avvenimenti · In primo piano

La geografia inquieta della parola

Ci sono poeti per i quali il paesaggio è il luogo dello sguardo, e altri per i quali esso finisce per coincidere con la lingua stessa. In White Stone di Niloy Rafiq, nella versione inglese di Jyotirmoy Nandy attraverso cui qui lo leggiamo, la geografia non precede la poesia né si limita a offrirle un repertorio di immagini: nasce e si trasforma dentro il verso. Fiumi, estuari, colline, isole, alberi di casuarina, piogge e nebbie costituiscono una materia verbale continuamente attraversata dal desiderio e dalla memoria. Il Bangladesh di Rafiq è riconoscibile nei suoi nomi – Bakkhali, Swarupkathi, Adinath, Maheshkhali, Mymensingh – e tuttavia, nel momento stesso in cui viene nominato, sembra sottrarsi alla precisione della carta geografica per diventare una topografia interiore.

È forse questo il primo movimento che il lettore incontra nella raccolta: la trasformazione del luogo in figura. Un fiume può farsi ricordo, ferita, movimento del cuore; la nuvola possiede radici; le foglie custodiscono parole; il mare è insieme corpo, distanza e meditazione. Rafiq procede attraverso una proliferazione di corrispondenze che rende instabili i confini fra l’umano e il naturale. La natura non è osservata da una posizione esterna. Entra nel corpo, nelle costole, nel petto, negli occhi; e il corpo, a sua volta, si disperde nel paesaggio.

L’acqua è probabilmente la sostanza dominante di questa immaginazione. In The Bakkhali il fiume si apre verso la vastità marina sotto lo sguardo insonne del poeta; in The Wave-Hunter la contemplazione delle onde assume il carattere di un esercizio quasi meditativo; altrove pioggia, estuari e correnti accompagnano la separazione amorosa o il ritorno improvviso della memoria. L’acqua di Rafiq non purifica necessariamente. Più spesso trasporta: nomi, desideri, frammenti e resti del passato. La sua funzione appare allora simile a quella della poesia, che rimette in movimento ciò che sembrava depositato.

Da qui deriva anche la particolare sintassi immaginativa di White Stone. I testi non procedono, nella maggior parte dei casi, secondo una linearità narrativa. Un’immagine ne chiama un’altra attraverso prossimità segrete: dal fiore si passa alla ferita, dalla casuarina alla scrittura, dal fiume al cuore, dalla luce alla storia. È una poesia dell’accostamento e della metamorfosi. Il lettore che vi acceda attraverso la mediazione inglese di Nandy può talvolta avvertire una resistenza: le connessioni non sempre si lasciano ricondurre a una logica discorsiva immediata. Ma è precisamente dentro questa resistenza che occorre tentare di leggere Rafiq. Chiedere ai versi di «spiegare» ogni passaggio da un’immagine all’altra significherebbe forse ignorarne il principio generativo, più vicino al sogno, al canto e alla memoria associativa.

Alcune figure ritornano con un’insistenza quasi lessicale. La casuarina, in particolare, attraversa la raccolta come un segno territoriale e, insieme, come una sorta di emblema poetico. È albero, ombra, scrittura, movimento. Le sue foglie possono essere simbolicamente raccolte e seminate; la sua presenza accompagna il mare e diventa una specie di alfabeto vegetale. Lo stesso accade con gli uccelli, le finestre, i fiori, le nuvole, il carro. Rafiq costruisce così un proprio vocabolario mitopoietico: le parole ritornano, ma ogni ritorno le sposta leggermente, come oggetti trasportati da una corrente.

Il titolo della raccolta offre una possibile soglia interpretativa. Nella poesia eponima la pietra bianca non appare soltanto come materia immobile. «On white stone roads, new paths unfold»: sulle strade di pietra bianca si aprono nuovi percorsi, mentre la sete della creazione continua a produrre visioni. La pietra e il cammino, la permanenza e il movimento convivono nella stessa immagine. È una contraddizione feconda e, forse, una delle chiavi del libro. La poesia di Rafiq sembra cercare continuamente di incidere qualcosa di durevole in una realtà dominata dal fluire.

Sarebbe tuttavia riduttivo leggere White Stone esclusivamente come un libro di contemplazione naturale. Dietro la vegetazione e l’acqua si avverte una coscienza civile inquieta. Veiled in Shame, Shame, The Struggle e The Song of a Lonely Pen introducono nel paesaggio le tracce della violenza, dell’avidità, della corruzione e dell’ipocrisia. Il lessico si fa più aspro: compaiono sangue, corpi, saccheggio, menzogna. In Whose Corpse Lies on the Road la presenza di un corpo abbandonato sulla strada produce una domanda sulla civiltà stessa. Il paesaggio non può più essere innocente, perché è attraversato dalle azioni degli uomini.

