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Maria Gioia Tavoni intervista Pietro Lenzini

Lenzini al lavoro nella sala Bologna a Belém del Parà (Brasile)
Lenzini al lavoro nella sala Bologna a Belém del Parà (Brasile)

Il percorso di Pietro Lenzini è caratterizzato dall’arte al servizio di molteplici eventi e differenti confronti. Presso l’Accademia bolognese ha insegnato Scenotecnica ma anche Teoria e pratica del disegno prospettico mentre, nel contempo, affiancava alle molteplici attività il suo severo impegno nella pratica incisoria che già nel 1972 gli consentiva di realizzare la prima cartella di acqueforti ispirata ai Canti orfici di Dino Campana. Per alcuni anni affianca l’esperienza teatrale di Luciano De Vita coadiuvandolo nelle sue più importanti scenografie al teatro Comunale di Bologna, da quella della Turandot (1969) all’altra dell’Otello (1971), senza mai tralasciare le numerose mostre personali e collettive a cui partecipa sempre presentato da ottimi critici. È a questo periodo che risale l’amicizia di Lenzini con Andrea Emiliani, un’amicizia che segna pure la sua stretta collaborazione con il grande storico dell’arte e organizzatore di importantissimi eventi culturali. Ma Lenzini non è solo un artista; è anche un critico d’arte e uno storico soprattutto di arte settecentesca come prova la sua notevole produzione, che non ha mai finito di corroborare con un’intensa attività che ancora lo segna e per la quale è conteso da numerose istituzioni. Appare quasi concitata, dagli anni Novanta a tutt’oggi, la sua partecipazione a occasioni espositive non solo in tutt’Italia, compresa la Biennale di Venezia del 2011 ma pure all’estero. Viene chiamato anche in Brasile, in Amazzonia a Belèm, dove, nel 2012,  è incaricato di restituire agli antichi splendori la “Casa Rosada” che affrescherà insieme con il suo allievo più stimato Pier Giorgio Drioli. Contemporaneamente, curerà con proprie ideazioni scenografiche Il Trovatore (nel 2013), opera scelta dalle istituzioni di Belèm per i festeggiamenti del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e i trecento anni della nascita di Giuseppe Antonio Landi, denominato il “Bibiena dell’Equatore”. Fra le molte cariche onorifiche che segnano il cammino di Lenzini l’ultima, in ordine di tempo, è il conferimento della presidenza dell’Associazione per le Arti Francesco Francia, istituzione con alle spalle un ricco e articolato programma di mostre e iniziative sempre di ottimo livello.

Riuscire a sintetizzare i tuoi numerosi impegni non è stata un’avventura facile. Imbrigliarti lo è ancor meno. Che cosa ti “trascina” nel gettarti a capofitto nelle tue innumerevoli occasioni culturali?

Ho sempre cercato di affiancare, alla mia attività artistica di incisore e pittore, interessi culturali di natura critica, scrivendo saggi, presentazioni di ogni genere, essendo a volte espressamente richiesto da amici artisti, anche se ho sempre precisato di non identificarmi nella figura del critico e anche se mi sono trovato ad esercitare quella funzione quasi per gioco. Gli interessi erano riservati soprattutto alla storia artistica della mia città, Faenza, in particolar modo alle vicende architettoniche, più che alla pittura o alla scultura.

L’Accademia di Belle Arti di Bologna, presso la quale ti sei formato e presso la quale hai insegnato, è l’erede dell’Accademia Clementina, dove insegnarono i Bibiena, poi il Basoli e molti altri artisti, famosi e operosi in tutta Europa. Che cosa pensi, alla luce delle tue conoscenze storiche, della situazione bolognese attuale? di quella italiana? a quale scuola, a quali autori la cultura è oggi preferibilmente collegata? 

