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Antonio Castronuovo intervista Diana Rüesch

Diana Rüesch dirige, nella Biblioteca Cantonale di Lugano, gli Archivi di Cultura Contemporanea, che custodiscono fondi di Prezzolini, Flaiano, Vittorini, Ceronetti e molti altri autori italiani del Novecento. Come strumento informativo e di studio su tali collezioni ha fondato nel 1990 la rivista «Cartevive», giunta oggi al n. 61. Alcuni numeri sono monografici, come il 45 del 2010 dedicato a Flaiano e il 56 del 2017 dedicato ai 90 anni di Ceronetti. Al lavoro di direttrice accosta quello di curatrice (spesso assieme ad altri studiosi) di importanti volumi: Ennio Flaiano, Bibliografia degli scritti, Milano, Scheiwiller, 1988; Inventario dell’Archivio Prezzolini, Bellinzona, Dipartimento Pubblica Istruzione, 1989; Mino Maccari, Lettere a Flaiano (1947-1972), Firenze, Pananti, 1991; Brenno Bertoni – Francesco Chiesa, Carteggio 1900-1940, Lugano, Casagrande, 1994; Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, Milano, Bompiani, 1995; Ennio Flaiano, Il bambino cattivo, Milano, Scheiwiller, 1999; Dalla Buca del Tempo la Cartolina Racconta. I collages di cartoline d’epoca del Fondo Guido Ceronetti, Lugano, Museo Cantonale d’Arte, 2000; Ennio Flaiano, Cristo torna sulla Terra, Lugano, I Quaderni di «Cartevive», 2000; Ennio Flaiano, La notte porta consiglio e altri racconti cinematografici, Milano, Bompiani, 2001.

 

L’intervista qui pubblicata mi fu concessa nel 2002 e uscì sulla rivista «Cartapesta» del gennaio-giugno 2002 (n. 7, pp. 2-3). Su gentile concessione dell’intervistata la ripropongo per la sua intrinseca bellezza, per il peso delle notizie sulle collezioni luganesi e per la fresca attualità delle idee sul mondo degli archivi letterari.  Le risposte riflettono ovviamente la situazione delle collezioni nel 2002.

Lei dirige gli «Archivi di Cultura Contemporanea» di Lugano, che si collocano tra quelli più importanti di letteratura italiana. Una nota sulla storia e sulla consistenza degli archivi, e un cenno sulla storia personale della direttrice Diana Rüesch.

La Sezione Manoscritta del Novecento, fiore all’occhiello della Biblioteca cantonale di Lugano, è sorta il 21 febbraio 1978 con l’acquisto delle carte di Giuseppe Prezzolini. A quell’epoca Prezzolini risiedeva a Lugano già da dieci anni: la decisione di destinare il suo archivio alla Svizzera fu anche dettata dalla consapevolezza che quel prezioso nucleo di documenti (testimonianza di una vita lunga un secolo) sarebbe rimasto in territorio italofono, a pochi chilometri dall’Italia, quindi facilmente accessibile agli studiosi d’oltrefrontiera. Da allora sono pian piano confluiti – in quello che oggi si chiama ufficialmente Archivio Prezzolini e Archivi di Cultura Contemporanea – altri quattordici fondi e trenta raccolte di minore consistenza. Dei primi, in ordine di entrata, vi sono quelli intestati a Francesco Chiesa, Ennio Flaiano, Giuseppe Zoppi, Elio Vittorini, Maria Boschetti Alberti, Aldo Patocchi, Guido Calgari, Orfeo Tamburi, Bixio Candolfi, Guido Ceronetti, Aline Valangin, Felice Filippini, Giovan Battista Angioletti e Mario Picchi. Delle seconde mi limito a indicare qualche nome: Gabriele D’Annunzio, Antonio Fogazzaro, Manlio Lupinacci, Francesco Anfuso. Chi desiderasse saperne di più non ha che da rivolgersi alla sottoscritta. In ogni caso un mio recente articolo, pubblicato nel Repertorio delle fonti archivistiche dell’«Archivio Storico Ticinese» (Bellinzona, dicembre 2001) dà sommariamente conto, in una ventina di pagine, di tutto il materiale raccolto e di tutto quanto realizzato attorno ad esso durante un quarto di secolo circa. Inoltre, tra pochi mesi, queste informazioni potranno essere lette anche su internet.
La mia storia personale è presto raccontata: figlia di madre italiana e padre svizzero-tedesco, ho sempre vissuto in Ticino, prima a Locarno poi a Lugano. Subito dopo la laurea in lettere all’Università di Zurigo ho iniziato, nel 1983, a lavorare all’Archivio Prezzolini frequentando parallelamente i corsi di Archivistica, Diplomatica e Paleografia all’Archivio di Stato di Milano. Nel 1990 ho fondato «Cartevive» (il semestrale che informa su contenuti e attività degli archivi da me diretti), e nel 1999 ho sentito la necessità di far nascere una collana di piccole pubblicazioni, I Quaderni di «Cartevive» che, strettamente legati agli autori dei nostri archivi, escono sporadicamente, quando davvero ne vale la pena.