È significativo, allora, che Rafiq affidi alla penna una funzione testimoniale. In The Song of a Lonely Pen il linguaggio della protesta sembra scomparso, mentre figure voraci occupano lo spazio sociale; e tuttavia la penna continua il proprio canto. Non è necessario leggere in questa immagine una fiducia ingenua nel potere salvifico della letteratura. La penna è «lonely», solitaria, e la sua purezza è continuamente esposta alla caduta. Proprio per questo il canto assume un valore etico: continua non perché sia certo di vincere, ma perché il silenzio equivarrebbe a una resa.

In questa prospettiva acquistano un senso particolare i tre testi dedicati a Giordano Bruno, Galileo e Giovanna d’Arco. Il loro ingresso nella geografia poetica bengalese di Rafiq potrebbe apparire inatteso. In realtà queste figure consentono al poeta di estendere la riflessione sul rapporto fra parola, verità e potere. Bruno è il corpo consegnato al fuoco; Galileo è il sapere sottoposto alla coercizione; Giovanna è la vittima di un dispositivo religioso e giudiziario che pretende di esercitare il proprio dominio persino sul corpo. La storia europea viene riletta da una distanza geografica che, anziché renderla estranea, ne mette in evidenza la persistenza simbolica. Fanatismo e persecuzione non appartengono a un solo luogo né a un solo tempo.

Anche l’amore, tema costante del libro, è raramente separabile dalla distanza. Si ama attraverso lettere, telefonate interrotte, attese, stazioni, notti e ritorni immaginati. In The Answering Lines la lontananza dell’altro entra perfino nei limiti materiali della comunicazione: non tutto può essere detto al telefono, le parole si interrompono, l’amato scompare a metà del discorso. In Time’s Wing Burns in the Fire of Love il tempo stesso viene consumato. L’amore di Rafiq non ricompone facilmente il mondo; ne aumenta, semmai, l’intensità e la vulnerabilità.

Resta, per il lettore che non acceda direttamente al testo bengalese, la questione decisiva della traduzione. La versione inglese di Jyotirmoy Nandy trasporta una poesia radicata in un tessuto di luoghi, riferimenti religiosi, tradizioni e immagini la cui risonanza originaria non può essere data per interamente coincidente con quella della lingua d’arrivo. In alcuni passaggi l’inglese conserva un’evidente estraneità sintattica o metaforica. Il critico deve allora procedere con cautela: non sempre è possibile stabilire dove finisca l’asperità dell’originale e dove cominci l’effetto della mediazione linguistica. Ma proprio questa zona di incertezza ricorda che leggere poesia in traduzione significa anche ascoltare una distanza.

Alla fine della raccolta, in Sweet Betel Leaf, il poeta promette di adornare la «Queen of Poetry» con i gioielli delle similitudini e delle metafore. Vi si potrebbe riconoscere, senza trasformare il verso in una rigida dichiarazione programmatica, una traccia della poetica di Rafiq. L’immagine è per lui uno strumento di conoscenza e di connessione: permette di accostare realtà lontane e di trasformare ciò che viene nominato. La sua poesia può apparire sovrabbondante, talvolta febbrile; non cerca la sottrazione né il silenzio della forma minima. Accumula, semina, fa ritornare le proprie figure fino a costruire un ecosistema verbale riconoscibile.

White Stone chiede dunque di essere attraversato come si attraversa una geografia: accettando deviazioni, ritorni e zone non immediatamente decifrabili. Al centro rimane una domanda sulla possibilità della parola di custodire il mondo mentre il mondo cambia, si corrompe o scompare. La pietra bianca di Niloy Rafiq è forse proprio questo: non un monumento alla permanenza, ma una superficie resistente sulla quale il movimento dell’acqua, della memoria e della storia continua ostinatamente a lasciare i propri segni.

Tre poesie

White Stone

Nature’s undying grace—fallen flowers in the room,
Evening rivers hum through clouds of sound,
A royal swan glides in waters of dusk,
While wild tunes trap the gaze in unknown bounds.
Casuarina scripts mark the wall of severed roots.

In thought—fields of harvest, in weave—green breath,
Sketches bloom on open plains, a garden for the eye.
Fugitives of age—flowers in the tide,
Life’s span caught in sorrow’s honeyed net.

