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“Judy”: un film tra sogno, realtà e disillusione

Festa del cinema di Roma 2019: un film grandioso riporta in scena la vita, tra realtà e sogni, di una vecchia star di Hollywood. Le sue scarpette rosse l’hanno portata sulla via per Oz e anche verso la strada della perdizione. Il film si apre con una scena degna di nota, forse l’attimo maggiormente saliente della vita di Judy: restare a recitare il ruolo di Dorothy o vivere la vita da giovane adolescente americana?

Louis B. Mayer: Cosa vedi oltre questa parete? Immagina! Sei dotata d’immaginazione? Coraggio. Quello che vedo io è una piccola città del Midwest. Ci sono delle chiese, posti dove i fattori si ritrovano per ubriacarsi e magari un salone, dove le loro mogli vanno a farsi i capelli durante le feste. Io li vado a vedere quei posti; è da quelle persone che provengono i nostri profitti, i soldi con cui vieni pagata. Io faccio film Judy, ma è compito tuo regalare sogni a quelle persone. L’economia va a rotoli e loro pagano per vederti e ti dirò anche un’altra cosa: in ognuna di quelle città credimi c’è una ragazza che è più bella di te. Magari ce n’è una col naso sottile o una con i denti più belli dei tuoi, o una più alta, una più magra, ma tu hai qualcosa che nessuna di quelle belle ragazze potrà mai avere. Sai che cos’è?
Judy: No signore.
Louis B. Mayer: Tu hai quella voce, che potrebbe portarti ad Oz, un luogo dove nessuna di quelle belle ragazze potrà mai andare eppure, mi dicono che sei infelice.
Judy: No signore, non sono infelice. È solo che forse ho bisogno di più tempo.
Produttore: Tempo? Per cosa?
Judy: Non lo so, forse per andare al cinema come fanno le altre ragazze?
Louis B. Mayer: Vedi quelle altre ragazze sono destinate a diventare cassiere, mogli di fattori o maestre di scuole elementare. Vedranno la loro pelle raggrinzirsi lavorando in casa. È questo quello che vuoi Judy? Essere solo una casalinga? Essere solo una madre? Fuori di qui dovresti rinunciare a quella voce che hai, dimenticarti che esista. Invece, qui con noi, con la tua famiglia quella voce ti porterà un milione di dollari prima dei vent’anni. Tutti i ragazzi normali ricevono amore in qualche modo. Capisco come questo ti possa attrarre qualche tanto. La loro piccola vita non troppo rischiosa, non troppo emozionante. Quella è la vita che appartiene a loro e forse tu pensi di essere come quei ragazzi. Ma in realtà non è così. Tu vivi in un mondo del tutto diverso, solo uguali a te solo nell’aspetto. Ma se davvero vuoi fare quella vita la decisione è tua, ci stringiamo la mano e puoi uscire da quel cancello. Ti garantisco che è tutto lì il resto dell’America che aspetta solo di inghiottirti e buttarti nel dimenticatoio, come una goccia di pioggia che cade nel Pacifico. A chi interessa? Chi si accorge che esisti?
Judy: Ma io voglio restare con voi Signore, la prego. Tutte vorrebbero essere Dorothy. Mi dispiace davvero tanto, non ho mai detto niente a nessuno, lo giuro.

