseo, riflettendo sulla sua esperienza. Con quale risultato? Che i suoi errori sono destinati a ripetersi, che «di questa nostra storia rimarranno solo i canti, per ricordare quelli che un tempo sapevano scrivere».
È un viaggio orroroso, magnifico, arcaico, a tratti fantastico, profondamente moderno, quello di Nolan. Un viaggio che non persegue un intento di aderenza filologica alla fonte omerica, ma, quasi come nelle vesti di un Omero ante-litteram, risemantizza il mito tra elemento fantastico e narrazione metapoetica, per un sostrato di pura bellezza creatrice su cui irrompono ancora una volta le crepe dei capricci delle passioni umane e del disvalore da queste derivanti. In questa prospettiva, anche gli dei sono lontani, Atena sembra più la voce interiore della coscienza: è un mondo di solitudine quello di Odisseo, un mondo dove sono assenti perfino le parole, che nella versione omerica avevano sancito il superamento dell’ideale della kalokagathía, presente nell’Iliade, a vantaggio della nuova dimensione della metis, del logos, della dialettica, della parola ragionata quale elemento semantico di valore in quanto fautrice di civiltà. Esemplificativo è infatti nel film è l’incontro con Polifemo, un incontro – scontro che non si definisce attraverso il dialogo (con Odisseo portatore di una civiltà superiore, perché legata alla parola, alla ratio) ma su un piano prettamente etico, da cui emerge il tradimento della legge dell’ospitalità (cui rispondono, a seconda delle modalità e delle varie declinazioni, Circe, Calipso, i Lestrigoni, ma anche Menelao con Telemaco, i pretendenti alla corte di Penelope). Ne viene fuori un grande affresco su un’umanità che chiede accoglienza, attenzione, di cui l’interrogativo principale resta sempre il senso di un rispetto per l’umano che esula dalla legge di Zeus per richiamare le leggi degli uomini, di ieri come di oggi. Se l’assenza di parola conferisce un taglio insolito all’episodio con il ciclope, ecco che lo scambio di battute si carica di significanza nell’incontro finale del mendicante – Odisseo con Penelope, la donna fedele che regna su Itaca, in attesa del marito:
Penelope: “Cosa provi quando ascolti le canzoni su Troia?”
Odisseo: “Mi fanno piangere.”
Penelope: “Perché?”
Odisseo: “Per ciò che è andato perduto”.
Penelope: “Le vite?”
Odisseo: “E gli anni. Tutto.”
Ed eccolo qui, il tempo, la grande verità del mondo moderno, il tempo che porta via con sé inesorabilmente tutto quello che è andato perduto, tutto quello che la tecnologia, il progresso, il benessere possono solo illusoriamente assicurare, tutto quello che annulla la dimensione del mito per l’irrompere del transeunte, della civiltà della vita interiore. Nella dimensione classica dell’Odissea ogni viaggio è prima di tutto un ritorno. Ma non è così per l’uomo moderno, incapace di tornare, per le cui fratture non è prevista la possibilità della resa. Il viaggio dell’uomo classico è circolare, perché l’eroe torna confermato nella propria identità come se nulla di quanto vissuto, avesse potuto scalfirlo o incidere nella sua psiche e nella sua interiorità. Il viaggio dell’uomo moderno è invece una linea retta, incapace di fermarsi. Lo insegna Dante, con il suo Ulisse chiamato al folle volo, lo insegna Pascoli, con il suo Ulisse ormai anziano, di nuovo in mare nello struggimento della ricerca dei luoghi del mito, ormai scomparsi.
Se anche ricordare è un ritorno, la verità affiora per Nolan così nel canto delle Sirene: il desiderio inconscio di non voler tornare, di non voler vedere, di non voler soffrire per quanto si è avuto e perso, o per quanto si è desiderato. Il mito, il profeta nel rivelarsi, non dice forse chi tu sei?
Ma la verità è anche nel personaggio di Sinone, con la toccante rappresentazione dell’Ade, con l’irrompere del peso della responsabilità umana, tra echi e richiami virgiliani. Differentemente da Scipione l’Emiliano, l’Odisseo di Nolan non piange con lacrime visibili, eppure le rovine di Troia continuano a bruciare. Bruciano certamente i destini di ieri, le civiltà che crollano, i mondi che continuano ad infrangersi sotto il peso delle guerre, della disattenzione, di chi non ha parole per comprendere, di chi dimenticherà e farà di nuovo gli errori di ieri. E allora solo partire è possibile, per un nuovo inizio. Mettersi in mare, di nuovo, verso Occidente, dove segna la rotta il sole, perché ci saranno storie, sì, i cui canti resteranno per sempre.
L'autore
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Laura D’Angelo è docente a contratto di Patrimonio letterario e territorio presso l’Università degli Studi del Molise. Dottore di ricerca in Studi Umanistici, filologa classica e critico letterario, ha pubblicato articoli e saggi su riviste scientifiche e accademiche di letteratura e poesia, approfondendo lo studio della poesia e della letteratura moderna e contemporanea. Ha partecipato a convegni nazionali e internazionali, a festival letterari e rassegne specialistiche di letteratura e critica con presentazioni di libri e interviste. I suoi studi si concentrano sulla figura di Gabriele D’Annunzio e sulla letteratura dialettale molisana, di cui ha recentemente pubblicato il saggio La Prima antologia di poeti dialettali molisani di Emilio Ambrogio Paterno (Fabrizio Serra Editore, 2023). Per la poesia ha dato alle stampe Mio amore (Interno Libri, 2026), Cuore puro (Interno Libri Edizioni, 2024), Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023). Tra i suoi studi è di recente pubblicazione il saggio Mitografie della modernità tra letteratura e critica (Rubbettino Università, 2026).
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