On white stone roads, new paths unfold,
Visions rise from thirsts of creation.
Work on—winged by the sun’s vow,
Gather beauty—seed the land with casuarina leaves.

Pietra bianca

Grazia immortale della natura – fiori caduti nella stanza,
i fiumi della sera mormorano fra nuvole di suoni,
un cigno regale scivola sulle acque del crepuscolo,
mentre melodie selvatiche imprigionano lo sguardo
entro confini sconosciuti.
Scritture di casuarina segnano il muro delle radici recise.

Nel pensiero – campi di raccolto; nell’intreccio – respiro verde,
disegni fioriscono sulle pianure aperte, giardino per lo sguardo.
Fuggiaschi del tempo – fiori nella marea,
la durata della vita presa nella rete mielata del dolore.

Sulle strade di pietra bianca si aprono nuovi sentieri,
visioni sorgono dalla sete di creare.
Continua l’opera – sulle ali del voto del sole,
raccogli la bellezza, semina la terra
di foglie di casuarina.

 

The Song of a Lonely Pen

The lunatic butcher’s fingers uncork a bottle of wine at broad daylight in the market,
Helpless straight lines at the countryside, fallen leaves at the day’s end.
The mind, impure with air, returns home, blood clotted at the corner of the eyes,
Clouded sky, the bird of law wails in the omen of creation.

The language of protest is missing, uncivil vultures are all-devouring,
They sow seeds of corrupt crops in the seedbed, change ceaselessly
Blood-sucking shirts on their green wings with a bright smiling face.

They are lost themselves, trapped in spider’s webs. A black kite
Gliding with its wings of dreams, nurtures humanity.

The pure pen falling everyday in processions at the crossroads,
And its singing goes on.

Il canto di una penna solitaria

Le dita del macellaio folle stappano una bottiglia di vino
in pieno giorno, al mercato;
inermi linee diritte nella campagna,
foglie cadute alla fine del giorno.

La mente, contaminata dall’aria, ritorna a casa,
sangue rappreso agli angoli degli occhi;
cielo coperto, l’uccello della legge geme
nel presagio della creazione.

È scomparsa la lingua della protesta,
avvoltoi incivili divorano ogni cosa.
Nel semenzaio spargono semi di raccolti corrotti,
mutano senza tregua
le camicie succhiasangue sulle loro ali verdi,
con il volto acceso da un sorriso.

Si sono perduti,
prigionieri delle tele dei ragni. Un nibbio nero,
planando sulle ali del sogno,
custodisce l’umanità.

La penna pura cade ogni giorno
nei cortei agli incroci delle strade,
e il suo canto continua.

 

The Bakkhali

On vacant land, the fair heart hides behind a playful lock,
Salt-kissed trees swim in love’s enchanted rush.
Waves smile in vision—eyes unknown,
Around the casuarina, hollow caves sing.

In sun-drenched sweat, the ferry ghat glows –
Let the meditative artisan drift into water.
The trembling estuary dances mad with tide,
Quicksand pulls in the coming ebb.

In the vast sea, the skilled boatman steers the Bakkhali river –
Sleepless, I gaze where mountains meet the ocean.

Il Bakkhali

Nella terra vuota il cuore della fiera si nasconde
dietro una serratura giocosa;
alberi sfiorati dal sale nuotano
nell’incantato impeto dell’amore.

Le onde sorridono alla visione – occhi sconosciuti;
intorno alla casuarina cantano cave vuote.

Nel sudore inondato di sole risplende l’approdo del traghetto –
lascia che l’artigiano in meditazione
si abbandoni all’acqua.

L’estuario tremante danza, folle di marea;
le sabbie mobili trascinano nel riflusso imminente.

Nel mare immenso il barcaiolo esperto
governa il fiume Bakkhali –
insonne, guardo il luogo
dove le montagne incontrano l’oceano.

[Traduzioni italiane dalla versione inglese di Jyotirmoy Nandy]

Nota biografica

Niloy Rafiq (Cox’s Bazar, Bangladesh, 1983) è poeta e autore bengalese. Attivo fin dagli anni della scuola sulle pagine letterarie della stampa locale, ha in seguito pubblicato poesie su riviste nazionali e internazionali; suoi testi sono stati tradotti in numerose lingue. Nel 2025 è stato tra i premiati della quarantesima edizione del Premio mondiale di poesia Nosside con la poesia Bellezza composta, in lingua bengalese, presentata con versioni in inglese e in italiano.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.