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Elena Grazioli intervista Alberto Bertoni

Alberto Bertoni (Modena 1955) è poeta, critico e professore ordinario di Letteratura Italiana contemporanea e Poesia italiana del Novecento presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Autore di numerose raccolte poetiche, fra cui ricordiamo Lettere stagionali (1996), Le cose dopo. Poesie 1999-2003 (2003), Traversate (2014) e Ricordi di Alzheimer (2016), è entrato nella collana di maggior prestigio poetico in Italia, la bianca Einaudi, il 18 maggio 2021, con LIsola dei topi.

Incominciamo da un aneddoto.

Alla fine di maggio del 1981, una sera, a Modena, Roberto Pazzi tenne a battesimo il debutto poetico di due implumi autori modenesi, me ed Enrico Trebbi, in un circolo che non esiste più, nel centro città, che si chiamava Mongolfiera, in via dei Tintori: avevamo scritto un libro diviso in due parti, ma non a quattro mani, che si intitolava L’Esatto tempo.

Da quel mese di maggio sono passati esattamente quarant’anni. Io ho percorso la strada di docente, di saggista, ho scritto diversi libri di critica letteraria e ho seguito, in modo più o meno sotterraneo, la vena della poesia, negli ultimi tempi diventata sempre più importante per me e per la mia scrittura; anzi, a un certo punto ho riconosciuto che il linguaggio vincente, in questo nuovo secolo millennio, era proprio quello della poesia: io e Trebbi non eravamo dei perdenti in ritardo sulla storia, a fare ancora poesia negli anni Ottanta e Novanta (per certi aspetti piuttosto anti-poetici), ma avevamo semplicemente scelto questo linguaggio solitario, impervio, che certamente non portava più di tanto gratificazioni economiche o di riconoscibilità pubblica, ma i più bravi sono stati in grado di tenere molto alta la bandiera della poesia. Credo, a distanza di quarant’anni, che tutto sommato avessimo ragione quella sera di maggio dell’81 con pochi presenti — non erano pochissimi per la sordità poetica di Modena e per due debuttanti come noi — e che, in qualche modo, la nostra scommessa sia stata vinta. Io ho finalmente raggiunto la possibilità di un editore di diffusione nazionale, in una collana in cui mi ha fatto molto piacere essere accolto, che è la bianca di Einaudi, per due ragioni, in realtà, anche “esterne”: credo che questo sia un libro prezioso come forma, il progetto grafico della copertina della bianca è immutabile dal 1964 ed è opera di uno dei più grandi designer italiani del Novecento, Bruno Munari, e per me la forma dei libri rimane fondamentale, in questo sono un po’ passatista; inoltre, io sono il secondo modenese che esce in questa collana, il primo è Antonio Delfini, che considero uno scrittore straordinario, e Poesie della fine del mondo (1961) è l’unico suo libro che si trova ancora per merito proprio della bianca: questi libri, bene o male, si trovano negli anni, vengono ristampati, mentre altre collane, anche di editori maggiori, dopo sei mesi, un anno dall’uscita, è difficile reperirli, si va in modernariato, in antiquariato, oppure nelle vecchie librerie o biblioteche. In fondo, noi che scriviamo i libri apparteniamo a una generazione per cui il libro è ancora un traguardo importante, io continuo a leggere sulla carta.

La mia prima domanda verte sul titolo che hai scelto per il tuo libro, L’Isola dei topi. Libro che si chiude, nella pagina finale in prosa, sempre con un’immagine topesca, un’invasione di ratti in corso Canalchiaro, a Modena. Perché proprio i topi? Animali, tra l’altro, associati alla peste, all’idea di contagio… quasi una prefigurazione dell’attuale pandemia.

I topi. C’è una ragione molto autobiografica, ai limiti dell’aneddotico: Modena è una città attraversata da alcuni canali che arrivano dalle prime colline della zona sud della città, lo dicono i nomi delle strade, Canalino, Canaletto, Canalchiaro, Canalgrande…