Il dialogo è calmo, la scenografia del Mago di Oz dietro i due attori è suggestiva, come se il regista Rupert Goold volesse già sottolineare la dicotomia: realtà e illusione, alberi secchi e un roseto “rossoreggiante”, aria secca e lo spettacolo vivo e appassionato; in poche parole, vita e morte. Mister Mayer prende il volto della piccina e, come se volesse rassicurarla di aver intrapreso la scelta giusta, le sussurra «Tu sei la mia preferita Judy». Lei resta ancora qualche istante ferma, come se in quel momento avesse venduto la sua adolescenza per la gloria eterna; stringe le braccia intorno al corpo e la cinepresa si allontana dall’alto lasciandole quell’ultimo attimo di confusione. Il movimento della macchina da presa è sinuoso, come se volesse suggerirci la sensazione dello struscio di un serpente, una movenza conturbante che anticipa la seduzione che Hollywood causa in una giovane ragazza di campagna, che non conosce ancora il mondo. La prima sequenza del film ci trascina immediatamente nel vortice che deve affrontare una giovane star: la scelta di chi diventare. Judy è combattuta, ha tanta voglia di emergere e vivere anche la sua adolescenza, mangiando patatine fritte e andando al cinema con gli amici, ma ha un talento portentoso e quindi, per non sprecarlo, non glielo possono permettere. Le mani intorno al corpo sono l’abbraccio di cui avrebbe bisogno da parte della madre, troppo assente e che lei stessa definirà in più interviste: “la vera strega dell’Est”. Il padre è morto quando Judy aveva solo tredici anni e adesso a diciassette non ha nessuno su cui poter contare. La prima volta che sale sul palco, portata dal padre, ha due anni e da lì in poi diviene “la fidanzatina d’America”, la bimba che porta speranza all’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale. Subito dopo il “patto con il diavolo”, come è stato definito da Gianni Canova nella rubrica Il Cinemaniaco presenta, si fa un salto in avanti di anni e vediamo la splendida Judy Garland, dalla siluetta longilinea e con i capelli corti e neri, alle prese con una vita complessa.

Inverno 1968: Judy ha quarant’anni, pochi soldi in tasca, due figli piccoli e una grande, la sublime Liza Minelli. Il successo giovanile non è durato, i debiti si sono accumulati e i disagi sono insormontabili. Infatti, dopo uno spettacolo teatrale per il quale è stata pagata 150 dollari, Judy torna all’hotel dove apprende di aver perso la camera. In piena notte si mette in viaggio e torna dall’ex-marito Sidney Luft per dare un letto ai propri figli. Una madre distrutta, che sceglie di metterli al primo posto, nell’unica maniera che conosce: trovare un lavoro ed ottenerne l’affidamento. Il film continua con vari flash-back, nei quali rivediamo di nuovo la giovane Judy, come se il regista volesse mostrarci il successo e l’insuccesso, il sacrificio e la distruzione. In una scena l’attrice chiede di mangiare perché ha fame, ma la donna che la segue per conto di Louis B. Mayer, le dice che non può permettersi di ingrassare e le suggerisce di assumere delle pasticche. La ragazza però non vuole prenderle poiché non riuscirebbe a dormire, ma alla fine, dopo aver dato un morso al panino, cede e assume, ancora una volta, le solite pillole. Purtroppo, la “Hollywood” degli anni Quaranta obbliga i giovani attori a lavorare a ritmi disumani, costringendoli anche all’assunzione di farmaci e droga. Anche altre due grandi attrici americane, Elizabeth Taylor e Shirley Temple, subiscono somministrazione di stimolanti, maltrattamenti e forti vessazioni psicologiche e fisiche.

Lo spettatore vede il passato e il presente, l’evoluzione e l’involuzione di una donna alcolizzata, a causa degli strascichi psicologici negativi causati dai primi anni vissuti nel mondo dello spettacolo, che continua a lottare anche per la custodia dei suoi figli. Per rimettersi in piedi la talentuosa cantante accetta di recarsi in Inghilterra e intraprendere un tour. Inizialmente, i disagi giovanili riemergono e il panico sembra sopraffarla, ma quando la sua assistente la getta sul palco, ecco che ritorna finalmente ad essere la stella che tutti ammirano. La voce di Renée Zellweger si presta magnificamente a interpretare le canzoni di Judy Garland e il suo modo di fare, tipico anche del personaggio Bridget Jones, fa divertire gli spettatori. Infatti, Judy ha il dono di entrare non solo nelle orecchie dei suoi ascoltatori, ma anche e soprattutto nel loro cuore. Riesce a coinvolgere e rapire i fan, con il suo charme americano e il suo carattere esplosivo, che ipnotizza gli inglesi. La narrazione continua e il registra mostra anche gli sketch di una coppia omosessuale, che animano e divertono lo spettatore, che non può sottrarsi dall’amare la protagonista, così come la amano loro. Infatti, la Garland è l’archetipo moderno del mondo gay, apprezzata per il suo stile androgino come le colleghe, Greta Garbo, Betty Davis, Audrey Hepburn ed Elizabeth Taylor. La sua immagine fu definita camp, permettendole di avere un grande prestigio nel panorama popolare culturale. Inoltre, la canzone cantata nel film Il Mago di Oz è stato uno degli inni ufficiosi della comunità gay. Il regista in questo caso sottolinea nuovamente, tramite questi personaggi, le difficoltà vissute dalla comunità omosessuale nell’Inghilterra degli anni Sessanta e la sua speranza di trovare un futuro migliore.