Chi è il fruitore-tipo dell’archivio? Le acquisizioni sono continue? Da quali canali giungono?

Il fruitore-tipo del nostro Istituto è soprattutto lo studente universitario che, autonomamente o indirizzato dal proprio docente, studia i documenti per svolgere tesi di laurea o di dottorato di ricerca. Ma vi si accosta pure l’insegnante (che spesso è anche ricercatore), il ricercatore puro, il giornalista attento, il semplice curioso, e anche l’estimatore, ad esempio, di un determinato personaggio (non necessariamente del titolare di uno dei vari fondi: abbastanza di frequente, invece – specie attraverso le lettere – l’interesse si concentra su uno dei suoi corrispondenti).
Le acquisizioni hanno un flusso quasi incessante, sia perché alcuni proprietari viventi (Guido Ceronetti o Bixio Candolfi, per esempio) oppure i loro eredi (Giuliano Prezzolini) ci consegnano, chi più sovente chi meno, documenti da aggiungere ai rispettivi fondi, sia perché molte persone che posseggono materiali originali (di solito si tratta di corrispondenza) sanno che il nostro centro da sempre ne promuove la raccolta (anche in fotocopia) con lo scopo principale di evitarne la dispersione. (Non per nulla in «Cartevive» esiste una rubrica chiamata Nuove accessioni che riporta succintamente quanto di nuovo, di volta in volta, entra a far parte dei nostri archivi, e in calce lancia regolarmente un appello ai detentori di documenti.)

Ha citato il semestrale «Cartevive» come fosse il bollettino del suo Istituto. Invece la pubblicazione possiede piuttosto l’impianto di una rivista critica e storica. Ci dica qualcosa sulla rivista e i suoi fini.

«Cartevive» è stata creata per una triplice esigenza: la prima è quella di tenere costantemente informati gli studiosi su ciò che accade all’interno degli archivi, ovverosia su quanto di nuovo viene accolto (le Nuove Accessioni di cui parlavo poco fa), sui lavori in corso con materiali attinti dal nostro… wishing well, che si rivela sempre più un Fondo senza fondo (quest’ultima la rubo: è un’espressione di Ceronetti); la seconda di fornire all’interessato un aggiornamento sugli studi relativi al XX secolo specialmente attraverso la rubrica delle Pubblicazioni; la terza, infine, di permettere anche a Istituzioni analoghe alla nostra di farsi conoscere. Aggiungo che «Cartevive» si è presto rivelato un ottimo veicolo di contatto e di scambio (assai efficace anche prima dell’avvento di internet e della posta elettronica) tra studioso e studioso.

Lei si è imposta come rilevante studiosa di Ennio Flaiano, curando importanti volumi di lettere e scritti: è il suo interesse principale? coltiva altri campi di studio?

La ringrazio per l’apprezzamento, che mi lusinga, anche se “rilevante” riferito a me, per quanto finora ho avuto la possibilità di curare e pubblicare, in particolare a proposito di un autore della statura di Ennio Flaiano, è un tantino esagerato. Non è per falsa modestia: sono convinta che avrei potuto fare meglio (e persino di più) se solo avessi avuto più tempo a disposizione, un po’ più di calma, e soprattutto se il mio impegno all’interno dell’archivio non fosse così preponderante. Un lavoro stupendo, oserei dire incantevole, il mio, però tanto traboccante da concedere pochissimo spazio e quasi nessuna speranza a qualsiasi altra attività che richieda energia anche in senso lato. Il mio lavoro esige una dedizione pressoché totale: i documenti (lettere, scritti, disegni, fotografie, ritagli di stampa, ecc.) che compongono l’archivio di uno scrittore non sono oggetti inanimati, e in quanto tali non possono giacere inerti, dimenticati per anni o decenni in casse o scatoloni, in attesa che qualcuno, chissà quando, si decida a liberarli dalla polvere di quelle prigioni e a riportarli alla luce. Le carte dovrebbero essere subito riordinate, inventariate, valorizzate alla medesima stregua, per esempio, delle mille varietà di fiori in una serra affidate alle pazienti mani di un giardiniere che, amorevolmente, giorno per giorno, se ne prende cura. Le pare eccessivo se concludo dicendo che per consentire a queste carte – frammenti di vita vissuta – di seguitare a pulsare è indispensabile dedicarvisi anima e corpo?

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Nella repubblica del libro di Francesco Lumachi (Pendragon 2019) e il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani di Formíggini (Elliot 2020).