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Antonio Castronuovo intervista Mario Andrea Rigoni

Il 15 ottobre 2021 è scomparso Mario Andrea Rigoni, da molti anni amico e corrispondente, e desidero ricordarlo ripubblicando un’intervista che mi concesse nel 2004. Era nato ad Asiago nel 1948; ha insegnato Letteratura italiana all’Università di Padova ed è stato uno dei principali studiosi di Leopardi, di cui ha curato per i Meridiani Mondadori il volume delle Poesie (1987), per Adelphi l’antologia di pensieri sulla politica e sulla civiltà La strage delle illusioni (1992) e per la BUR un’antologia dello Zibaldone di Pensieri intitolata Tutto è nulla (1997). I suoi studi sul poeta sono raccolti nel volume Il pensiero di Leopardi (Bompiani 1997, Aragno 2010, La Scuola di Pitagora 2020). I suoi studi su Leopardi hanno rivendicato «l’illuminismo senza lumi» del poeta, fondato in un materialismo che toglie sostanzialità alla ragione e apre «nel cuore dell’Aufklärung una contraddizione insuperabile tra materialismo e razionalismo»: ciò ha permesso di puntare l’attenzione sul fatto che Leopardi è, nella storia della cultura italiana, uno dei massimi pensatori del moderno, ma anche di eliminare quell’infondata e consolatoria interpretazione “progressistica” di Leopardi che dominò per un cinquantennio la critica italiana.
Amico di Cioran, Rigoni ha diretto per l’editore Adelphi la traduzione dell’opera dello scrittore franco-romeno. È autore delle raccolta di aforismi Variazioni sull’impossibile (Rizzoli 1993, poi Il notes Magico 2006) e Vanità (Aragno 2010). Ha raccolto suoi articoli e saggi nei volumi Scorciatoie per l’abisso (Aragno 2015) e Maschere della verità (Carocci 2016). È stato anche narratore e poeta.

L’intervista che mi concesse nel 2004 uscì col titolo Le vite parallele di Cioran e Leopardi nella rivista «Cartapesta» (primavera 2004, n. 10), ma in versione parziale: fu poco dopo accolta in forma completa nel volumetto di Rigoni, In compagnia di Cioran (Padova, Il notes magico, 2004), a sua volta tradotto in francese come Cioran dans mes souvenirs (Parigi, Presses Universitaires de France, 2009). Il riferimento che Rigoni fa al «libro sui suicidi di alcuni scrittori» è al mio volume Suicidi d’autore (Roma, Stampa Alternativa, 2003, seconda ed. 2019).

Gentile prof. Rigoni, la sua avventura intellettuale è traversata da Leopardi e da Cioran. Vorrei che lei mi aiutasse a mettere a confronto l’uno con l’altro: che cosa li unisce e che cosa li separa?

Condividevano l’esperienza capitale della noia, cioè il senso della vacuità universale delle cose, che evidentemente percepivano nella carne, oltre che nel pensiero. Erano del tutto privi di illusioni, benché ne riconoscessero la necessità per la vita e per la storia. Inoltre pensavano che l’uomo, avendo deviato dal corso della natura fino a costituire un’anomalia minacciosa, andasse fatalmente incontro alla propria distruzione. È questa l’origine del loro antistoricismo e del loro antiumanesimo radicale. Una tale visione era però accompagnata, se non redenta, dalla religione della poesia, della forma, dello stile: tutto lo Zibaldone di Pensieri brulica di testimonianze di questa natura, alle quali la critica non ha mai prestato l’attenzione dovuta. Cioran, da parte sua, diceva di sognare un mondo dove si potrebbe morire per un virgola. Proprio una battuta come questa si presta ad esemplificare la diversità psicologica e storica tra Cioran e Leopardi: vi è nell’uno, interprete ed erede di tutte le decadenze, un genio dell’esagerazione, dell’ibridazione e della teatralità ironica estraneo alla verginità ancora classica e settecentesca della personalità dell’altro. La stessa cosa vale naturalmente già per Baudelaire – non a caso uno degli scrittori più amati da Cioran.

Crede che il sistema di pensiero di Leopardi e di Cioran possa avere effetto pratico sui loro lettori? In altre parole: cosa ci insegnano che sia realmente applicabile alla vita?

Sono entrambi, ciascuno al proprio livello e al proprio modo, maestri di lucidità assoluta – una caratteristica che non giova molto alla vita. Tuttavia la lettura dei loro scritti sortisce un effetto paradossalmente corroborante e, talvolta, perfino rasserenante, come è stato più volte notato.