Judy: È bello che veniate a vedermi. Qualche volta vi spio in mezzo al pubblico e mi sembra di avere degli alleati.
Fan: Sai ti abbiamo persa nel ’64, quindi…
Judy: Non avete trovato i biglietti?
Fan: No, tutti e due. No. Stan era, era impiegato altrove. Sei mesi per atti osceni.
Judy: Di carcere?
Fan: Hanno cambiato la legge da allora, quindi non avevamo fatto niente di male dopotutto.
Judy: Hanno perseguitato le persone in questo mondo solo perché erano diverse. Non riescono a tollerarlo, che vadano al diavolo. Oh Tesoro, mi dispiace tanto.
Fan: Ma venendoti a vedere tutte le sere recuperiamo alla grande e sono tutti soldi ben spesi.

L’infelicità del suo fan, come il suo dolore, fa nascere un momento intimo surreale e profondo. Il suo essere aperta col pubblico regala allo spettatore un’altra sfaccettatura del mito di Judy Garland. Altro cambio di scena: la cantante prova a dormire, ma il cameriere arriva con un servizio in camera un po’ speciale: Mickey Deans è sotto il carrello della colazione. Dopo alcuni incontri Judy convola a nozze con Mickey, sperando che questo matrimonio le potrà dare la tanto agognata stabilità e la riunificazione con i suoi figli minori. Ma anche questa volta le cose non procedono per il verso giusto e dopo una parentesi “rose e fiori”, l’angoscia e la depressione si riappropriano dello spirito di Dorothy. La notizia che potrà smettere di cantare, il fallimento della possibilità di gestire un piano-bar la sconvolgono. In particolare, durante l’intervista, cerca inizialmente di ironizzare, parlando delle diete drastiche a cui è stata sottoposta, ma quando il presentatore le parla dei suoi figli, ha un crollo. Il suo spettacolo nel night inglese fallisce e così ancora una volta perde non soltanto il lavoro, ma soprattutto i figli – che oramai hanno scelto di vivere con il padre – e rimane priva anche di quel suo piccolo momento di gloria: “Ogni sera, per un’ora io sono Judy Garland”. Ma sopravvive anche a quest’ultima sconfitta e, invece di lasciarsi trascinare nel vortice della depressione, si rialza e sceglie di continuare a seguire il tour, come semplice spettatrice.

Una sera però, Judy torna alla ribalta, lotta per il suo sogno di essere ricordata e soprattutto amata. Con il suo vestito nero scintillante si appresta ad andare verso il pubblico e chiede alla band di suonare. Gli spettatori sono in visibilio, sul palco, dopo aver cantato una magnifica canzone arriva anche un rosa rossa e Judy in lacrime, emozionata ringrazia:

Judy: Grazie, grazie! O mio Dio! Non so quanto fiato sia rimasto qui dentro dopo questa canzone, ma possiamo scoprirlo, che dite?
Pubblico: Si! Si, siii!!!
Judy: La prossima è una canzone che parla del non avere una direzione, per esempio, quando ci incamminiamo verso un posto che abbiamo sognato. Io penso che forse quel cammino è vivere ogni giorno della nostra vita e il solo camminare deve bastarci. È di speranza che si parla e tutti ne abbiamo bisogno.