Bologna (Acquaforte 2017)
Bologna (Acquaforte 2017)

La formazione all’Accademia di Belle Arti, alla fine degli anni sessanta, è stata per me molto importante; allora gli iscritti nelle diverse scuole erano in numero limitato, pertanto i rapporti fra studenti di Pittura, Scultura, Decorazione e Scenografia, scuola della mia formazione, erano scambievoli. Negli anni successivi, l’Accademia bolognese, come altri istituti analoghi in Italia, ha visto un incremento notevolissimo d’iscrizioni, pertanto le cose ora sono molto cambiate, senza contare l’istituzione di nuovi corsi d’indirizzo, che hanno aperto un ampio ventaglio di scelte. Certamente prima degli anni settanta del Novecento, a Bologna, c’era una grande vivacità culturale con numerose manifestazioni, che vedevano coinvolte anche le Istituzioni: Università e Accademia. Attualmente dobbiamo registrare, invece, un certo appiattimento e di conseguenza meno interrelazioni istituzionali; erano anni quelli in cui anche il Teatro Comunale, attraverso l’azione di Carlo Maria Badini, si apriva a sperimentazioni anche coraggiose nell’ottica di un generale rinnovamento dell’immagine scenica, coinvolgendo artisti di prestigio.

Non vi sei nato ma vivi a Faenza fin dagli anni giovanili. Ha avuto influenza sulla tua formazione artistica la città nella quale l’arte classica, o meglio neoclassica, ha conosciuto grande splendore?

Io vivo a Faenza dai primi mesi dalla nascita; sono nato, infatti, a Bondeno, ma posso considerarmi faentino e l’appartenenza culturale alla città l’ho sempre sentita fin dagli anni della mia adolescenza; il clima culturale di Faenza mi ha certamente formato e condizionato anche nelle scelte future dei miei percorsi artistici. La grande tradizione mantenuta dalla città romagnola ha strutturato non poco un mio modo di “sentire e vedere”, così come ha influito su di me la frequentazione familiare di personalità di alta levatura, legate ai miei genitori, tra le quali ricordo in particolare il musicista e teosofo Lamberto Caffarelli; tutti questi incontri  hanno avuto un ruolo determinante nella mia formazione.

Vivere a Faenza ha significato per te esprimere la tua arte pure nella ceramica nella quale ti eserciti soprattutto in prossimità delle festività natalizie con i tuoi ormai famosi piccoli Presepi a volte costituiti solo dalla Vergine col Bambino o con san Giuseppe? A quale dei grandi artisti ceramici faentini ti ispiri?

I miei interessi erano soprattutto per la grafica: disegno e incisione, ma, vivenđo a Faenza, non ci si poteva sottrarre al fascino della ceramica; anche se, inizialmente, non ne ero interessato, in seguito mi sono avvicinato, seppur cautamente, con la modellazione di piccole sculture maiolicate da donare ad amici in occasione di festività, in particolare dimidiati presepi a piccolo fuoco. È per me un gran divertimento, come quando, da piccolo, creavo in creta statuette e figurine. Mi hanno sempre interessato le realizzazioni in maiolica neobarocche di Lucio Fontana, alcune delle quali potevo ammirare nel Museo delle Ceramiche a Faenza

Il tuo rapporto con De Vita come ha inciso per Bologna? E il rapporto della scenografia come interferisce con la pittura, talvolta o sempre?   Come venivano realizzate le idee, i disegni di De Vita con i tuoi? Lui dipingeva scene, quinte e fondali, o li progettava solamente? Quali i tuoi interventi?

La conoscenza con Luciano De Vita risale al 1969 quando entrai al Teatro Comunale di Bologna. Ero già a conoscenza del suo lavoro incisorio e mi affascinava, in particolare, la dimensione visionaria e onirica delle sue acqueforti. Sono stati anche gli anni nei quali iniziavo a praticare la calcografia con il prof. Paolo Manaresi, allora titolare di incisione all’Accademia bolognese. Ma con De Vita senz’altro vi era una consonanza nel senso di quella “visionarietà” dovuta al mistero insito in quei suoi profondissimi neri. De Vita, per il teatro, preparava i bozzetti scenici e veniva giornalmente in palcoscenico per seguire la traduzione pittorica delle scene, affidata esclusivamente al laboratorio del quale ormai facevo parte. Ricordo solo che Luciano incuteva una grande soggezione. Poi vennero gli anni dell’Accademia, dopo il 1979, quando fui nominato docente di Scenotecnica e da allora la nostra amicizia si è intensificata e durata poi fino al ’93, anno della sua scomparsa.

