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Giorgio R. Cardona: «Assenza, più acuta presenza»

«Nessuno è indispensabile», diceva Giorgio Raimondo Cardona. Lo diceva spesso, con la saggezza socratica e la serena ironia che si moltiplicava nel bel viso coronato dai capelli ricci, occhi luccicanti e bocca sorridente fra barba e baffi color carota, da filosofo antico. Aveva ragione lui, come al solito: nessuno è indispensabile. Me ne rendo conto sempre più pensando che oggi, 7 gennaio 2023, avrebbe compiuto 80 anni, e che invece partì per sempre a 45 anni, la feroce vigilia di ferragosto del 1988. È un tempo che definirei immemorabile se non facesse muraglia proprio la memoria a frenare la fuga e la caduta nell’oblio di tanta temporalità vuota di lui, colma di tanta sua assenza. «Assenza, più acuta presenza», dice un verso bellissimo di Attilio Bertolucci, che Giorgio amava.

Giorgio Cardona non era solo un grande linguista: era anzitutto un grande antropologo. Ben al di qua del piano scientifico e didattico, l’antropologia l’ha insegnata con i fatti, con i comportamenti. Anche questo luogo comune di buon senso basato sul suo principio esistenziale fondativo, la mitigazione, anche questa dichiarazione colloquiale, «Nessuno è indispensabile», è un dono assoluto di sapienza, non solo di scienza. Questi doni si trasmettono per via di affetti e di gesti, non di ragioni e di ragionamenti. Ma per i giovani, per quelli che non l’hanno conosciuto e vorrei lo conoscessero almeno un poco, posso solo parlare del gusto di Giorgio, del sapore del suo sapere. Sapore intenso, delicato, elegante, mite e aguzzo, tutt’insieme. Sapientia, quasi sapida scientia, diceva un filosofo: il gusto, il sapore della scienza, la sua sapidità, trasmettono i maestri come Giorgio, che insegnano a vivere, e forse anche a morire.

«Nessuno è indispensabile» era anzitutto una dichiarazione di laicità e di umiltà: ciò che conta è impersonare un modo, una forma di vita. «Forma-di-vita», ha scritto Giorgio Agamben in Mezzi senza fine. Note sulla politica (1996), è «una vita che non può mai essere separata dalla sua forma, una vita in cui non è mai possibile isolare qualcosa come una nuda vita»: «una vita – la vita umana – in cui i singoli modi, atti e processi del vivere non sono mai semplicemente fatti, ma sempre e innanzitutto possibilità di vita, sempre e innanzitutto potenza. Comportamenti e forme del vivere umano non sono mai prescritti da una specifica vocazione biologica né assegnati da una qualsiasi necessità, ma, per quanto consueti, ripetuti e socialmente obbligatori, conservano sempre il carattere di una possibilità, mettono, cioè, sempre in gioco il vivere stesso».

Nulla è “naturale”, ci ha insegnato Giorgio Cardona con i suoi libri, con la sua sapienza sconfinata, con la forma di vita originale e severa, ironica e profonda, come la leggerezza del suo amato Italo Calvino: tutto è “culturale”, e tutto, nella vita, si «rimette sempre in gioco». Si badi bene: “culturale”, non “artificiale”. Ogni pensiero, ogni gesto della mano, ogni sorriso, ogni parola scritta, sono segno di modo d’essere, forma di una civiltà.

A lungo parlammo, con Giorgio (che pure aveva mani da pianista, quasi aeree), della relazione fra la mente rapida e guizzante come la folgore, istantanea, quasi senza tempo, e la lenta, pesante, servile mano che lavora la materia, scava, costruisce, crea manufatti e opere d’arte, traccia linee di lettere per dar forma e corpo di parola al pensiero: il quale, però, sempre la sopravanza, e l’umilia, quella pesante, lenta mano destinata a fallire, ma così imprescindibile nell’essere-uomo, nel “fare” terrestre e mortale.

Ragionavamo sugli appunti di Leonardo nei suoi zibaldoni di ricerca, costellati da carsici eccetera che bucano il pensiero, promettendogli di “tornare indietro” a riprendere il filo ingarbugliato del discorso. L’eccetera, tenera, fiduciosa e timida sineddoche di avvenire, promessa e premessa di adempimento che forse mai verrà, è un ponte virtuale, mai edificato, che si lascia andare verso l’infinito possibile, incorpora l’idea di tempo e di spazio, si sforza di assorbirla nel testo: inconsciamente, ma non del tutto, si slancia oltre il confine del finito per ridurre il suo Oltre, testualizzandolo. E nel far cenno con l’eccetera al “di nuovo, fra poco”, al “dopo” come “oltre” dell’“adesso” e del “qui”, riversa la spazialità nella temporalità, trasforma il ghirigoro, nodo grafico che è allegoria d’un nodo mentale, in sconfinamento, in un viaggio oltre i confini. Di queste a altre minuzie su cui ruota il pensiero nel suo farsi linguaggio andavamo a caccia con lui.

