In primo piano · L'arte del tradurre

Maristella Petti intervista Anna Mioni

Lei è una rinomata traduttrice letteraria dall’inglese e dallo spagnolo. Può distinguere le due aree letterarie per raccontarci qual è il suo rapporto con la singola lingua-cultura e con quale di esse si trova a lavorare più spesso – e perché?

In teoria la mia conoscenza delle mie due lingue di lavoro partiva alla pari, ma in ventun anni ho tradotto quasi settanta opere dall’inglese e solo quattro o cinque dallo spagnolo (www.annamioni.it): questo perché ho cominciato a lavorare con l’inglese, e sono stata etichettata dal mercato come una traduttrice dall’inglese. La traduzione letteraria per l’industria editoriale è totalmente legata al mercato, si lavora di più in settori dove la richiesta è più alta, e nel 1997 quando ho iniziato in Italia si traducevano pochissimi libri dallo spagnolo; il boom è ripartito solo di recente. In tutto questo il mio rapporto con le singole culture influisce ben poco e non è stato quello a determinare la quantità di traduzioni da una lingua o dall’altra, dato che nella stragrande maggioranza dei casi sono i committenti (gli editori) ad assegnare ai traduttori i testi da tradurre.

Un traduttore letterario professionista ha il dovere di tenersi aggiornato su tutti gli aspetti delle sue lingue di lavoro, tra i quali rientra anche la produzione letteraria, ma senza una comprensione dei vari registri linguistici, della cultura quotidiana di quell’area, delle fonti di ricerca affidabili, la conoscenza letteraria non è sufficiente. Non  a caso la formazione per i traduttori letterari si basa più su laboratori con professionisti, che sui corsi universitari di storia e teoria della letteratura.

 

Ha mai sentito un’affinità particolare con un’opera o un autore tra quelli da lei tradotti?

Il modo di accostarsi a un testo dei traduttori è completamente diverso da quello di un semplice lettore, secondo me. Un conto è leggere un testo per mio piacere personale, un conto è affrontarlo per lavoro. Quando traduco, se è un libro è scritto bene provo sempre affinità con quel testo, perché assisto alla magia di ritrovare nella mia lingua le parole per dire quello che  lo scrittore ha espresso nella propria. Ogni volta che traduco un libro, a meno che non sia un’opera di scarsa qualità, quella magia si riproduce. Ciò premesso, è innegabile che alcuni autori mi siano più vicini per motivi di affinità culturale e generazionale (Sam Lipsyte, Tom McCarthy, Nell Zink, Luc Sante) o di interessi in comune (ho tradotto l’opera omnia di Lester Bangs, uno dei più importanti giornalisti rock americani, o l’autobiografia di Richard Seaver, traduttore e fondatore di varie case editrici in Francia e negli USA) o di modalità di scrittura che mi affascinano (Ling Ma, C.D. Payne, Marisa Silver). Ma tradurre un libro di qualità è sempre e comunque un’esperienza esaltante.

 

Qual è il problema più grande davanti al quale si è trovata nel corso di una traduzione? Esiste, a parer suo, l’intraducibile?

Nel tradurre l’opera omnia di Lester Bangs, abbiamo trovato un’intera sezione di scritti abbozzati e provvisori che lui stesso definiva “Impubblicabili”. Con l’editore minimum fax si è deciso di estrapolarla dai due libri principali (Guida ragionevole al frastuono più atroce, appena ristampato, e Deliri, desideri  e distorsioni) e di stamparla in un  volume a parte, con il titolo Impubblicabile!. Abbiamo però lasciato fuori un unico testo, che secondo me rappresenta l’epitome dell’intraducibilità. Sono pagine in cui Bangs imita lo stile del libro A di Andy Warhol, che consisteva nella fedele trascrizione di conversazioni registrate da lui e da Ondine, un membro della Factory, nel corso di due anni. Bangs per metà imita lo stile del libro, e per metà inserisce commenti suoi di vario genere; ma in un inglese talmente deformato che nemmeno dei madrelingua sono stati in  grado di dirmi a cosa potessero corrispondere le varie parole. Sarebbe un buon argomento per una tesi di laurea.

 

Oltre alla carriera di traduttrice, lei ha scelto di intraprendere anche quella di agente letterario, fondando AC2 Literary Agency (https://www.ac2.eu/). Può descrivere le funzioni di un’agenzia letteraria e dirci da cosa nasce la sua personale vocazione per questo progetto? Il suo lavoro di agente e quello di traduttrice sono connessi?

No, i due lavori non sono connessi e sono completamente diversi e raramente comunicanti. Essendo entrambi lavori a basso introito, sommati contribuiscono a creare uno stipendio da impiegato di concetto, dove svolgendo uno solo dei due lavori ci sarebbero due mezzi stipendi. Lo spazio concesso da una sola domanda mi impedisce di spiegare in dettaglio cosa fa un’agenzia letteraria; ho già risposto più volte a questo quesito, e a quello sulla mia vocazione, per esempio in un’intervista integrale che si può trovare qui http://www.ac2.eu/intervista-angolo-lettura/, o in questa su Grafemi https://grafemi.files.wordpress.com/2013/05/adobe-pdf.gif?w=89&h=82

 

Passando a trattare gli aspetti deontologici del lavoro del traduttore, le chiedo un aiuto a chiarire alcuni punti (sconosciuti ai più) del suo coinvolgimento nel processo editoriale. Per esempio, in che direzione avviene la pianificazione di una traduzione: è il traduttore che la propone a una casa editrice o viceversa? Chi è a redigere il contratto di traduzione: il traduttore o il committente? Durante il suo lavoro, il traduttore ha più rapporti con l’autore o con l’editore? Ma soprattutto, tutti questi passaggi sono uniformati da norme istituite?