Quelli più periferici sono stati chiusi negli anni Sessanta-Settanta del Novecento, anche per ragioni igieniche, giustamente, e di traffico. In origine erano aperti, en plein air, tanto è vero che il primo editto del duca Estense, quando arrivò a Modena espatriato da Ferrara nel 1598, fu proibire alle persone di fare circolare i maiali lungo i canali che attraversavano la città, lo riteneva assolutamente antigienico e non voleva avere una capitale in cui circolassero maiali e scrofe per il centro cittadino. Io sono nato sulle sponde di un canale, il canale Archirola, in via Archirola, nell’immediata periferia, fuori dalla cinta delle mura della città, il 23 marzo del 1955 in una notte di pioggia intorno a mezzanotte, in cui il canale, probabilmente — raccontavano i miei —, scrosciava, tumultuava: si riempivano d’acqua, quando pioveva per certi giorni consecutivi, facevano un rumore anche abbastanza inquietante, e quindi avevo evidentemente nel primo udito il rumore del canale. Per me, questi canali erano il termometro delle stagioni, ricordo le primissime violette a fine febbraio, primi di marzo, quando c’era il disgelo; mio nonno era un maniaco del camminare a piedi e mi portava molto spesso con lui per le rive di questi canali, anche quando ero molto piccolo — avevo appena imparato a camminare — mi sono abituato a vedere i topi che pullulavano tra i canneti, tra le erbacce di questi argini, di questi fossi, perché erano dei fossi un po’ larghi, non erano certo dei fiumi, interni alla città e, in qualche modo, anche all’introiezione del topo come l’altro da me, come l’orrendo e l’abituale insieme, ne ho visti molti, da bambino, di topi lungo le rive di questi canali. Più tardi ho letto i libri, Manzoni, Camus, Malaparte, Uomini e topi di Steinbeck… insomma, questa dimensione di topizzazione del mondo e ho cominciato anche ad assimilarli, sulla scia di un fumetto che è Maus di Art Spiegelman, alla vicenda del nazismo, alla traccia che ha lasciato. Questo mondo topesco, questo mondo trasfigurato dell’ultimo capitolo Was war al quale ho dato il titolo tedesco, ciò che è stato, ciò che è accaduto, l’accaduto, che era il modo nel quale uno dei miei poeti preferiti, il vero poeta dell’Olocausto, cioè Paul Celan, chiamava la Shoah. Quindi, dietro quest’ultimo capitolo che si intitola Was war, con questo mondo dove i topi sono i topi di oggi che affiorano, si vedono tra le macchine in certe notti di pioggia per l’appunto, emergono dalle loro latebre, c’è sicuramente anche l’idea di una topizzazione di tutti noi, perché ad Auschwitz qualcosa è successo di veramente indiscriminato. Poi, ovviamente, i topi sono una metafora dei nostri nodi interiori, dei nostri sogni, degli incubi, dei punti di contrasto dentro noi stessi, certi mostri che abitano le notti, poi io — adesso un po’ meno — sono sempre stato un insonne, ho passato molte ore rigirandomi nel letto con questi incubi a occhi più o meno aperti fra dormiveglia, sonno, sonno che non viene, sogno… Ultima puntualizzazione: il libro è stato scritto fra il 2015 e il 2019, era pronto nell’autunno del ’19, quindi non si parlava, né si poteva dire, di una pandemia prossima ventura e quindi è un sentimento di qualcosa, di una pestilenza che evidentemente sentivo arrivare. Il libro lo avevo presentato su invito di un amico, Gabriele Frasca, a Mauro Bersani, che è il direttore della collana, nel dicembre del 2019, lui l’aveva accettato nell’aprile del 2020 e confermato per la fine del 2022, poi è stato anticipato di un anno e mi hanno proposto di uscire nella primavera del ’21, io sono stato ben contento di accettare. A quel punto, quando il libro è andato in bozze, mi sono accorto che c’era come un vuoto dopo la poesia parigina (questo viaggio nelle banlieue in treno) che lo conclude. Mancava qualcosa. Tra l’altro c’erano due pagine bianche fra l’ultima poesia e l’indice, non mi piacevano fisicamente, allora ho proposto l’inserimento di una prosa — me l’aveva commissionata Maria Borio ed è stata trasmessa da Radio tre — su questa strada di Modena che si chiama Canalchiaro (una cui laterale è la strada via Ruggera dove è nata mia madre nel 1928), durante una mia passeggiata nel lockdown, in una gelida domenica mattina. Questa prosa nasceva da un aneddoto vero, descritto da un’impresa edile: alcuni muratori, picconando una cantina durante la ristrutturazione di un palazzo del centro, in corso Canalchiaro (canale interrato, coperto, il più grande dei canali che attraversano la città), sono stati travolti da un’orda di topi, nascosti dietro al muro, che sono corsi immediatamente a rifugiarsi in loro nascondigli, in loro tane, sconvolgendo gli operai che stavano lavorando. Questo testo, della fine del 2020, è stato poi accolto; anche all’Einaudi si sono accorti che era un po’ la ragione finale del libro, lo faceva sentire non come scritto due anni fa, prima del lockdown, ma come pubblicato durante la pandemia.

