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La pietà popolare: il presepe

Il presepe suscita sempre stupore e meraviglia anche dopo infiniti secoli. Papa Francesco racchiude con questa frase il senso di questo evento: “il presepe è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura”. Con queste parole, Francesco ci fornisce un’immagine semplice ma chiara del significato e del valore del presepe: esso trabocca nella vita quotidiana, entra nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e nelle piazze.

I segni del presepe circondano la nostra vita: il cielo, carico di stelle ma anche di domande; una casa, per quanto umile e precaria possa essere; un bambino, così indifeso e rivoluzionario allo stesso tempo. E poi donne e uomini che con semplicità partecipano al mistero della fede, che non temono di mostrare stupore e meraviglia di fronte a di un Dio che giace in una mangiatoria e che tende le braccia sorridendo.

Analizziamo meglio il significato dei segni del presepio.

La natività avviene in piena notte: la notte di Betlemme raffigura le tenebre dell’idolatria e del peccato che avvolgono il mondo al momento della nascita del Redentore: «spunta la gloria del Signore, mentre le tenebre avvolgono la terra e l’oscurità si stende sui popoli» (Is 60,1), aveva profetizzato Isaia.

La grotta, o meglio la mangiatoia, si configura come un confine tra luce e tenebre, ma anche come luogo di ingresso agli inferi ed al mistero della morte. Già da secoli la grotta era il luogo purificatore in cui si ritiravano i profeti per prepararsi alla loro missione: era il centro da cui partivano le grandi opere di riforma del popolo ebraico.

L’angelo; il cui termine deriva dal verbo greco ἐπαγγέλλω, annunciare, portare un messaggio; per antonomasia è il messaggero biblico Gabriele dell’annunciazione.

I personaggi della Sacra Famiglia sono l’elemento cardine di tutti i presepi: Gesù Bambino, posto nella mangiatoia la notte di Natale; Maria (che fino al XIV secolo veniva rappresentata sdraiata accanto al figlio, mentre nei secoli più recenti l’iconografia l’ha sempre figurata in ginocchio o adorante); san Giuseppe, solitamente simile per abbigliamento e fisionomia ai pastori e situato al lato di Gesù con un bastone con impugnatura ricurva.

Accanto al Bambin Gesù vengono poste anche due animali: un bue ed un asino.

L’immagine del presepe con il bue e l’asinello ci giunge dal vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo  (respinto ufficialmente dalla Chiesa nel 325 d.C.) in cui si legge: «Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, ponendo il bambino nella mangiatoia: ed il bue e l’asino l’adorarono» (14,1).

L’autore del vangelo apocrifo interpreta una profezia dell’Antico Testamento, del profeta Abacuc: «Signore, ho ascoltato il tuo annuncio, Signore, ho avuto timore e rispetto della tua opera. Nel corso degli anni falla rivivere, falla conoscere nel corso degli anni/in mezzo a due età» (3,2). La frase per un banalissimo errore di traduzione divenne “in mezzo a due animali” e così nacque la leggenda che si perpetuò dal Medio Evo fino ai nostri giorni. Anche nel libro del profeta Isaia si legge: «il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende». Il contesto però è ben diverso: siamo di fronte ad un rimprovero anticipato al popolo d’Israele che rifiuterà il Messia e che con la sua ignoranza viene paragonato alle bestie. L’asino e il bue riconoscono il proprietario, l’asino riconosce la mangiatoia del suo padrone, ma Israele rimarrà di dura cervice per sempre. Così, da questa errata interpretazione, nasce la tradizione di collocare nel luogo della nascita di Gesù, un bue e un asino: «Lo adagiò nella mangiatoia perché non c’era posto per loro nella stanza». (Cfr. 2009, A. Maggi).

Dunque il bue, immagine di forza, calma e bontà, raffigura la potenza dell’obbedienza che si realizza nel lavoro e nel sacrificio e raffigura quegli apostoli che preparano la strada ai trionfi futuri della fede. L’asino, invece, simbolo di Sapienza, rappresenta il popolo cristiano che si converte alla vera Sapienza e si sottomette alla nuova Legge.

