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La London Library: tra aneddotica e storia. A ‘potted history’ della London Library e un breve sguardo sul futuro

The London Library is not typically English, it is typically civilized.
It is a symbol of civilisation.
E. M. Forster

 

In un recente episodio di un ennesimo dramma storico televisivo, Belgravia (siamo negli anni Quaranta dell’Ottocento, agli inizi dell’età vittoriana), una certa Lady Maria Gray e il suo (credo) spasimante, un certo Mr. Pope, si incontrano casualmente, o forse no, nei giardini di Saint James’s Square, nel West End di Londra. Ne segue quella che in inglese viene detta polite conversation e, questo sì per me di interesse, durante la conversazione Lady Maria Gray accenna al suo desiderio di visitare e di associarsi alla nuova London Library, i cui meriti, così le è stato assicurato, sono «vastly superior to those of the library of the British Museum».

Fondata nel maggio 1841 per iniziativa e volontà dello storico e scrittore scozzese Thomas Carlyle (1795-1881), la London Library, ubicata al civico 14 di Saint James’s Square, a pochi passi dalla centralissima Piccadilly Circus, rimane la più grande biblioteca indipendente a sottoscrizione di prestito al mondo.

Insoddisfatto dei servizi offerti dalla Biblioteca del British Museum, infastidito dalla rumorosità della sala di studio (in particolar modo, scrive, dagli starnuti e dai frequenti colpi di tosse) e fors’anche a causa dei rapporti a dir poco burrascosi con il Keeper of Printed Books, l’esule italiano Antonio Panizzi, Carlyle fondava dunque una ‘sua’ biblioteca. Ma, al contrario della Biblioteca del British Museum, una biblioteca di prestito nella convinzione che:

A book is a kind of thing that requires a man to be self-collected. He must be alone with it. A good book is the purest essence of the human soul. How could a man take it into a crowd, with bustle of all sorts going on around him? The good of a book is not the facts that can be got out of it, but the kind of resonance that it awakens in our own minds. A book may strike out of us a thousand things, may make us know a thousand things which it does not know itself. For this purpose I decidedly say, that no man can read a book well, with the bustle of three or four hundred people around him. Even for getting the mere facts which a book contains, a man can do more with it in his own apartment in the solitude of one night, than in a week in such a place as the British Museum.

Sotto l’iniziale patronato del cosmopolita Principe Albert, consorte della Regina Vittoria, la London Library, oltre al Carlyle, annovera tra i suoi soci fondatori molte altre personalità e uomini di lettere della Londra vittoriana tra cui Charles Dickens, William Gladstone (futuro Primo Ministro inglese) e lo scrittore William Thackeray. Nelle intenzioni dei fondatori: «the Library will contain books in all departments of literature and philosophy and in all languages. […] it will be worthy of the city and the nation». Tra quanti nel corso degli anni divennero soci e prestarono il loro sostegno ricordiamo i nomi di Charles Darwin, Henry James, Arthur Conan Doyle, Bram Stoker, George Bernard Shaw, Winston Churchill e Harold Pinter. Tra le donne, Harriet Martineau, George Eliot, Virginia Woolf (figlia di Leslie Stephen, Presidente della London Library negli anni 1892-1904), Agatha Christie e Rebecca West. T. S. Eliot – premio Nobel per la letteratura nel 1948 – ne fu il presidente durante gli anni 1952-1965, carica recentemente ricoperta dal drammaturgo Sir Tom Stoppard.

Due locali al 49 di Pall Mall ospitarono la prima sede della Biblioteca. Presto la sistemazione si rivelò insufficiente ad accogliere il numero crescente di libri che si venivano ad aggiungere ai 2.500 volumi delle collezioni originarie. Nel novembre 1845, con una collezione libraria che eccedeva adesso 13.000 volumi, la London Library si trasferiva nella nuova e attuale sede di Saint James’s Square. Oggi la Biblioteca possiede un patrimonio librario di più di un milione di volumi, quasi nella sua interezza disponibile al prestito, con i libri disposti su circa ventisette chilometri lineari di scaffalatura aperta. La London Library colleziona prevalentemente libri e materiale a stampa in materie umanistiche e belle arti, principalmente in inglese ma anche nelle più diffuse lingue europee. Così vi sono importanti collezioni in francese, italiano, russo e tedesco. Non mancano collezioni minori in altre lingue europee e non-europee. Per il nucleo originario delle collezioni, William Gladstone fu incaricato di redigere una lista di libri di religione e storia ecclesiastica, George Grote e Henry Hallam si occuparono di storia e letteratura classica e medievale. John Stuart Mill si occupò di economia e politica economica, donando alla Biblioteca anche parte delle sue collezioni private.

Infine, Giuseppe Mazzini (conoscenza del Carlyle e frequentatore abituale della sua abitazione al 5 di Cheyne Row nella zona di Chelsea) fornì i suoi consigli per le collezioni di storia e letteratura italiana. Recenti ricerche di archivio mi hanno confermato come anche Mazzini fosse socio della Biblioteca. Nel registro dei soci – con data gennaio 1866 – ho rinvenuto infatti il nome anglicizzato Joseph Mazzini, con la malleveria di Thomas Carlyle quale garante sul lato destro della pagina e, sul lato sinistro, la dizione paid. Credo però che l’associazione di Mazzini alla London Library possa farsi risalire ad anni precedenti.

Sin dalla fondazione dell’Istituto, le collezioni non hanno mai subito sistematiche procedure di scarto, rimanendo quasi del tutto intatte, costituendo così un patrimonio librario unico che ha mantenuto nel tempo la sua originale integrità. L’intera collezione e le scaffalature, a cui i soci della Biblioteca possono accedere liberamente, si prestano alla navigazione e quindi alla serendipidità e alle scoperte casuali. Nel 1930 Isaiah Berlin trovò tra gli scaffali le memorie del pensatore russo Alexander Herzen e questo fortuito incontro fu ispirazione per il suo lavoro su Bakunin and Belinsky. I frutti di queste ricerche furono poi pubblicati in quello che rimane un classico studio sul pensiero russo dell’Ottocento, il volume Russian Thinkers (1978). Lo stesso Berlin ebbe modo di affermare: «the Russian shelves at the London Library […] can be said to have formed me».

Ancora, nel 1972, Arthur Koestler (autore del libro Darkness at Noon pubblicato nel 1941) essendo stato ingaggiato per coprire come reporter per il Sunday Times il tanto atteso incontro di scacchi che si sarebbe tenuto a Reykjavík tra lo sfidante americano Fischer e il campione in carica, il sovietico Spassky, si recò alla London Library per compiere alcune ricerche preliminari. Lo stesso Koestler ricorda: «I hesitated for a moment whether to go for the ‘C’ section for Chess, or ‘I’ for Iceland, but chose the former […] there were about 20 to 30 books on chess […] and the first that caught my eye was a bulky volume titled “Chess in Iceland and in Icelandic Literature” by Willard Fiske». Un decennio dopo, Koestler con diligente scrupolosità si preoccupò di annullare la sua sottoscrizione alla Biblioteca prima di porre tragicamente fine alla sua vita.

Oltre a numerosi banchetti per lo studio, disseminati tra i sei piani dell’edificio e le labirintiche scaffalature o bookstacks, la Biblioteca ha ben quattro sale di lettura. Nella sala di studio principale, che prende luce da ampie finestre prospicienti l’elegante Saint James’s Square con i suoi palazzi georgiani e neo-georgiani, non sono ammessi computers portatili o altri dispositivi elettronici. Un discreto avviso ricorda ai lettori: «silence is requested», mentre sul lato sinistro della sala vi sono tre comode poltrone in pelle che invitano, se non allo studio, forse più alla lettura di periodici e giornali in un’atmosfera che ricorda i clubs privati o i gabinetti scientifici e letterari di un tempo.