Mi ricollego a Canalchiaro, a Modena. Una sezione del tuo libro si intitola Milieu. Nel primo verso della poesia Un Natale del secolo scorso scrivi «Mi muovo nella mia città» ed è proprio di Modena che vorrei chiederti, così presente con la sua toponomastica, attraverso luoghi immediatamente riconoscibili per noi modenesi e che nelle tue poesie fanno percepire il tempo lungo del vissuto, l’assidua e necessaria frequentazione della città in cui si vive. Riprendendo le esatte parole di Roberto Pazzi ti chiedo: com’è scrivere poesie a Modena?

È molto difficile. Perché Modena è una città mercantile dove l’epiteto màt (matto) viene attribuito facilmente ai poeti; dare a uno del poeta era un po’ dargli del matto nel dialetto e quindi “l’è un poeta”, “l’è un màt” (è un poeta, è un matto). Modena è una città profondamente fondata sull’economico, su un economico tra l’altro di transizione fra la sua natura agricola e lo sviluppo industriale. Bologna è la città del terziario, dello snodo, del commercio, degli uffici; Modena, invece, è sempre vissuta su questa doppia natura, che in realtà è inconciliabile perché, appunto, è la terra dei motori, delle ceramiche, quindi l’antitesi del contadino, del contadinesco… Modena è una città in cui la letteratura rimane, ed è sempre rimasta, molto di lato, basti semplicemente considerare come ha trattato questo grande scrittore del Novecento, a cui ha dato i natali, che è Antonio Delfini, un autore, per colpa anche di Modena, semisconosciuto, semidimenticato, che dalla sua città è fuggito e tornava soltanto per farsi trattare come uno zimbello, per assumere degli atteggiamenti plateali, provocatori, per cui i concittadini lo schernivano. Invece, è uno dei narratori più lucidi, più, mi viene da dire, kafkiani del nostro Novecento e la poesia ha subìto un po’ lo stesso destino, qualcuno l’ha praticata, qualcun altro ci ha fatto un po’ di riviste, un po’ di inviti ai poeti, ci sono state manifestazioni pubbliche, gli assessorati si sono prestati poi a ospitare… ricordo una bella manifestazione che legava i cortili del centro storico negli anni Novanta del Novecento che si chiamava Circoli e cortili. Però, vi faccio un esempio: con alcuni amici, come Roberto Alperoli ed Emilio Rentocchini, siamo riusciti a fondare, ormai quindici anni fa, un credibile festival di poesia, il Poesia festival, ma siamo dovuti andare nel forese, non nella città di Modena, nelle terre appunto dei castelli, dove fu prigioniero il Tasso, a Castelnuovo Rangone, a Castelvetro, a Vignola. Modena città non ha mai trattato molto bene i suoi letterati, non ha mai dato alla letteratura un rilievo. Questo, naturalmente, e lo dico spesso ai miei amici pittori — anche loro hanno vissuto un po’ la stessa vicenda —, personalità importanti come Franco Guerzoni, Wainer Vaccari, lo stesso Franco Vaccari che, in fondo, procurano o hanno procurato (e questo vale anche per Delfini) un impegno a tirare fuori le proprie qualità migliori: quando ti trovi dentro un ambiente — un milieu, appunto — ostile, cerchi di dare il tuo meglio, di non essere semplicemente un màt che si bea dello scrivere in versi o di leggere della poesia. È stata un’impresa dura e devo dire che ho proprio voluto mantenere le mie due identità: per me l’università è Bologna e quindi la cultura alta, quello che ho imparato da Ezio Raimondi, i libri che ho pubblicato con il Mulino e tante storie, anche poetiche, le ho coltivate a Bologna, ma a Modena sono sempre tornato per dormire, non ho mai avuto una casa, un appartamento a Bologna, ho sempre fatto il pendolare, anche a tarda notte in sere in cui era meglio fermarsi, per questo rivendico le due anime. Una parte di me, forse quella della poesia — rispetto a quella della critica e dell’insegnante —, è modenese e vuole essere modenese; sicuramente, L’Isola dei topi è il mio libro più modenese, dove Modena è probabilmente più radicata, a parte il finale su Parigi perché Parigi è la città che ha molti più topi di Modena.