Giorgio si appassionava a riflettere sulle indicazioni che il discorso interiore lancia al corpo, e sulla stessa macchina organica della mente. L’eccetera di Leonardo gli interessava in quanto accorgimento mnemonico, vera e propria «stenografia del pensiero» (secondo la bellissima definizione di Carlo Pedretti), e nel contempo in quanto segno di un limite naturale, irriducibile, del composto materiale che si chiama umanità rispetto alla proliferazione rapidissima, allo scintillìo saettante dell’attività mentale.

Accanto alla formidabile Storia universale della scrittura (1985), libro fondamentale sul tema, che oggi sarebbe più che mai necessario ripubblicare, fra i saggi più compiuti e originali di Giorgio Cardona è l’Antropologia della scrittura (Loescher 1981, ripubblicato nel 2009 da Utet nella collana antropologica di Vincenzo Matera con la prefazione di uno fra i più grandi nostri paleografi, che tanto spartì con Giorgio, Armando Petrucci). Qui Cardona giunge a un’affermazione di immenso interesse per chi si occupa di scrittura, di letteratura, del suo rapporto con la lingua, e che mi sembra preludere, con tanti anni di anticipo, a molte recenti conquiste delle neuroscienze, di cui al tempo non esisteva ancora l’idea: «La comprensione della funzione grafica [è] per noi seriamente limitata dal presupposto che si debba partire dalla codificazione della lingua. Considerando questa la prima e più importante funzione della scrittura, ci si impedisce di cogliere all’opera la funzione grafica come modellizzazione primaria del pensiero. È […] abbastanza ovvio che per noi studio, applicazione mentale, sforzo intellettuale siano sinonimi soprattutto di parola scritta, di righe di testo con cui ci si confronta per molte e molte ore della propria vita. Questa simbiosi con la forma scritta è per noi ormai così avanzata che, salvo in rarissimi casi, l’organizzazione stessa di un contenuto mentale […] richiede che i nostri pensieri assumano forma scritta per potervi riflettere. […] Così anche l’attività mentale, speculativa, raziocinante, analitica è, in buona parte e per molti, riflessione in margine a un testo scritto, sia pure da noi stessi prodotto, e lo spostare una virgola o sottolineare una parola ha per noi il valore di un atto di pensiero e di riflessione. Dunque buona parte delle nostre attività conoscitive e mentali in genere ha come punto di partenza il riferimento al modello della scrittura».

Insomma: pensiamo come scriviamo, e scriviamo come pensiamo. Il moto del pensiero, ondulatorio e desultorio quanto si voglia, viene per così dire messo in riga nell’esecuzione dell’atto conoscitivo, quasi fosse una scrittura. E non insisto sul movimento “da sinistra a destra”, perché essendo l’uomo un essere simmetricamente bilaterale e bipolare magari un giorno si scoprirà che altre civiltà pensano, che so, “da destra a sinistra”, o “dall’alto al basso”, o viceversa. Il discorso interiore, ho imparato ragionando con Giorgio, è la trascrizione virtualmente scritta del pensiero che si sviluppa, che avanza. «La lingua scritta» (dice ne I sei lati del mondo. Linguaggio ed esperienza, 1985) è il «miglior modello» delle «modalità in cui prendono forma il nostro pensiero e i nostri insiemi di conoscenze», perché è «più regolare nelle sue forme interne, e lo è perfino nelle sue rappresentazioni visive, delimitata com’è, inquadrata, tirata in righe». È la paradossale, complessa e ancora ignorata vocalità scritta del discorso interiore a interferire talora con l’attività di scrittura materiale: questo dimostra, appunto, che il pensiero “si scrive” interiormente, e talora s’intreccia con l’attività di scrittura, creando delle forme di lapsus vocali-scritti, definite endofasie da Gastone Pettenati, ammiratissimo maestro socratico di Giorgio, autore di microstudi frammentari e geniali ormai sepolti nell’oblio (è uno degli altri studiosi che andrebbero fatti conoscere dalle nuove generazioni: e sarebbe necessario pubblicare almeno una collezione di suoi scritti, che lui in vita non realizzò mai).