Davanti alla grotta sostano con devozione e rispetto i pastori chiamati dall’Angelo. Per questa ragione essi sono immagine della Chiesa pellegrina che, guidata dalla stella della redenzione, si dirige verso il suo Salvatore.

Infine i Re magi venuti dal lontano Oriente: la loro generosità si manifesta nei ricchi doni che recano al Divino infante oro, incenso e mirra. L’oro rappresenta la Carità, lo splendore della giustizia e quindi il sacro potere dei Re; esso infatti rende omaggio alla regalità di Cristo e riconosce il suo potere sui popoli e sulle nazioni. L’incenso simboleggia la virtù della Fede e lo spirito di adorazione tributati al Divino infante e quindi rende omaggio alla nascosta divinità di Gesù. La mirra, infine, erba amara che veniva usata per seppellire i morti, rende omaggio all’umanità di Gesù: simboleggia il sacrificio penitenziale dovuto a Dio in espiazione il sacrificio penitenziale dovuto Dio in espiazione delle colpe e l’obbedienza senza riserve ai decreti della Provvidenza.

La nostra società però è sempre più attratta e distratta da ciò che è effimero, passeggero, terreno: vengono attribuiti valori eterni e ideali a persone, cose e fatti che non riescono a riempire il profondo vuoto che opprime il cuore. Il presepe è molto più di una tradizione ripetuta. È un esercizio di bellezza, di ingegno, di creatività e di tradizione al tempo stesso. Ma è soprattutto la scena della più grande sorpresa di Dio al mondo ed è uno specchio onesto dell’umanità di allora e di oggi. Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoria, ma anche recinto chiuso dove venivano custoditi ovini e caprini; il termine è composto da prae (innanzi) e saepes (recinto), ovvero luogo che ha davanti un recinto. Nell’accezione più comune sta ad indicare la scena della natività di Gesù. Questo termine sarebbe apparso per la prima volta a proposito della Basilica mariana sull’Esquilino, chiamata fin dal VI secolo Sancta Maria ad Presepe, oggi Santa Maria Maggiore.

Con il termine presepe oggi si intende la descrizione scenografica dell’evento di Betlemme, specchio della società che l’ha prodotto: derivato da una folta tradizione culturale, tanto che in molti momenti della storia del presepe esso diviene moda ed allestimento, accantona gli aspetti religiosi per esaltare la fastosità dello spettacolo, l’invenzione e il gusto delle immagini.

La più antica raffigurazione della Vergine con Gesù Bambino è raffigurata nelle Catacombe di Priscilla sulla via Salaria a Roma, dipinta da un ignoto artista del III secolo all’interno di un arcosolio del II secolo. La tradizione pittorica di raffigurare la Natività fu seguita poi dalla rappresentazione tridimensionale, allestita in occasione delle festività natalizie, ossia a ciò che comunemente si intende oggi con il termine presepe.

Questa usanza, all’inizio prevalentemente italiana, ebbe origine all’epoca di san Francesco d’Assisi, che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Francesco era tornato da poco, nel 1220, dalla Palestina e, colpito dalla visita a Betlemme, volle rievocare la scena della Natività in un luogo, Greccio, che trovava tanto simile alla città palestinese.

Anche la scelta del 25 dicembre come giorno di Natale è singolare: fu assunta a ricorrenza per una sorta di opportunità e di sincretismo religioso; in quanto in quel giorno cadevano numerose feste pagane che il cristianesimo intese far proprie ed annullare. Pare che ci sia un nesso di continuità con quella che era già una festa pagana esistente proprio in quei giorni: il 25 dicembre era già da tempo la festa del “Sole vittorioso” (Sol Invictus), un’occasione in cui si celebrava la vittoria del Dio Sole sulle tenebre; secondo i romani proprio in quel periodo avveniva il solstizio d’inverno, momento a partire dal quale le ore di luce aumentavano a scapito del buio. Sempre in quel periodo i romani celebravano i saturnali per onorare Saturno, il dio dell’agricoltura. Si tratta di una festa in cui il Sole rinato era segno dell’approssimarsi della primavera portatrice di nuovi frutti e per questo ci si scambiava doni tra amici e parenti. Attorno al 350 d.C., papa Giulio I trasformò questa festa pagana in una festa cristiana, dichiarando il 25 dicembre anniversario della nascita di Cristo. Venne logica la continuità di significato tra l’antica festa e la nuova tradizione, mantenendo la stessa data per la celebrazione della nascita di Gesù, dal momento che Cristo rappresenta la vittoria della luce sulle tenebre e quindi del bene sul male. Fu così che il 25 dicembre non fu più festeggiato come festa del Sole vittorioso, bensì come nascita di Cristo (Natale), cioè di colui che porta la luce nel mondo.

Al di là di queste considerazioni, il Natale da allora continua ad essere una festa molto popolare, non solo per i cristiani, un giorno felice in cui stare in famiglia e scambiarsi i regali.

L’affermarsi del Natale cristiano, intorno alla metà del IV secolo, coincide con i momenti più vistosi della decadenza imperiale, le cui tendenze religiose, specialmente quelle mutuate dal sincretismo, cominciano a perdersi a causa della corruzione di costumi. Infatti, a differenza dei primi secoli, oggi il contatto più ravvicinato tra i popoli e le culture rende meno esclusivo il carattere religioso del Natale.

Il Natale rimane però la festa di ogni uomo, Giovanni Paolo II in un suo messaggio di Natale pronunciò queste parole: «Natale è la festa dell’uomo. Nasce l’Uomo. Uno dei miliardi di uomini che sono nati, nascono e nasceranno sulla terra. L’uomo, un elemento componente della grande statistica. Non a caso Gesù è venuto al mondo nel periodo del censimento; quando un imperatore romano voleva sapere quanti sudditi contasse il suo paese. L’uomo, oggetto del calcolo, considerato sotto la categoria della quantità; uno fra miliardi. E nello stesso tempo, uno, unico e irripetibile. Se noi celebriamo così solennemente la nascita di Gesù, lo facciamo per testimoniare che ogni uomo è qualcuno, unico e irripetibile. Se le nostre statistiche umane, le catalogazioni umane, gli umani sistemi politici, economici e sociali, le semplici umane possibilità non riescono ad assicurare all’uomo che egli possa nascere, esistere e operare come un unico e irripetibile, allora tutto ciò glielo assicura Iddio. Per lui e di fronte a lui, l’uomo è sempre unico e irripetibile; qualcuno eternamente ideato ed eternamente prescelto; qualcuno chiamato e denominato con il proprio nome» (1978, Giovanni Paolo II).

larocca_michele@tiscali.it

 

Riferimenti bibliografici

  1. AA.VV., La Bibbia di Tob, Torino.
  2. BERGOGLIO, Lett. Ap. Admirabile signum, 1° gennaio 2019, Città del Vaticano.
  3. BONACCORSI, Vangeli apocrifi. Testo greco-latino, Firenze.
  4. GARGANO, Il presepio: otto secoli di storia, arte, tradizione, Milano.
  5. LANZI, Il presepe e i suoi personaggi, Milano.
  6. MAGGI, Incontro biblico con il teologo Alberto Maggi, Rovato.
  7. TARZIA, La storia del presepe, Cinisello Balsamo.
  8. VITO, Il Presepio: ascendenze pagane nel rito cristiano del Natale, Ravenna.

 

 

L'autore

Michele La Rocca
Michele La Rocca nato a Matera il 6 maggio 1977. Ordinato sacerdote il 26 giugno 2004.
Antropologo con Laurea Magistrale in Antropologia Teologica, conseguita nel 2004, e Dottore in Lettere con curriculum in Filologia Moderna, dopo aver conseguito Laurea Triennale in Letteratura, Arte, Musica e Spettacolo con curriculum Letterario. Attualmente, presta il suo servizio pastorale nell'Arcidiocesi di Matera-Irsina, ed è docente di Filosofia e Antropologia del Territorio e Seminario pratico di Religiosità Popolare presso ISSR "Pecci" di Matera. Svolge un lavoro di ricerca di stampo antropologico, in qualità di Assistente ecclesiastico presso l’Università degli Studi della Basilicata, ed è Coordinatore della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali. Responsabile dell’Ufficio Diocesano per la Causa dei Santi, e Delegato Arcivescovile per la Cultura, la Pastorale della Scuola, dell’Università e la Pastorale del Laicato.