Nella maggior parte dei casi è la casa editrice a contattare il traduttore, perché ha acquisito i diritti di traduzione di un libro e desidera farlo tradurre. A volte, se si tratta di libri che non sono ancora stati intercettati dal circuito degli scout e degli agenti letterari, il traduttore può riuscire a proporre all’editore un libro che ancora non conosce; ma è un evento sempre più raro e difficile per le lingue più diffuse. È il committente che redige il contratto di traduzione, il traduttore negozia le condizioni e una volta arrivati a un accordo lo si sottoscrive. Durante il suo lavoro il traduttore ha pochissimi contatti con l’autore, e solo per sottoporgli una risicatissima lista di dubbi da risolvere. Sono pochi anche i contatti con l’editore: dopo l’assegnazione del lavoro e il chiarimento di norme redazionali e aspettative sull’incarico, il traduttore procede in autonomia fino alla consegna. Non esistono norme costituite riguardo alla traduzione, se non la giurisprudenza vigente (Codice Civile, Legge sul Diritto d’Autore e successive). Con il sindacato avevamo cercato di codificare quantomeno delle buone pratiche relative alla revisione, che si trovano qui http://www.traduttoristrade.it/decalogo/. Per chiarimenti ulteriori sul contratto e tutti gli altri aspetti della professione, vi rimando al sito del sindacato STRADE http://www.traduttoristrade.it/ e al loro vademecum legale e fiscale.

 

Il traduttore occupa un ruolo fondamentale che mette in comunicazione l’autore con lettori che appartengono a culture diverse dalla sua; questo incarico egli lo esercita nell’ombra, quasi di nascosto, senza lasciare tracce troppo evidenti del suo passaggio. Pur ritenendo comprensibile e naturale questo mimetismo rispetto al punto di vista del lettore, c’è da osservare che l’editoria italiana fa del suo meglio per mantenere il lavoro del traduttore nell’anonimato, sminuendone l’operato con scarsa visibilità e scarsi compensi. Può offrirci una panoramica molto generica della considerazione oggigiorno riservata al traduttore nel nostro Paese?

Sarebbe presuntuoso volermi arrogare questo ruolo. Posso parlare da un punto di vista strettamente personale e dire che, grazie ai continui sforzi fatti da quando i traduttori hanno cominciato a comunicare tra di loro con mailing list e sindacato (inizio anni 2000), rispetto a quando ho cominciato a lavorare a fine anni ‘90 i traduttori se non altro vengono citati più spesso sulla stampa e si parla con più frequenza del loro ruolo all’interno dell’editoria. Purtroppo questa aumentata attenzione non si è tradotta in un miglioramento dei compensi, semmai viceversa: in 20 anni di lavoro ho visto i miei compensi aumentare di soli 4 o 5 euro a cartella. Fatte le debite proporzioni con l’inflazione e con le progressioni di carriera di altre professioni, si può capire che la traduzione letteraria non offre certo la prospettiva di redditi brillanti o di mantenere una famiglia con figli in assenza di altri redditi.

 

In questo contesto, qual è il suo parere sull’operato di organismi come AITI – Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, e la giovanissima STRADE, la sezione traduttori editoriali in Slc-Cgil?

Preciso che STRADE non è giovanissima: è l’incarnazione più recente di un percorso di sindacalizzazione della categoria iniziato nel 2003, che prima ha preso altri nomi e ora è sfociato in STRADE. Sia AITI che STRADE sono molto attive nella difesa dei diritti dei traduttori e nella formazione continua, entrambi fondamentali per la professione. Sono essenziali per fungere da aggregazione per una categoria altrimenti molto frammentata, e aiutarla a esprimere rivendicazioni comuni. Purtroppo in Italia le persone legate a professioni artistiche e intellettuali tendono a essere individualiste e poco pratiche, e quindi  spesso  non si riesce a coinvolgere tutti i potenziali beneficiari di un’azione sindacale.

 

Quali sono i suoi pronostici sulla funzione del traduttore a ridosso dell’avvento dell’editoria digitale?

Intanto l’editoria digitale in Italia ha avuto un effetto molto meno dirompente del previsto, per vari fattori (l’ignoranza degli italiani in fatto di informatica, la mancanza di un formato unico per i libri digitali, la presenza di varie piattaforme italiane di vendita che sono state in grado di tenere testa ad Amazon, impedendo che la sua tecnologia diventasse di monopolio come in altri paesi). Quindi la temuta rivoluzione digitale non si è verificata. Gli editori hanno in parte riversato il catalogo pregresso in formato e-book, ma spesso le edizioni non sono di gran qualità e difficilmente questo ha costituito l’occasione per nuove traduzioni. A parte questo, gli e-book continuano a esistere in parallelo all’edizione cartacea e in Italia sono soprattutto un fenomeno per lettori forti. La lettura digitale per lettori deboli e “di genere” in Italia si fa soprattutto sui telefoni cellulari (Wattpad e fenomeni analoghi).

Quindi per ora la funzione del traduttore non si è modificata di molto rispetto a prima, se non per il fatto che ora le proprie traduzioni compaiono anche su e-book, e a volte su audiolibro.

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