La mente di Giorgio era proprio veloce. Correva, scivolava, s’intrufolava, collegava, anticipava, saltellava, giocava. Avanzare nella conoscenza della nostra mente era, d’altronde, il suo progetto: forma e contenuto del conoscere in lui coincidevano. Nello stesso istante si concentrava e si divertiva, disseminando, ramificando, con fulminee profumate fioriture. Soprattutto, traduceva istantaneamente, d’istinto, ogni esperienza in gioco conoscitivo, ogni ricerca in svettante architettura dello spirito. Il suo era un perfetto modello della mente umana, direi nella sua forma semplice. Una forma di vita, appunto, dinamica, sempre potenziale, sempre aperta all’oltre. Al fondo del fondo della curiosità, che muoveva la ricerca di Giorgio attraverso i più disparati campi della natura e della cultura in perfetta sincronicità e coerenza di visione, non c’era, credo, soltanto il desiderio di sapere. C’era, nel senso antropologicamente più completo, il voler sentire, provare, sperimentare, capire.

Quante cose “sapeva”, quante ne “sentiva” e “provava” e “sperimentava”, per “capire”? L’antropologia culturale e l’etnologia. Molte lingue e dialetti dell’Africa e delle due Americhe. Il cinese, il tuareg, il cuna, il dogon. Parecchie lingue indoeuropee. Le lingue e le letterature romanze. Indimenticabili, nell’antico Istituto di Filologia romanza diretto da Aurelio Roncaglia, al primo piano della Facoltà di Lettere della “Sapienza”, le riunioni per lo Schedario di Cultura Neolatina, insieme con Francesco Agostini, con la “loro” sezione di Linguistica romanza”? Con Francesco (un altro amico, un altro studioso prezioso, unico e insostituibile, scomparso come Giorgio troppo, troppo presto) trasformarono il somalo in lingua scritta, lavorando per anni sul problema anche teoricamente appassionante dell’alfabetizzazione di una lingua solo orale. Li ricordo quando, insieme, giovani tanto geniali quanto generosi, rarissimo esempio di una civiltà etica, intellettuale e umana quasi scomparsa, mostravano fieramente una scatola di legno, neppure troppo grande, che conteneva, dissero, ridendosela ciascuno dei due nella propria filosofica barba, «la Biblioteca Nazionale di Mogadiscio».

Una volta proposero a Giorgio di partecipare a un convegno a Spoleto sulla presenza dell’animale nella civiltà mediolatina. Decise di parlare dei nomi dei cavalli sulla base del colore del pelo e della criniera. Roba da mongoli, da unni e altri barbari arrivati dalle steppe e fermatisi nelle pianure dell’Est europeo. Che cosa fece Giorgio? Partì per l’Ungheria e vi rimase una settimana, a cercare tracce arcaiche, ormai fossili, del rapporto fra quei nomi e quelle gualdrappe equine. Lavorò nella Biblioteca di Budapest, e tornò con un chilo di appunti in ungherese e altri idiomi impronunciabili, scrivendo poi un saggio erudito, acuto, vivace, solido come sempre, innovativo, mai prima pensato da alcuno.

Un’altra volta scoprì un bestiario fantastico impensato. Preparava, nel 1975, il meraviglioso Indice ragionato del Milione toscano edito per Adelphi da Valeria Bertolucci Pizzorusso, in cui ha restituito le trafile linguistico-concettuali delle fonti di Marco Polo, persiane e mongole, ma non cinesi, e con la mediazione portoghese di Goa e Macao. Per lui una storia di parole diventava storia semantica di metamorfosi e di incomprensioni. Fra le mille pepite d’oro che portò alla luce in quello scavo geniale c’è la restituzione di un mirabile mostro linguistico: dietro al cat maimun dell’originale francese del Milione, divenuto (al pari del cat paul > gatto padule) l’incongruo, spaventoso gatto mammone che infestò la letteratura trecentesca e i sogni di milioni di bambini, Giorgio riconobbe e tirò fuori una scimmia (mamun, credo, in arabo o in turco, e infatti ancor oggi maimuţă in rumeno), in nessun modo imparentata con il mostro divoratore da incubo.

La ricerca, nata come esercizio mentale di associazione e di analisi delle probabilità, si trasformava così in una rete di straordinaria ampiezza, nella quale restavano impigliati i pesciolini del pensiero. Ma la restituzione critica delle tappe progressive attraverso cui si deformava l’idea, nel trasformarsi delle parole che la dichiaravano, non era solo un esercizio mentale, un gioco culturale appassionante; doveva, come sempre, confrontarsi con la realtà: in questo caso con le lezioni dei codici, che andammo insieme a vedere, in un viaggio in treno a Firenze, alla Biblioteca Laurenziana, per verificare “lo stato dei fatti”. Ne nacque un saggio notevolissimo, Lettura paleografica e lettura etimologica, uscito nel 1978 in una sede accademica: è uno scritto praticamente introvabile, e mi pento di non averlo ripubblicato nella raccolta I linguaggi del sapere che curai in memoria sua da Laterza nel 1990.