Mi piacerebbe inserire, per i lettori, questa poesia, a cui accennavo nella mia domanda, la poesia delle tue passeggiate modenesi: Un Natale del secolo scorso

Un Natale del secolo scorso

Mi muovo nella mia città
per strade accidentate
piene di buche
appena rabberciate
e crepe, rughe di selciati irregolari
nelle lunghe piegature
di porfidi, gobbe, pozzanghere seccate

Abito una zona di officine
e piccole imprese di ricambi
popolata di mezze figure, luci fioche
in vicoli di manifatture
affacciati su viali un po’ più grandi
dove niente è rettilineo,
geometrico, ordinato,
niente scocca la freccia che ti lancia
da un dopo a un prima
centrando la foresta di ectoplasmi
e frammenti a mezza bocca di discorsi
nel dialetto semplice di eterno
pane al pane e vino al vino

Oggi pani speciali e vini prelibati
gomitoli o radici senza fronde
su questo anche adesso rinati
marciapiede di fango

A questa poesia sono molto legato, è proprio la poesia delle passeggiate della mia infanzia, nella zona sud, fuori dalle mura, dove sono nato. Era una zona di piccole officine, di artigiani, di costruzioni un po’ all’inglese con dei mattoni a vista, delle villette monofamiliari, degli orti… tuttora, se esco per fare una passeggiata vado in quelle strade lì.
Io dico sempre Modena, ma intendo la zona sud di Modena, a sud della via Emilia. Non potrei vivere nella zona nord, questo lo aveva già intuito Delfini, puntualizzando in un saggio — preso, purtroppo, come una sua vanvera di follia — un aspetto che, da modenese da varie generazioni, sento anch’io, ovvero che la zona nord di Modena è quella del palazzo ducale, degli Estensi (per merito degli Estensi noi abbiamo uno dei più bei palazzi ducali del Seicento, primissimi del Settecento, di un architetto che si chiamava Avanzini, ma gli Estensi erano abbastanza ospitali da fermare Bernini, quando andava e veniva da Parigi, che infatti molto ha collaborato con Avanzini a progettare il palazzo), quindi la zona politica, la zona del governo, mentre la zona sud, dove c’è la Ghirlandina, è la zona spirituale, la zona metafisica; io devo vivere nella zona sud, sono nato lì e sono sempre vissuto lì, non potrei mai trasferirmi in quella a nord della via Emilia, sembra una maniacalità ma, per chi è modenese, credo che sia chiara.

Nelle tue poesie troviamo un bestiario molto ricco, ci sono molto animali, fra i quali spiccano, oltre ai topi, anche e soprattutto le gatte. Penso a due poesie come Gatta Musetta e Aldilà. Leggiamola quest’ultima: 

Aldilà

L’ultima gatta della mia vita
è agile, magra, veloce,
ancora senza nome
e serpeggia da sembrare una lucertola

Semplicemente giovane,
commenta una voce
non so se più saputa o più, interiore
comunque un po’ stronza a dirmi
che quando questa gatta sarà vecchia
io ciondolerò semincosciente,
davanti a un video
che ripeterà la stessa corsa all’infinito
escluso il fotogramma del traguardo
e io sarò li, voglioso di buon bourbon
a far tremare la poltrona del salotto
per sapere se ho vinto
e che fine abbia fatto il mio cavallo
nell’oltremondo vivo
di ogni retta d’arrivo

Le gatte, esatto, al femminile, non potrei sopportare di avere un gatto maschio. Ne ho avute tre, a partire dagli anni duemila, sono il mio simbolo condiviso con mia moglie Adriana, perché lei ne aveva già una quando siamo andati a vivere insieme. L’inquietudine riguardo la mia ultima gatta — a cui non ho voluto dare un nome dopo Musetta, la chiamo soltanto piccolina perché è una gatta di piccola taglia —, che fra pochi giorni (è dei primi giorni di giugno del 2018) compie tre anni, è molto viva in me perché io ho 66 anni e non so se le sopravvivrò, non so mica se riesco a vivere altri dieci o dodici anni, come presumibilmente vivrà lei, quindi, potrebbe anche essere l’ultima gatta della mia vita. Il gatto, anche, rispetto al cane, perché la gatta può essere traditrice, ogni tanto piazza l’unghiata quando non te l’aspetti, quando magari la stai accarezzando, dietro questi occhi che diventano fessure e sanno guardare nel buio. Sono proprio due filosofie opposte quella del cane e quella della gatta.