Il sistema di classificazione adottato è unico. Fu messo a punto dal bibliotecario Sir Charles Theodore Hagberg Wright (in carica negli anni 1893-1940), uomo molto colto e, sembra, capace di padroneggiare ben tredici lingue oltre all’inglese. In una breve introduzione al sistema di classificazione, Wright scrive:

This is simply a guide to the arrangement of the books on the shelves of the Library, and for every heading there is a corresponding group of books. The divisions have been made as the practical need for them arose, and others will be made in future on the same plan. They have been made from the books themselves, and book by book, without reference to, or thought of, any formal system of scientific classification.

Cioè, dunque, l’intero sistema di classificazione – così come nel caso della Library of Congress di Washington – venne concepito basandosi sul posseduto della Biblioteca e senza pretese di universalità. Un sistema di classificazione essenzialmente enumerativo, descritto dal direttore Alan Bell (1993-2002) come unusual but serviceable. Un sistema piuttosto intuitivo e mnemonico e, aggiungo, in parte britannicamente eccentrico. Il sistema consta di ventidue divisioni generali:

  1. Anecdotes
  2. Annuals and Periodicals
  3. Associations, Learned Societies, &c.
  4. Atlas Folios
  5. Bibliography
  6. Biography
  7. Children’s Books
  8. Dictionaries and Books of Reference
  9. Folios
  10. Guide Books
  11. Heraldry & Genealogy
  12. History
  13. Literature
  14. Novels, (English)
  15. Pamphlets
  16. Parliamentary Papers
  17. Philology
  18. Registers (Parish, Episcopal, &c.)
  19. Religion and Theology
  20. Science and Art
  21. Times
  22. Travels, Archaeology, and Topography

a loro volta suddivise in una molteplicità di sottosezioni. Così, ad esempio, nella sezione History si trovano suddivisioni riguardanti tematiche, periodi storici, eventi, individui (principalmente regnanti), popoli e corporazioni. L’ordine rigorosamente alfabetico comporta accostamenti completamente arbitrari e sicuramente non scientifici. Ad esempio, la sezione dedicata al re di Napoli, Gioacchino Murat, segue quella dedicata alla storia della Moldavia, mentre la sezione dedicata alla storia del Piemonte precede quella dedicata alla storia dello stato australiano del Queensland. Inoltre, le diverse collezioni sono dislocate nei vani dell’edificio non secondo criteri di affinità concettuale o tematica ma secondo un’organizzazione dettata principalmente dall’architettura e dagli spazi della Biblioteca.

Non potendo qui dare una particolareggiata descrizione, quello che più interessa sottolineare è che il sistema di classificazione rispecchia ancora, nella terminologia adottata ma anche nella sua stessa struttura concettuale, quelle che erano le concezioni, i valori e la visione del mondo dell’Inghilterra imperiale e vittoriana. Alcune sezioni risultano essere oggi in parte anacronistiche, mentre di difficile classificazione, vista la scarsa ospitalità del sistema, risultano essere i soggetti composti, le opere interdisciplinari e le opere riguardanti tematiche più attuali. Questo rende non agevole la gestione delle collezioni. Non vi sono suddivisioni ausiliarie che consentano ripartizioni cronologiche, geografiche, o linguistiche. In particolare è nella sezione Science & Miscellaneous che si rinvengono suddivisioni tra loro anche incoerenti. Una sezione, quella delle Science & Miscellaneous, che inizialmente ospitava tutti quei soggetti e quelle tematiche che non avevano trovato sistemazione nel nucleo delle collezioni principali (Scienze umane e Belle arti) ma che nel tempo si è accresciuta in maniera esponenziale. Qui si trovano sezioni dedicate ai più svariati argomenti dalla birra (collocazione S. Beer), al cricket (collocazione S. Cricket), alla zoologia (collocazione S. Zoology). La sezione ‘cinematografo’ (collocazione S. Cinematograph) raccoglie lavori su tematiche che oggi più propriamente dovremmo collettivamente chiamare Film studies.

La modernizzazione del sistema di classificazione è un problema complesso e, al di là della logistica, potrebbe risultare nella perdita del suo intrinseco valore storico al quale molti soci rimangono fortemente affezionati. Del resto basti ricordare che la Bodleian Library di Oxford aveva una sezione nella quale venivano classificati e collocati i ‘libri scritti da insani di mente’.

La collocazione viene indicata per esteso o meno frequentemente in forma abbreviata, ma sempre non come notazione numerica o alfa-numerica, in un angolo sul verso del frontespizio. Come regola principale, i libri sono poi ordinati sugli scaffali alfabeticamente secondo il cognome dell’autore o secondo il titolo nel caso di volumi editi o collettanei (ma vi sono naturalmente eccezioni alla regola). Come ogni biblioteca che si rispetti, anche la London Library aveva un suo Infer, e per ottenere in prestito i volumi parte di questa collezione, bisognava rivolgersi personalmente al direttore. I libri venivano poi dati in prestito con la dovuta discrezione e avvolti in pesante carta marrone.

Naturalmente, essendo una biblioteca di prestito, nel corso degli anni, la London Library ha subito alcune perdite ed ammanchi, ma questo è quasi fisiologico. Durante la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, i libri continuarono ad essere inviati, tramite servizio postale, ai soldati inglesi al fronte. Sappiamo di un libro colpito in una trincea nelle Fiandre da un proiettile esplosivo, tragicamente insieme al suo lettore, il poeta e critico letterario T. E. Hulme. Un numero imprecisato di romanzi di Conan Doyle presi in prestito dal Field Marshal Lord Kitchener (iconografico volto del poster di reclutamento dell’esercito britannico «Your Country Needs You»), anche questi socio della Biblioteca, affondò insieme all’incrociatore corazzato HMS Hampshire, colpito da una mina tedesca al largo delle isole Orcadi nel 1916. Sappiamo anche di una copia del Mein Kampf scagliata nell’Atlantico da un indignato lettore durante una traversata verso le Americhe.

Perdita ben più grave, il 23 febbraio 1944, la Biblioteca fu direttamente colpita da una bomba incendiaria sganciata da un velivolo della Luftwaffe tedesca durante uno dei ripetuti raids aerei su Londra. Oltre 16.000 volumi furono distrutti e molti altri ancora danneggiati – fortunatamente non ci furono vittime. Profeticamente e lanciando parole di sfida alla Germania nazista, E. M. Forster aveva scritto:

Safe among the reefs of rubbish, it [la London Library] seems to be something more than a collection of books. It is a symbol of civilisation […]. Perhaps the Nazis will hit it, and it is an obvious target, for it represents the tolerance and disinterested erudition which they so detest.

Ancor oggi tra gli scaffali si possono trovare libri chiaramente danneggiati dall’esplosione e che riportano sul retro del piatto anteriore la scritta (rigorosamente a matita) «damaged by enemy action». Inoltre ciò che rende le collezioni di particolare significanza sono la provenienza e le note di possesso che si possono rinvenire in molti dei volumi. Nel corso degli anni la London Library ha infatti ricevuto donazioni e lasciti spesso provenienti da importanti biblioteche private, purtroppo non sempre sistematicamente annotati e quasi inevitabilmente dispersi tra il patrimonio librario.

Tra le collezioni speciali ricordo qui solamente una notevole collezione di epitalamia (oltre 2.500 unità bibliografiche), raccolta di opuscoli per nozze ed altri scritti encomiastici, gratulatorie, ingressi, vestizioni e monacazioni (quest’ultime dette anche Nozze in Cristo) databili dal XVI ai primi decenni del XX secolo, e una collezioni di scritti quasi interamente dedicata alla – tipicamente inglese – caccia alla volpe.

Altri due aneddoti interessanti relativi alla storia della Biblioteca: nel 1852 un esule italiano oggi quasi completamente dimenticato, Giacomo Filippo Lacaita (1813-1895), fu uno dei possibili candidati, anzi uno dei favoriti, a divenire direttore dell’Istituto. La sua candidatura era fortemente caldeggiata e sostenuta dal Gladstone. I due si erano conosciuti a Napoli da cui il Lacaita era dovuto precipitosamente fuggire a seguito della pubblicazione della famosa lettera aperta di denuncia stilata dal Gladstone nel luglio del 1851 in cui il governo del Regno borbonico era stato definito «la negazione di Dio eretta a sistema di governo». La candidatura del Lacaita si scontrò con la decisa opposizione del Carlyle, ma quasi a dispetto del Gladstone. Carlyle tuonava: «the post ought to be given to an Englishman!». E questo chiudeva perentoriamente l’argomento. Il Lacaita in seguito fece rientro in Italia per poi essere nominato Senatore del Regno nel 1876.

Ho citato più volte E. M. Forster, e quindi ricordo anche che nel 1960, quando la London Library si trovò a fronteggiare difficoltà finanziare, l’autore di A room with a view presentò alla Biblioteca il manoscritto – con le carte tutte in disordine – del suo ultimo libro A Passage to India affinché fosse venduto all’incanto e il ricavato donato alla London Library. Il manoscritto fu venduto dalla casa d’asta Christie’s per 6.500 sterline, allora il più alto prezzo mai pagato per un manoscritto del ventesimo secolo di un autore vivente, e acquistato dal Harry Ransom Center della Università del Texas.

Certo oggi in quanto biblioteca indipendente, che non riceve alcun finanziamento pubblico, la London Library sta affrontando nuove e complesse sfide che hanno richiesto e richiederanno trasformazioni profonde. La Biblioteca si sta però opportunamente adattando con straordinaria resilienza anche al mutare lento della sua utenza più tradizionale. E se fino a pochi anni fa gran parte dei prestiti veniva ancora registrato attraverso una laboriosa procedura manuale e – ricordo con un poco di nostalgia – rimaneva necessaria la consultazione dell’ingombrante catalogo a stampa (noto al personale come The Red Guard Books, una molteplicità di volumi elegantemente rilegati in cuoio rosso), oggi quasi l’interezza del posseduto è stata ‘riversata’ nel catalogo online liberamente accessibile e consultabile. Si registra inoltre una sempre più decisa apertura verso risorse digitali, online databases e, sia pure più timidamente, verso la messa a disposizione dell’utenza di ebooks e pubblicazioni in formato elettronico. Fermo restando che la Biblioteca continua ad acquisire annualmente circa 8.000 volumi a stampa e questo necessita di un’accorta gestione degli spazi.

Il bibliofilo e collezionista inglese William Roberts, riferendosi alla London Library, scrive: «nessun operaio della penna può a Londra fare a meno di questa inestimabile istituzione» e, aggiungo, delle sue ricchissime collezioni. Nel suo discorso presidenziale – che lui stesso definì «a testament of faith» – T. S. Eliot pronunciò le seguenti parole: «I am convinced that if this library disappeared, it would be a disaster to the world of letters, and would leave a vacancy that no other form of Library could fill». L’anno venturo ricorrerà il 180° anniversario della fondazione di questa istituzione che è spesso annoverata tra i migliori prodotti intellettuali della civiltà inglese. Concludo quindi con un augurio per il futuro: may it long continue!

andrea.delcorno@londonlibrary.co.uk

Si ringrazia la London Library per la gentile concessioni delle immagini – ©The London Library

https://www.londonlibrary.co.uk/

 

 

 

L'autore

Andrea Del Cornò
Laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, ha conseguito un MA in History of the Book, conferitogli dalla School of Advanced Study, University of London. Dal 2002 è il Curatore delle Collezioni di Italiano (Italian Collections Specialist) presso la The London Library. La sua attività di ricerca ha riguardato la storia del Regno di Napoli, l’Italia preunitaria, il periodo risorgimentale e l’esulato politico italiano in Gran Bretagna. Autore di alcuni saggi in riviste specializzate e opere collettanee. Per il Dizionario del liberalismo italiano (Rubbettino, 2015), ha redatto le voci relative a: Pietro Colletta e Florestano Pepe. Presidente dell’Italian Studies Library Group (ISLG) ed editore dell’ISLG Bulletin; ha collaborato come guest editor con la rivista Modern Italy, pubblicata dall’Association for the Study of Modern Italy (ASMI).