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Ilaria Dinale intervista Eliza Macadan

Eliza Macadan (Județul Bacău, Romania, 1967) è una poetessa e traduttrice romena, autrice di raccolte anche in italiano e francese. Solo poche settimane fa, Silvio Mignano l’ha intervistata per Insula europea riguardo la sua produzione in versi. Poliglotta e viaggiatrice, Macadan dimostra da sempre un fortissimo senso di appartenenza al mondo che la circonda, alla natura, emozioni filtrate e incanalate dal tramite della poesia. È un «linguaggio universale» e «transumano» quello dei suoi componimenti, che ben si adatta alle numerose lingue e culture cui l’autrice si è avvicinata nel corso degli anni.

Oggi ci troviamo a conversare con Eliza Macadan ancora una volta, in vista del Festival europeo della poesia ambientale cui prenderà parte, per approfondire il legame che intercorre tra i suoi versi e il mondo, l’ambiente di cui è abitante e interprete.

 «Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità d’interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. […] Al di là dall’essere un semplice piacere, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano» scriveva pochi anni fa Cvetan Todorov (La letteratura in pericolo, Garzanti, 2008). Nella sua esperienza, in che modo ritiene che la letteratura abbia contribuito alla sua formazione da un punto di vista umano?

L’amore per la letteratura mi è stato inoculato ben presto, prima ancora di capire i sensi delle parole, intorno all’età di sei-sette anni, attraverso le recite di mia madre. I significati mi sfuggivano, ma ero avvolta in quella magia del suo sentire, mi arrivavano tutte le emozioni che lei esprimeva. Sono stata praticamente contaminata fin da bambina da questo stare nel mondo, esistere attraverso la poesia, la musica e anche il teatro. Questa forma di contagio sicuramente la subiamo in tanti, ma c’è un elemento forse più particolare su cui mi vorrei fermare, che ho tralasciato – i miei primi anni, la prima infanzia, vissuta dai nonni, dove non c’erano libri, c’erano terre, colline, foreste, cavalli, animali di fattoria, il fiume e i ruscelli che potevo contemplare già prima di essere uscita dal cortile, dalla porta che dava sulla strada; uscivo sempre da dietro, per incamminarmi con il nonno per i campi, sulla collina, passando per i frutteti, parlando con i miei alberi preferiti, cercando certe foglie e certi fiori e chiedendo ogni volta se si potessero mangiare. Non il loro nome. Mai. Me lo dicevano, ma non l’indomani già non lo sapevo. Contemplavo. Ero una bambina che non parlava molto. Non parlava e non ascoltava cosa dicevano gli altri. Ero assente. Ero in un mondo tutto mio mondo e davo per scontato che gli altri capissero direttamente i miei pensieri. Mi hanno detto che tante volte chiedevo una cosa strillando, arrabbiata. Mi capita anche ora di alzare la voce quando chiedo qualcosa. Io penso che prima di stare nella cultura, ognuno di noi stia nella natura. Io ci stavo divinamente. Vivevo in una fiaba. Il risveglio nel mio caso è stato traumatico. I miei pensieri di allora li ritrovo ancora, però solo quando mi fermo, quando mi isolo, quando il mondo rimane fuori e io vado dentro di me. È lì che si apre una porta verso la collina dell’infanzia, o verso il giardino dei nonni, magari di sera, accanto al nonno, sdraiati sul fieno e guardando il cielo stellato sopra di noi. Era la mia trascendenza…

C’è un leitmotiv nel pensiero di Jaspers, più o meno così: l’Uomo è sempre molto di più di quello che sa di se stesso. Sarebbe a dire che non siamo qualcosa stabilito per sempre, siamo un cammino, diventiamo quello che siamo fin quando saremo davanti alla porta che si apre sull’eternità. Ricordo che Todorov chiude La bellezza salverà il mondo con una sua interpretazione di Schiavo che si risveglia, dice che sarebbe una progressiva scoperta di forma  e di senso, dell’ordine che scaturisce dal caos. Questo a me fa pensare al nostro caos come a quello della Genesi, che è pieno di tante cose…

Che cosa significa per lei, in veste di poeta, l’ambiente?

L’ambiente per me è quel cammino a cui accennavo prima, un tragitto fatto di pericoli, fede, speranza, una salita che si fa a metà tra la luce del giorno e la passione della notte.  

Ritiene che la poesia ambientale possa avere un ruolo sociale?

L’ambiente per me è quel luogo dove sto sdraiata d’estate, nel fieno o sulla spiaggia, ma anche sulla sdraio del mio balcone, a fissare le stelle, a raggiungerle per poi tornare giù con schegge di pensieri-verso… Però viviamo nella Storia e tante volte la Storia è fatta di tempeste e fuoco, le stelle rimangono per conto loro… e noi?

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Sapereambiente

 

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L'autore

Ilaria Dinale
Ilaria Dinale
Ilaria Dinale si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” con una tesi dal titolo “Scritture poetiche e narrative nei social network. Panorami italiani”. Presso il medesimo ateneo attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Linguistica.