Leopardi e Cioran sono due pensatori radicali: con poche parole, e nella migliore tradizione dello stile aforistico, essi riescono a trovare subito il nucleo delle cose. L’impressione è che lo Zibaldone o le Operette morali di Leopardi riflettano un pensiero acuminato ma abbastanza meditato, mentre Cioran ferisce e dissangua di colpo e in maniera diretta. È un’impressione corretta?

Se capisco bene, ciò che lei osserva si ricollega alla differenza che corre fra un classico e un grande epigono.

Entrambi parlano nelle loro opere di suicidio, ma entrambi muoiono nel loro letto, per malattia. Ciò nonostante il tema del suicidio è nella loro prosa qualcosa di molto efficace. Crede che una mente pessimista debba necessariamente meditare sul tema del suicidio, al di là del fatto che poi lo metta in pratica o meno?

Ne sono convinto. D’altronde Cioran diceva che proprio l’idea del suicidio gli aveva consentito di non suicidarsi. A lei, che ha scritto un bel libro sui suicidi di alcuni autori famosi, forse interesserà sapere che Cioran diede una volta un’interessante intervista, che non si trova nel volume degli Entretiens pubblicato da Gallimard: essa contiene osservazioni molto importanti su questo tema, dall’antichità fino a Hitler. Anche Leopardi meditò il suicidio da quando aveva vent’anni, e ne fece un argomento ricorrente di riflessione e di poesia; non risulta tuttavia che lo abbia mai tentato, forse per le stesse ragioni delle quali parla Cioran.

Il lettore italiano conosce l’acuminata prefazione che Cioran procurò alla sua raccolta di saggi Il pensiero di Leopardi. In quelle righe si poteva vedere come Cioran considerasse Leopardi una sorta di compagno di strada, uno di quelli che magari non sono stati letti molto ma che diventano presenti nei momenti essenziali dell’esistenza. Le chiedo: Cioran parla altrove di Leopardi? E quale immagine aveva di lui?

Cioran aveva di Leopardi una conoscenza limitata, credo, ad alcuni Canti, a qualche pensiero dello Zibaldone e poco altro: per questo nei suoi libri le citazioni leopardiane si contano sulle dita di una mano. Un po’ di più ne ha saputo attraverso i miei saggi. In compenso si sentiva un affine di Leopardi nel sentimento e nella concezione della vita e aveva incorniciato il testo dell’Infinito in un quadretto, che teneva appeso su una parete del suo appartamento parigino in rue de l’Odéon.

Lei ha conosciuto Cioran di persona. Può darci un breve ricordo dell’uomo, delle sue amicizie e delle sue abitudini?

Ho fatto un ritratto di Cioran, che è anche il mio personale «esercizio di ammirazione» nei suoi confronti, in uno scritto che uscirà tra poco nel volume In compagnia di Cioran. In questa sede mi limiterò a dire che era nella vita, come nella scrittura, un uomo di una totale indipendenza e di un’intensità contagiosa. Aveva modi semplici, diretti e amabili, spesso anche divertenti, allegri e ironici, che attenuavano o correggevano la sua qohéletica malinconia. Era, oltre che un grande lettore, un conversatore magnifico, ad onta di una leggera balbuzie. Di solito ci vedevamo tra noi, ma le poche volte in cui ci siamo trovati in circostanze diverse posso testimoniare che la sua presenza risultava seducente non solo per la gente di lettere, ma anche per la gente comune. Naturalmente aveva frequentato o conosciuto un certo numero di scrittori, di alcuni dei quali era stato o era amico: da Paulhan a Saint-John Perse, da Gabriel Marcel a Beckett, da Michaux a Ionesco. So che in una determinata circostanza si era anche adoperato per procurare un incarico a Paul Celan, di cui ricordava la sensibilità scorticata (diceva che «tout le blessait»). Celan era arrivato a Parigi dopo la guerra e aveva incontrato Cioran nel 1952 (l’anno successivo avrebbe pubblicato la sua traduzione in tedesco del Précis de Décomposition). Cioran conosceva molto bene anche Henry Corbin, che aveva – mi raccontò una volta – due soli interessi: la mistica islamica, naturalmente, e … i giornali pettegoli. Fu anzi Cioran che suggerì a Corbin il titolo sotto il quale egli raccolse i suoi saggi da Gallimard: En Islam iranien. Aggiungerò che, soprattutto negli ultimi anni, Cioran riceveva molte visite di letterati di ogni parte del mondo nel suo appartamentino di rue de l’Odéon: vi approdavano Susan Sontag come Fernando Savater, Pietro Citati come Guido Ceronetti e Roberto Calasso, di cui diceva che era «l’editore più colto d’Europa». In compenso Cioran non prese mai parte alla vita della cosiddetta «società letteraria», alla quale era intimamente estraneo. D’altronde è singolare e significativo che i suoi libri raggiungessero i lettori più insospettabili: gente qualsiasi come sportivi, attori o politici famosi.