Il ritmo del pianoforte, calmo e chiaro si lega all’assoluto silenzio del pubblico che è totalmente rapito dalla sua voce limpida. Così Judy sceglie di travolgerli cantando il suo pezzo più rappresentativo: “Over the rainbow”. Il fondo nero e le luci chiare e soffuse animano la scena con un movimento di ripresa che, prima si avvicina, mostrando il volto della cantante, e lentamente si allontana, facendo vedere il pubblico estasiato. Filtra ancora una speranza, un’ultima piccola illusione: non essere dimenticata e di poter ancora essere la bella Dorothy del Mago di Oz. L’interpretazione di Renèe fa rabbrividire lo spettatore, colpendolo direttamente al cuore. Il testo della canzone è al centro della scena e Judy piange, si ferma, si scusa per non riuscire ad andare avanti e uno degli amici omosessuali inizia a cantare insieme a lei, dando il via a un coro che travolgerà tutta la sala. Ancora una volta la macchina da presa si avvicina al volto della cantante, per poi allontanarsi delicatamente evidenziando il rilassarsi del suo corpo, come se in quel momento avesse avuto la prova tangente di essere veramente apprezzata dal pubblico. L’emozione è così forte che la cantante si lascia cadere nell’illusione, ma la realtà è vicina e dopo sei mesi tutto questo sarà soltanto un lontano ricordo. Il pubblico però, almeno per questa volta l’aiuta, si immedesima nel dolore di questa donna meravigliosa, quasi inarrivabile, ma allo stesso modo così tanto fragile. Un ultimo sorriso, un’ultima frase «Oh io via amo tutti. Non mi dimenticherete vero? Promettetelo!». Il pubblico è in piedi, la sala intera le tributa una standing ovation e subito dopo un taglio di sequenza netta su uno sfondo nero e con una frase tratta da Il Mago di Oz: «Un cuore non si giudica da quanto ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri». (Frank Baum).

 

La vita di Judy Garland è stata difficile, un’inesorabile scalata tra sogno, realtà e disillusione, dove l’amore per la musica e per i figli non sono riusciti a tenerla ancorata al mondo, troppo sporco per un animo così nobile. Il regista Rupert Goold nel film Judy, basato sul dramma musicale End of the Rainbow di Peter Quilter, riesce nell’impresa di omaggiare e mostrare come la Garland sia stata una donna, una madre e una professionista eccezionale. In 118 minuti Goold, conquista un Golden Globe – Migliore attrice in un film drammatico-, un Premio Oscar – Migliore attrice-, un Premio BAFTA -Migliore attrice protagonista- e mostra tutti i mondi della piccola Dorothy, con tutte le sue differenti sfaccettature e sfumature. Come disse Joseph L. Mankiewicz: «È stata la più terribile delle perdite, e forse il più grande talento gettato via». Judy, una donna, una madre, una stella del cinema e della musica, una grande perdita e anche una grande speranza, perché con le sue canzoni ha fatto sognare tanti adulti e bambini. Forse i sogni non sono sempre sogni, ma quando si ha un talento non si viene mai del tutto dimenticati e lei è eterna, proprio come aveva sempre sognato.

anna.raimo@live.it

L'autore

Anna Raimo
Anna Raimo è nata a Pisa il 25 dicembre 1995. Laureata magistrale con il massimo dei voti in Linguistica e didattica dell’italiano nel contesto internazionale presso l’Università degli Studi di Salerno e l’Universität des Saarlandes di Saarbrücken, ha in seguito conseguito un Master di II Livello in Didattica dell’Italiano L2 presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla linguistica e didattica della lingua italiana alla storia, letteratura e poesia contemporanea. Si è infatti occupata dell’italiano dei semicolti nella sua tesi di Laurea Magistrale e ha recentemente pubblicato un articolo su una particolare varietà della lingua italiana: "L’e-taliano: uno scritto digitato semifuturista?", in (a cura di S. Lubello), Homo scribens 2.0: scritture ibride della modernità, Franco Cesati Editore, Firenze 2019, pp. 159-164. Tra i suoi autori preferiti vi sono Mario Vargas Llosa, Jung Chang, Philip Roth, Azar Nafisi, Orhan Pamuk, Anna Achmatova, Rainer Maria Rilke, Federico García Lorca, Alda Merini, Bertolt Brecht e Wisława Szymborska. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura di poesie e i viaggi, soprattutto in Germania, paese di cui adora la storia, la cultura, l’arte e i magnifici castelli.