Già nel mio libro precedente, uscito a Firenze nel 2014, Traversate, c’era un capitolo intitolato proprio Bestiario, perché uno degli scrittori che ho amato di più e che ho condiviso anche con Stefano Tassinari è Julio Cortázar, autore di un bestiario, mi pare, uscito nel 1951, giocato tutto sul fantastico, non di umanizzazione o di antropomorfizzazione degli animali, alla Esopo o alla Fedro, cioè gli animali che rappresentano i vizi o le virtù degli uomini, ma è, invece (ed è quello che ho cercato di fare anch’io in poesia), un meccanismo di animalizzazione dell’umano, di riconoscimento dell’animalità dell’umano, per questa ragione si tratta di animali che possono anche essere molto inquietanti, possono essere onirici o fantastici, dati dalla somma di diverse caratteristiche, animali mitologici che rappresentano anche le inquietudini del nostro inconscio, non si tratta degli animaletti puramente domestici.

Vorrei concludere chiedendoti di Brindisi e dediche, una sezione bellissima del tuo libro in cui continui a dialogare con persone a te care, che non ci sono più, facendoci sentire le loro voci. E quindi anche dell’importanza della memoria, per te e per la tua scrittura.

La memoria è un fatto per me, sì, fondamentale, questo fin da bambino. Però, è accaduta una cosa nella mia vita che ha cambiato completamente l’ambientazione e il tono della mia poesia, ho parlato di amore, ho parlato di luoghi, ho parlato di viaggi… ma tre giorni prima del disastro delle Torri Gemelle a New York, nel settembre del 2001, mio padre ha ricevuto la diagnosi di Alzheimer e io ho capito che era un disastro, l’ho intuito, il medico è stato bravo, non ha drammatizzato più di tanto, ma ho percepito che mi si apriva un baratro davanti e quando tre giorni dopo c’è stato questo fatto, le Torri Gemelle su cui ero salito, vincendo le mie vertigini, alcuni anni prima, ho capito che il disastro aveva trovato la sua correlazione oggettiva. Comunque, da quella diagnosi, io ho cominciato a scrivere solo dell’Alzheimer di mio padre, è diventato il tema dominante della mia poesia, la cronaca di queste passeggiate e il peggiorare della malattia. Mi sono persino perfezionato in dialetto modenese perché mio padre era bilingue, nel senso che mia madre maestra — educata sotto il fascismo, quindi il dialetto era il demonio — lo aveva obbligato a parlare in italiano con me, mentre con i suoi genitori, i miei nonni, e nel suo lavoro alla Ferrari parlava solo dialetto. Quando mio padre ha cominciato a parlarmi in dialetto ho capito che non mi riconosceva più come figlio e allora lì mi sono industriato, ovviamente non ho preso delle lezioni, ho comprato un paio di vocabolari, ho cominciato a provare a pensare in dialetto (prima pensavo solo le imprecazioni) e ho scritto alcune poesie trascrivendo i dialoghi con lui. È uscito questo libro con la prefazione di Francesco Guccini e una nota di Milo De Angelis che si chiama Ricordi di Alzheimer, “ricordi” appunto, quindi un ossimoro, in cui il protagonista era mio padre e me che lo accompagnavo a camminare. Quando gli chiedevo “ma tuo figlio?’” e lui mi rispondeva “l’è un tìp, l’è un fàt tìp, l’è sèimper in America, an so mènga in do àl sia” e io dicevo “E io chi sono?” Rispondeva cugino, un vicino di casa… mi confondeva. Per me è stato un dolore molto forte, molto radicale e scrivevo solo di questo. Tutto sommato me ne sono liberato con L’Isola dei topi, anche se qualche traccia di Alzheimer a leggere bene il libro c’è.

elena.grazioli@phd.unipi.it

 

 

 

L'autore

Elena Grazioli
Elena Grazioli è dottoressa di ricerca presso l’Università di Pisa (XXXVI ciclo), in Letteratura italiana contemporanea, con un progetto sulla rivista «Nuovi Argomenti» e Cultrice della materia in Poesia italiana del Novecento presso l’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, sede in cui ha svolto il suo percorso di studi, frequentando anche, come borsista, l’Université Paris-Sorbonne (Paris IV) e l'École Normale Supérieure di Lione.
Si è occupata, in questi anni, della figura di Giacomo Casanova (B. Capaci, E. Grazioli, Giacomo carissimo… Lettere delicate e deleterie a Giacomo Casanova, prefazione di Piermario Vescovo, Bologna, I Libri di Emil, 2019; E. Grazioli, Umori e lettere inglesi delle confidenti di Giacomo Casanova, in Il tappeto rovesciato. La presenza del corpo negli epistolari e nel teatro dal XV al XIX secolo, a cura di T. Korneeva, Venezia, Marsilio, 2019, pp. 137-150). Recentemente ha curato, insieme al Prof. Alberto Bertoni, Lavorare stanca di Cesare Pavese (Interno poesia, 2021).