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Nuovi frammenti per il commento di Iacomo della Lana

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Potrebbe essere stato identificato il più antico manoscritto oggi noto del Commento di Iacomo della Lana alla Divina Commedia, il primo commento organico in volgare al poema di Dante, composto pochi anni dopo la morte del poeta. È l’ipotesi alla quale conduce una ricerca che ho recentemente pubblicato su «Studj romanzi» (“Iacomo della Lana: nuovi frammenti inediti trecenteschi”, Studj romanzi, XX, 2024), nata dall’identificazione di cinque frammenti trecenteschi finora sconosciuti. Quattro bifogli e un lacerto, oggi custoditi presso la Libreria Philobiblon di Londra, si aggiungono infatti ai cinque bifogli, a una carta e a tre piccoli lacerti già noti, conservati tra l’Archivio di Stato di Bologna e una collezione privata. L’insieme permette di ricostruire una porzione molto più ampia di un codice che, da oltre un secolo, era conosciuto soltanto in forma frammentaria.

La storia del manoscritto attraversa oltre un secolo di studi. Nel 1921 Giovanni Livi annunciò il ritrovamento, presso l’allora Archivio Notarile di Bologna, di alcuni fogli pergamenacei riutilizzati come coperte dei protocolli del notaio Cristoforo Guidastri (attivo tra il 1573 e il 1611). Le pergamene contenevano il Commento di Iacomo della Lana ad alcuni canti dell’Inferno e del Paradiso. Livi ne intuì immediatamente l’antichità; tuttavia, dopo quella segnalazione, i frammenti scomparvero nuovamente dalla circolazione degli studi.

Solo nel 2011 una parte di quei materiali fu riscoperta presso l’Archivio di Stato di Bologna, mentre nello stesso periodo emerse un ulteriore bifoglio in una collezione privata. Le indagini successive dimostrarono che tutti quei frammenti provenivano da un unico manoscritto trecentesco del Commento di Iacomo della Lana: un codice di taglia medio-grande, impaginato su due colonne e contraddistinto da una decorazione essenziale, limitata a iniziali filigranate, maiuscole toccate di rosso e segni di paragrafo alternativamente rossi e azzurri.

La scoperta delle pergamene londinesi aggiunge ora un nuovo capitolo a questa vicenda: non si tratta infatti di un diverso manoscritto, bensì di ulteriori carte dello stesso esemplare, smembrato tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento per riutilizzarne la pergamena come coperta di registri notarili. La comune provenienza è dimostrata dalle annotazioni lasciate dal notaio Guidastri, ancora leggibili sulle pergamene, oltre che dall’identità della scrittura, dell’impaginazione e dell’apparato decorativo.

I nuovi ritrovamenti modificano in modo sostanziale la conoscenza del codice. Se i frammenti finora noti conservavano esclusivamente il commento all’Inferno e al Paradiso, quelli recentemente identificati tramandano anche una parte del Purgatorio, consentendo per la prima volta di ricostruirne quasi integralmente la fisionomia originaria.

L’analisi paleografica rivela che la trascrizione fu affidata a tre diversi copisti, responsabili rispettivamente delle sezioni dedicate all’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso (tavv. 3-4). Quest’ultima può essere attribuita con sicurezza a Galvano da Bologna, il celebre copista che sottoscrive anche il manoscritto riccardiano-braidense della Commedia con il Commento di Iacomo della Lana (Firenze, Biblioteca Riccardiana, Ricc. 1005; Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, AG.XII.2).

L’indagine mi ha inoltre consentito di identificare le mani individuate nei frammenti anche in alcuni fra i più importanti manoscritti prodotti nella Bologna del primo Trecento, permettendo così di ricostruire una fitta rete di collaborazioni tra copisti, correttori e miniatori attivi in quello stesso contesto. La medesima équipe è infatti riconoscibile nel Decretum di Graziano conservato a Siena (Biblioteca comunale degli Intronati, ms. K.I.3), dove il copista che nei frammenti trascrive il commento all’Inferno svolge il ruolo di trascrittore principale. Ritengo inoltre che i due scribi che nei frammenti affiancano Galvano da Bologna possano essere identificati anche nel Dante di Stoccarda (Württembergische Landesbibliothek, Cod. poet. et phil. 2° 19), che tramanda la Commedia insieme all’Acerba di Cecco d’Ascoli; tale proposta sarà argomentata più diffusamente in un contributo attualmente in corso di elaborazione.

A questo quadro si aggiungono ulteriori collegamenti, emersi dall’analisi dei segni di bottega e dei motivi decorativi ricorrenti, condivisi con altri codici di altissimo pregio, tra cui il Decretum di Monaco (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 23552), la Miscellanea Riccardiana (Biblioteca Riccardiana, Ricc. 1538) e il Roman de Troie di San Pietroburgo (Rossijskaja Nacional’naja Biblioteka, fr. F.v. XIV.3). Si tratta di manoscritti celebri per l’eccellenza della loro esecuzione e per il ricco apparato miniato, realizzato da maestri quali l’Illustratore, il Maestro del B 18 e il Maestro degli Antifonari padovani. L’insieme di queste evidenze mostra che il Commento di Iacomo della Lana non circolava in un ambiente marginale, ma negli stessi circuiti librari di altissimo livello destinati ai principali testi giuridici, liturgici e letterari del tempo.

L’esame della mise en page ha inoltre fornito nuovi elementi per ricostruire l’assetto originario del manoscritto. In alcuni punti il commento passa infatti direttamente da un canto al successivo. Il confronto con i principali testimoni trecenteschi dell’opera consente di escludere che il codice fosse organizzato come il Riccardiano-Braidense, nel quale il testo della Commedia è copiato al centro della pagina e circondato dal commento, oppure come il Vaticano (Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottoboniano Latino 2358), dove ogni canto del poema è trascritto integralmente e seguito dalla relativa esposizione. Più verosimilmente, il manoscritto presentava una struttura analoga a quella del codice di Francoforte (Stadt- und Universitätsbibliothek, Ausst. 33 [lat. Qu. 57]), nel quale il commento costituisce una sezione autonoma successiva alla trascrizione integrale della Commedia. Non è peraltro da escludere che anche il manoscritto originario del Commento di Iacomo della Lana presentasse questa struttura.

Anche la datazione può oggi essere precisata. Un insieme concorde di indizi paleografici, codicologici, linguistici e testuali collocherebbe infatti la realizzazione del codice nei primi anni Trenta del Trecento. A sostegno di questa proposta convergono le caratteristiche della scrittura e della decorazione, ma anche una lingua che conserva tratti bolognesi ed emiliani destinati a scomparire o a evolversi dopo il 1330 e assenti nei testimoni finora ritenuti più antichi. Se questa ipotesi sarà confermata, il manoscritto rappresenterebbe il più antico testimone oggi noto del Commento di Iacomo della Lana, anticipando cronologicamente anche il Riccardiano-Braidense, finora considerato il più antico.

Dal punto di vista filologico, il codice si distingue anche per la sua autonomia rispetto ai tre principali testimoni del Commento: il codice di Francoforte, il Riccardiano-Braidense e il Vaticano. Oltre a conservare rubriche in volgare finora sconosciute, tramanda in diversi casi lezioni più corrette. Un esempio significativo è offerto dal passo di Paradiso IX in cui Cunizza da Romano profetizza la punizione dell’«empio pastor» di Feltre. Mentre il Riccardiano-Braidense identifica quel vescovo con Gorgia de Lusa, che resse la diocesi soltanto dal 1327 al 1349, quindi dopo la composizione della Commedia, il codice frammentario lo riconosce correttamente in Alessandro Novello, vescovo di Feltre e Belluno dal 1298 al 1320, tradizionalmente identificato con il personaggio dantesco. Analogamente, nel commento a Paradiso XI restituisce il nome di papa Onorio III, omesso invece dal codice di Francoforte.

Lo studio conferma infine l’appartenenza del codice frammentario al ramo della tradizione rappresentato dal manoscritto di Francoforte, di cui costituirebbe il più antico testimone oggi noto, e induce inoltre a ipotizzare l’esistenza di un archetipo del Commento di Iacomo della Lana. Un elemento particolarmente significativo emerge dal commento a Paradiso XI, nel passo in cui Dante ricorda il monte della Verna, dove san Francesco ricevette le stimmate, designandolo con l’espressione «nel crudo sasso intra Tevero e Arno». Proprio nel punto in cui il commentatore è chiamato a sciogliere questa perifrasi, identificando il luogo evocato da Dante con il relativo toponimo, il codice frammentario e i tre più antichi testimoni del Commento, appartenenti ai diversi rami della tradizione, presentano concordemente uno spazio lasciato in bianco; la medesima lacuna ricorre anche in manoscritti più tardi. La presenza di questa stessa lacuna nei diversi rami della tradizione, fin dai testimoni più antichi, troverebbe spiegazione nell’esistenza di un archetipo comune.

silvia.desantis@uniroma1.it

 

 

 

 

 

 

L'autore

Silvia De Santis
Silvia De Santis è studiosa di filologia romanza, paleografia e storia della tradizione manoscritta, con un percorso di ricerca che intreccia filologia del testo, cultura materiale del manoscritto e storia della ricezione. Formata presso la Sapienza Università di Roma, dove ha conseguito la laurea in Lettere con lode e il dottorato in Filologia e Letterature Romanze, ha ulteriormente approfondito la dimensione codicologica e archivistica diplomandosi presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica. La sua ricerca si sviluppa all’incrocio tra filologia romanza medievale, studi danteschi, teatro e musica del Medioevo, storia dell’illustrazione e cultura manoscritta. Fin dagli esordi si è concentrata sul rapporto fra testo, immagine e performance, dedicando contributi significativi al Mistero provenzale di Sant’Agnese e al Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, oggetto di studi ecdotici, linguistici e storico-artistici. Parallelamente, ha sviluppato una linea di ricerca originale sulla ricezione figurativa di Dante, in particolare nell’ambito inglese tra Sette e Ottocento, culminata nella monografia su William Blake e la Commedia e in numerosi studi sull’iconografia dantesca. La sua attività scientifica si distingue per un approccio integrato che coniuga filologia materiale, critica testuale, storia delle immagini e Digital Humanities. In questo orizzonte si collocano i progetti di ricerca nazionali e internazionali cui ha partecipato – dai PRIN dedicati alle letterature romanze medievali ai progetti di digitalizzazione e metadatazione dei manoscritti – fino all’attuale responsabilità scientifica nell’ambito della Digital Library dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Dopo esperienze di ricerca presso la Sapienza, l’Università di Milano e l’Università di Reading come borsista British Academy–Lincei, è oggi Ricercatrice in Tenure Track di Filologia e Linguistica Romanza presso la Sapienza Università di Roma e Conservatrice dei manoscritti della Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana. Alla produzione scientifica – monografie, edizioni critiche, curatele, saggi e cataloghi – si accompagna un’intensa attività di organizzazione scientifica, testimoniata dalla partecipazione a comitati ordinatori e scientifici di convegni e mostre internazionali dedicate alla valorizzazione del patrimonio librario medievale. Nel complesso, il suo lavoro si inscrive in un’idea di filologia come pratica interpretativa capace di ricostruire, attraverso i manoscritti e le tradizioni culturali, la complessità storica della trasmissione e della reinvenzione delle opere.