Quali erano i vostri rapporti personali?

Avevamo un rapporto di vera amicizia e di vera intesa, con tutta la libertà e la confidenza che ne conseguivano. Ci vedevamo immancabilmente quando andavo a Parigi (una volta venne anche a trovarmi a Padova) e ci scrivevamo molto spesso. Se gli telefonavo e gli chiedevo “Je vous dérange?”, rispondeva invariabilmente con aria divertita: “Quelle idée!”. Avendo il privilegio di non lavorare, non perché fosse ricco ma perché aveva scelto di vivere “da artista” nonostante le difficoltà economiche – talvolta gravi – che ciò comportava, era sempre libero. È ovvio, inoltre, che non aveva non solo gli obblighi ma neppure la mentalità – penosa – del “lavoratore”. In ogni caso a me ha riservato un affetto e una sollecitudine commoventi. Non potrò mai dimenticare lui e Simone che si affaccendavano attorno alla macchina da scrivere (era Simone che pigiava i tasti) per migliorare la traduzione francese di qualche mio balbettio letterario.

Di che cosa parlavate tra voi?

Di tutto: dei problemi di lingua e di traduzione, naturalmente, e poi della salute, delle conoscenze comuni, di certi libri, dell’unicità storica degli ebrei, ai quali aveva dedicato il saggio più bello che io abbia mai letto in proposito: Un popolo di solitari, contenuto nella Tentazione di esistere. Parlavamo della fine dell’Occidente e, già allora, dell’Islam: Cioran profetizzava che un giorno Notre Dame sarebbe diventata una moschea.

Mai di avvenimenti italiani?

Parlavamo talvolta del terrorismo, che in quegli anni infuriava. Ho ritrovato quello che mi scrisse non appena fu diffusa la notizia del delitto Moro: “A l’instant, j’apprends la nouvelle terrible. Ces messieurs des Brigades, si par impossible s’emparaient de l’ Etat, infligeraient à l’Italie un régime de type cambogien. Toutes ces tragédies à cause de l’Utopie!”.

Che cosa mi può dire delle lettere di Cioran?

Nel corso della sua vita Cioran scrisse moltissime lettere, forse qualche migliaio, dato che io solo ne conservo più di cento: spero che un giorno siano raccolte e pubblicate, almeno le più notevoli. Era d’altronde uno dei generi che amava maggiormente: ne parla in un breve scritto intitolato Mania epistolare.

C’è una lettera, in particolare, che testimoni la vostra affinità su argomenti che consideravate essenziali?

Più d’una. Ricordo che una volta, non so più in quale circostanza, gli confessai la mia totale disperazione ed egli rispose con un’analisi di sé e di me incentrata sulla maledizione della coscienza. Diceva che gente come noi è fatta per divorare se stessa…

Che cosa le ha dato Cioran sul piano strettamente letterario?

Mi ha fatto percepire una cosa più preziosa di qualunque idea – almeno per uno scrittore o per un letterato: l’importanza del tono. Una volta mi ha detto: «Si vous avez le ton, vous avez tout».

Nelle sue Variazioni sull’impossibile emergono analogie tra il suo pensiero e quello di Leopardi e Cioran, se non altro nell’opzione pessimista che incardina i suoi aforismi. Ma vi balugina anche qualcosa di «possibile», quando ad esempio lei scrive che «l’esistenza è troppo sinistra e troppo piccante perché dietro non ci sia qualcosa». Le chiedo allora, in conclusione, se il suo pessimismo non abbia un aspetto metafisico: per andare avanti è necessario «credere», nutrire una illusione?

Le parole “pessimismo”, “pessimista”, hanno una tinta psicologica, che implica o incoraggia l’equivoco. D’altronde sono state usate da grandi pensatori, Leopardi incluso. In ogni caso lei tocca un punto profondo, che mi ossessiona da sempre. Il mio “pessimismo” è metafisico in quanto credo possibile, anzi probabile, che dietro il sipario dell’esistenza si nasconda dell’altro: ma sarebbe anche qualcosa di felice e di augurabile per noi? Il mio dubbio è che il nostro universo non rappresenti neppure il peggiore dei mondi possibili: chi può dire se non ve ne siano di ancora più neri e sgomentevoli? La sola consolazione e la sola speranza è che al terrore nel quale viviamo su questa terra si mescola sempre una misteriosa bellezza…

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Dizionario del bibliomane (Sellerio 2021). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani di Formíggini (Elliot 2020) e Montaigne, Filosofia delle travi (Elliot 2021).