Hai praticato e pratichi le arti in molte espressioni. In quali ti senti meglio a tuo agio e perché? Avverti la tua formazione classica e la tua concomitante frequentazione artistica nei tuoi scritti, come un valore aggiunto o come un segno di impedimento? Fai convivere la creazione di una tua opera durante un periodo di impegnato studio rivolto pure all’esterno in lezioni o presentazioni?

Dagli anni Settanta fino agli anni Ottanta mi sono dedicato esclusivamente alla pratica calcografica, nelle mie prime personali esponevo solo acqueforti. La pittura era saltuaria e dedicavo invece molto tempo al disegno ed ho sempre affiancato al lavoro artistico quegli interessi generali di storia dell’arte, in particolare quella faentina, con ricerche, saggi e curando anche presentazioni critiche per amici che mi chiedevano un mio contributo. Alcuni ancora credono che io sia uno storico dell‘arte a tutti gli effetti e mi conoscono in tale veste, più che nell’esercizio della attività di artista, ma questo è il bello di essere anche un po’ eclettici.

Resurrezione, olio su tela 120x80 (Aprile 2020)
Resurrezione, olio su tela 120×80 (Aprile 2020)

Un’occhiata al tuo lavoro. Due sembrano le traiettorie del tuo sentire: le donne, o meglio, la donna, e il sacro, in varie sue manifestazioni. Sapresti dirmi se nella tua ricerca questi due momenti si intersecano e come? Se vivono in armonia di sentimenti o convivono palesandosi l’un l’altro in continua spasmodica dialettica?

Le tematiche espresse nell’incisione ed ora più diffusamente nell’esercizio della pittura sono costantemente legate ad una dimensione visionaria, mediate spesso dal costante riecheggiare della temperie barocca, non come citazione, ma come tensione, rappresentazione iconica e scenografica del “sentire”, accanto alla quale si pongono i temi ricorrenti del “sacro” e della figura femminile, declinati in una estatica condizione, anche densa di pathos.

Da Focillon ad Andrea Emiliani l’arte della mano, il “fabrile”, trova un suo ideale mezzo per esprimersi nella pratica incisoria. Come sta la tua vena incisoria e le sue componenti tecniche con il tuo bisogno di esteriorizzare il pensiero? Il segno non interferisce mai negativamente nella tua creatività? Come trovi le tue opere uscite dal torchio calcografico? In piena corrispondenza con il sentire che le aveva animate?

La tecnica nella grafica e soprattutto nella calcografia ha una valenza basilare; l’importanza della mano e della manualità, pertanto, oltre ad essere la proiezione dell’immagine elaborata dalla mente, assume una valenza unica. Un argomento, questo, che era oggetto di grande riflessione da parte di Andrea Emiliani che ne constatava, purtroppo, anche la progressiva perdita, proprio in quei suoi ultimi scritti. La calcografia richiede una disciplina rigorosa, come dimostrato dal grande Morandi. Devo inoltre aggiungere che il risultato delle opere stampate, generalmente, rispecchia il mio pensiero.

 

 

 

 

 

L'autore

Maria Gioia Tavoni
Maria Gioia Tavoni
M. G. Tavoni, già professore ordinario di Bibliografia e Storia del libro, è studiosa con molti titoli al suo attivo. Oltre a studi che hanno privilegiato il Settecento ha intrapreso nuove ricerche su incunaboli e loro paratesto per poi approdare al Novecento, di cui analizza in particolare il libro d’artista nella sua dimensione storico-critica. Diverse sono le sue monografie e oltre 300 i suoi scritti come si evince dal suo sito www.mariagioiatavoni.it