Giorgio aveva, poi, conoscenze incredibili nelle più varie letterature, nelle storie, nella geografia, nel pensiero filosofico di varie civiltà, nelle scienze naturali. Per primo colse, in Italia, l’importanza della nascente etnolinguistica. Lavorò sulla psico- e socio-linguistica, sulla voce, sul ritmo, sul “discorso interiore”, sugli aspetti non immediatamente comunicativi della scrittura, magico-simbolici, metaforici (alcuni suoi saggi meravigliosi su questi argomenti li raccolsi in I linguaggi del sapere). I Padri della Chiesa li aveva già letti prima dell’Università, a vent’anni, naturalmente in latino, in greco, in siriaco e in armeno (lingua che insegnò per anni prima all’Orientale di Napoli, poi alla “Sapienza”).

Giorgio era un maestro strepitoso, e anche un divulgatore di classe, misurato e appassionante, seducente e rigoroso. Insegnare per lui era accompagnare un Altro, alla pari, in impensabili attraversamenti delle frontiere, e specialmente nell’invenzione di rotte e di piste mai prima tentate, intricate come labirinti eppure nitidissime nel disegno che lui ne delineava. Qualche volta (come per l’etnolinguistica, e la scienza della vocalità) questo ricercatore e superatore delle frontiere diventava un eccellente sistematore di saperi. Come gli artisti, e come il mago e lo sciamano di Ernesto de Martino (Il mondo magico), era «il signore del limite, l’esploratore dell’oltre, l’eroe della presenza».

Con lui, in realtà (ed è la cosa più strana, più difficile da spiegare), non si parlava mai di cultura. La si respirava, ci si giocava. La si attraversava, andando e venendo come borderlines fra saperi sconfinati e sempre “sbordati”, perché rendeva la vita migliore, più divertente e saporosa. Casa sua era il porto di Alessandria, la via della seta, un suk orientale di madornale vivacità. In quei settanta metri quadri ho conosciuto metà del mio universo: cervelli finissimi, gente simpatica e che sapeva condividere le passioni, anche qualche mezzo matto di genio. Chiacchierando con Giorgio potevano saltar fuori Jules Verne e i Tre moschettieri (che poi erano quattro, faceva notare collegando la cosa a Dumézil e alle mitologie indoeuropee); le tecniche di pesca al salmone nel Nord Ovest americano e certe incredibili “lingue tamburate” o “fischiate”; i “suoi” viaggiatori cinquecenteschi e gli amuleti o i filatterii apotropaici nelle tradizioni popolari europee; l’Indiculus superstitionum et paganiarum e gli slogan elettorali americani; la Patagonia di Bruce Chatwin e l’iscrizione, scomposta lungo i secoli, di nomi degli animali nel mosaico di Palestrina. Quest’ultimo, a vero dire, è l’unico tema su cui, in un ventennio di frequentazione quotidiana e di chiacchiere vane sullo sterminato scibile umano, progettammo un lavoro in comune, magari con un po’ di snobistica indulgenza al divertissement. Infatti ne parlammo per ore, e poi non ne facemmo nulla: mi rimangono poche schede, un’insaziata curiosità e una grande nostalgia.

Al di là dei tantissimi specialismi che dominava, Giorgio desiderava sopra ogni cosa fare esperienza diretta della mente umana. Voleva penetrare il suo macchinismo e il suo organismo, cogliere la struttura-base del suo funzionamento, del suo agire, delle sue forme.

Come pensa l’uomo? Qual è la forza, quali sono i modelli che plasmano e muovono il pensiero, fra la sperimentazione del mondo e la sua conoscenza ordinata? Il tema e il modo del ricercare in Giorgio si inseguivano, si corrispondevano esattamente. Avanzava la forza limpida della sua argomentazione, proprio come fluisce liquido il pensiero nel solco della scrittura: così come viaggia il tempo della vita, del pensiero verbalizzato, “da sinistra verso destra”. Quel pensiero, al pari della vita, cresce, si sviluppa, sospinge e sostiene una dimostrazione tesa, concentrata, ma mobilissima nell’andirivieni esemplificativo, che saccheggia come un visigoto o un soldato di Tamerlano i saperi più eterocliti.

Giorgio sapeva scrivere perché sapeva pensare e parlare. Mentre parlava e mentre scriveva il pensiero galoppava balenante, sul cavallo pezzato della sua mente da nomade irriducibile, che lasciava tracce scritte degli zoccoli sulla carta o sul computer, o anche nell’aria. Volava in un secondo dal Mali al Messico, dalla Grecia arcaica al Sud-Est asiatico, dalla Cina alle terre degli Eschimesi. E non perché “cercasse esempi” per sostenere il suo discorso, la sua tesi. