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La filastrocca e il gioco, tra infanzia e maturità

L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni

Insegnando nella Scuola Primaria ho voluto che i miei alunni entrassero nel mondo delle favole: desideravo che da esse traessero spunto per la creazione di fiabe. Con esse i bambini hanno raccontato il loro mondo, in alcuni casi riuscendo finalmente a ricomporre i ricordi di un paese di origine purtroppo lontano, con la nuova lingua e con la cultura in cui stavano crescendo, che a volte non sembrava essere così familiare. Anche quando insegnavo matematica e scienze mi servivo delle fiabe per avviare i bambini alla soluzione dei problemi con l’aiuto della Strega Pasticcia e delle sue avventure con gli amatissimi gatti.

Un giorno, riflettendo sulle ultime birichinate dei miei alunni, ma anche sul mio disagio per una scuola che sta cambiando e che soffre ho pensato di estendere anche ai genitori dei bambini a me affidati l’utilizzo delle fiabe, e magari delle filastrocche. Se il mistero ed il fascino di quelle parole, solo in apparenza astruse, era nascosto nel loro antico uso e nella saggezza di chi con esse aveva aiutato tanti bambini a crescere, allora era davvero importante riportarle in vita e renderle attraenti e significative per i bambini di oggi, ma soprattutto per i loro genitori.

La mia idea era che, ai miei occhi di Psicologa e Psicoterapeuta, questo fascino e questo mistero insito nelle filastrocche erano ben spiegabili scientificamente e che esse racchiudevano un grande potenziale per una buona crescita della relazione fra genitore e bambino. In un momento storico in cui i genitori hanno difficoltà ad assumere un nuovo, equilibrato ruolo come educatori e in cui spesso non ne hanno il tempo, le filastrocche indicano una via: ricordano che il genitore può vivere intimità affettiva con il figlio, pur senza rinunciare al suo ruolo educativo. Parallelamente esse offrono al bambino consolazione e rassicurazione rispetto alle delusioni ed ai piccoli abbandoni che essi quotidianamente devono affrontare, raccontando, come fanno le favole, che gli individui da sempre si trovano di fronte a certi momenti di difficoltà o di solitudine e che è possibile superarli.

Quando, negli anni Cinquanta, Donald W. Winnicott introdusse nella riflessione sulla psiche la categoria di «oggetti e fenomeni transizionali», si riferiva a una dimensione speciale, quella in cui viene creata una relazione importante fra una figura di accudimento ed il bambino che ne riceve le cure. Questo psicoanalista geniale si riferiva anche alla relazione che lui come terapeuta costruiva con i suoi pazienti, adulti o bambini.

In questa dimensione spaziale e temporale che non si trova né all’interno né all’esterno delle due persone, si svolgono giochi di importanza fondamentale per la crescita e la successiva autonomia di ogni individuo. Questa relazione speciale si costruisce grazie alla creatività delle due persone, potremmo dire alla loro immaginazione, e al tempo stesso alla percezione oggettiva della realtà dell’altro, che nel caso del bambino si sviluppa gradualmente.

Nelle mie esperienze di lavoro e di studio, rivestendo in tempi diversi entrambi i ruoli di insegnante e di psicologa, ho avuto modo di sperimentare questo muoversi in un’area di relazione in cui il gioco, inteso in un senso ampio ed utilizzato dai bambini come dagli adulti, è un mezzo straordinario di crescita e di comunicazione. Ma è anche nella mia esperienza di vita quotidiana come madre che ho sperimentato la ricchezza e la fertilità della relazione speciale madre-figlio per la creazione progressiva di un individuo.

La madre offre le sue attenzioni e le sue cure. Quando l’adattamento della madre ai bisogni del bambino è sufficientemente buono, esso dà al bambino l’illusione che vi sia una realtà esterna che corrisponde alle sue aspettative. Gradualmente il compito della madre è di disilludere il bambino: dallo svezzamento in poi il compito dei genitori, e poi degli educatori, sarà di procedere offrendo illusione e disillusione. Il compito così difficile affidato a genitori ed educatori è per certi aspetti anche peculiare del terapeuta: costruendo una relazione accogliente e fondata sull’empatia, tutte queste figure si impegnano per illudere e poi disilludere, accompagnare il bambino, il ragazzo o l’adulto, all’accettazione della realtà e delle frustrazioni, dei compiti futuri e delle responsabilità.

Secondo Winnicott questo compito difficile, accettare la realtà, non viene mai completato. Nessun essere umano può liberarsi dalla tensione che si crea nel tentativo di mettere la realtà interna e quella esterna in rapporto fra loro: i bisogni e le emozioni spesso sono in contrasto con le esigenze del mondo fisico e sociale in cui dobbiamo vivere. Ma esiste un’area intermedia di esperienza che consente di alleviare la tensione e che si pone in continuità con il gioco e lo spazio da questo occupato nella vita del bambino. Per l’adulto, oltre al gioco, anche la religione e l’arte svolgono un ruolo importante in questo senso.

Un ambiente familiare in cui ci sia continuità e stabilità nelle relazioni affettive, soprattutto nel primo periodo della vita del bambino, consente di avere efficaci «oggetti e fenomeni transizionali», cioè oggetti e manifestazioni che fanno da tramite tra le figure significative, le loro cure e i momenti vissuti con esse e la realtà. Nei momenti di assenza delle figure significative il bambino riuscirà gradualmente a conservarne la “presenza” dentro di sé, la sicurezza di uno stabile rapporto con esse, anche quando queste si allontaneranno durante la giornata o durante il sonno notturno.

In Gioco e realtà, nel 1971, Winnicott scriveva: «Gli oggetti transizionali e i fenomeni transizionali appartengono al regno dell’illusione che è alla base dell’inizio dell’esperienza. […]. Quest’area intermedia di esperienza, di cui non ci si deve chiedere se appartenga alla realtà interna o esterna (condivisa), costituisce la maggior parte dell’esperienza del bambino e per tutta la vita viene mantenuta nell’intensa esperienza che appartiene alle arti, alla religione, al vivere immaginativo ed al lavoro creativo scientifico». Durante il gioco Winnicott ritiene che il bambino piccolo viva una condizione di isolamento analogo alla concentrazione dei bambini più grandi e degli adulti: «Vi è una linea diretta di sviluppo dai fenomeni transizionali al gioco, e dal gioco al gioco condiviso, e da questo alle esperienze culturali».

La creatività nelle ninne nanne e nelle filastrocche trova uno spazio ideale per espandersi, sin dalla primissima infanzia. In quell’aria dei «fenomeni transizionali» i bambini producono lallazioni, cantilene, canzoncine con cui si consolano del distacco e si illudono che esso non sia avvenuto, si rassicurano nell’attesa di un nuovo stare insieme uniti.

I bambini, sin dai primi mesi, vivono l’esperienza dell’essere cullati dalle ninne nanne e dalle cantilene, in cui la voce della persona che li accudisce li accompagna verso il distacco dalla realtà e l’abbandono al sonno. Le ninne nanne rendono tollerabile la separazione dall’oggetto e la perdita del contatto. Il bambino succhia il dito o il succhiotto, illudendosi che sia il seno, tocca un orecchio, gioca con i capelli o con oggetti morbidi e li strofina sul viso illudendosi che sia il contatto con il corpo della madre. Le mamme sanno bene che spesso questi strofinamenti, o il gioco con l’orecchio prescelto, proprio o della madre, si riproducono con insistenza anche durante l’allattamento, in concomitanza del contatto con la madre: è in questo modo che gli «oggetti transizionali» e i «fenomeni transizionali» divengono un ponte fra la figura reale della madre, con cui si sta creando la relazione fondamentale per la vita dell’individuo, e la sua rappresentazione interna da parte del bambino.

La costanza dell’Oggetto interno, cioè la fiducia nell’altro e in sé stesso, che va stabilizzandosi come fulcro fondamentale per il successivo sviluppo, si manifesta e si consolida grazie all’uso di oggetti particolari, come la famosa coperta di Linus. Questi fungono da sostituto illusorio, surrogando la voce della madre e il contatto con lei. Così le filastrocche rendono accettabile la realtà del dolore fisico, di una delusione, di una rinuncia a parti di sé o alla libertà assoluta che deve lasciare il posto alle regole del vivere comune.

Ma le filastrocche possono svolgere anche una funzione di trasmissione di criteri utili alla definizione di un progetto stabile, di regole sociali e dare un contributo alla definizione di un proprio piano di vita che organizzi le future esperienze. Dagli anni Cinquanta il fondatore dell’analisi transazionale, Eric Berne, ha descritto il «copione», o programma di vita inconscio della persona, basato sulle decisioni prese nella prima infanzia. Il termine «transazionale» si riferisce alle «transazioni», cioè alle sezioni di una comunicazione fra due o più persone.

Attraverso un’analisi della comunicazione verbale e non verbale fra le persone, osservate in contesti di vita comune, come pure nelle terapie di gruppo ed individuali, Berne è giunto alla descrizione di questo piano di vita inconscio: un vero e proprio «copione», di cui il bambino è autore e protagonista, in un momento in cui le sue capacità di osservazione e le sue risorse di conoscenza non sono ancora così sicure come quelle di un adulto. Il «copione» viene organizzato in un momento della vita, l’infanzia, in cui è indispensabile cercare delle risposte, definire un’identità che consenta alla persona di assumere un ruolo e di porsi in relazione con i membri del suo gruppo familiare, con il suo ambiente di vita. Questo avviene in maniera intuitiva, a causa delle scarse conoscenze ed esperienze di cui il bambino dispone.

Le caratteristiche assunte in questo modo dalle relazioni che il bambino instaura con i suoi familiari si consolidano progressivamente, soprattutto attraverso le “transazioni” quotidiane, la comunicazione non verbale, particolarmente significativa, e quella verbale. Attraverso la prima vengono trasmessi al bambino i divieti, le modalità più profonde riferite al sentire, all’essere: le «ingiunzioni» secondo Berne indicano come non si deve essere. Attraverso le transazioni esplicite, la comunicazione verbale, viene indicato invece cosa fare e come comportarsi, per adeguarsi a modelli ritenuti adeguati dal gruppo familiare e soprattutto dalle figure significative.

Le modalità di relazione con sé stesso e con gli altri si interiorizzano e si stabilizzano attraverso ripetute prove e «messe in scena», al fine di facilitare la vita sociale di ogni individuo. L’individuo attraverso la complessità del proprio «copione» narra sé stesso, soddisfa, più o meno parzialmente, i propri bisogni, trova compromessi fra le proprie esigenze profonde e le richieste di adeguamento del proprio ambiente familiare e sociale. E attraverso l’analisi di ogni «copione» è possibile individuare la sua evoluzione, fino all’atto finale: il ruolo scelto dall’autore in questo dramma sarà all’origine delle sue scelte, dei suoi successi o dei suoi fallimenti, delle modalità in cui costruirà le sue relazioni affettive e lavorative.

Dunque alla comunicazione precoce, soprattutto quella non verbale, fra il bambino e tutte le sue figure significative, è affidato un ruolo fondamentale nel processo in cui attivamente lui costruisce il proprio «copione». Pertanto, in ogni momento di intimità e condivisione fra adulto e bambino si cela un enorme potenziale di risorse a favore della realizzazione di uno sviluppo sano, di future condizioni di benessere individuale e sociale.

Il gioco condiviso fra adulto e bambino, realizzato anche attraverso un contatto fisico piacevole e il canto, costituisce da sempre un’occasione di crescita e di trasmissione di modalità positive di gestione di emozioni e conflitti, di accettazione graduale del dolore nelle sue varie forme, dei limiti della realtà umana. Mamme e nonne sono ricorse in passato a questi rimedi, come strategie quotidiane per la crescita dei bambini, in tempi in cui non erano disponibili strumenti tecnologici, oggi spesso usati per “distrarre” o “premiare” il bambino. Purtroppo ora tali strumenti tendono a sostituirsi agli interventi pazienti e affettuosi degli adulti, i quali sono pressati dalla fretta e da necessità lavorative, ma forse anche un poco dalla svalutazione e dalla riduzione estrema del repertorio a loro disposizione.

Le filastrocche richiedono il recupero di ritmi tranquilli di gioco e di attività: sono solo all’apparenza semplici e ripetitive, e invece ci consentono di tornare bambini. Leggendo e raccontando filastrocche ci è possibile rivisitare alcuni aspetti più profondi della nostra intimità, lasciandoci trasportare dagli intrecci di parole e dai suoni che esse producono. Come il bimbo che si accarezza la guancia e canticchia, per addormentarsi, parole apparentemente prive di significato, anche noi adulti, quando siamo stanchi o tesi, possiamo abbandonarci a questo gioco, concedendoci momenti di calma e un sorriso.

Forse possiamo anche scoprire che alcuni di noi hanno completamente dimenticato di essere stati bambini, di essersi stupiti ed emozionati ascoltando le filastrocche.

rosaviola5@gmail.com

 

 

 

 

 

 

L'autore

Rosanna Bologna
Rosanna Bologna, è psicologa e psicoterapeuta. Si è laureata presso l’Università “La Sapienza” di Roma nel 1975. Ha seguito un percorso di psicoanalisi kleiniana dal 1977 al 1983 presso un membro onorario della Società di Psicoanalisi. Ha lavorato come insegnante e psicopedagogista nella scuola elementare statale fino al 2014 e ha partecipato come docente e responsabile dell’area psicologica nei corsi di formazione statali per gli insegnanti di sostegno delle scuole medie superiori.

Ha pubblicato saggi sugli asili nido comunali durante gli anni in cui ha collaborato con la cattedra di Psicopatologia Generale e dell’Età Evolutiva 1 all’Università La Sapienza di Roma, fino al 1979. Ha frequentato il corso biennale di formazione per educatori presso l’Ateneo Salesiano di Roma. Nello stesso Istituto si è diplomata alla Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica e Psicoterapia, divenendo Psicoterapeuta e Analista Transazionale, iscritta dal 2003 all’EATA  (European Association of Transactional Analysis).

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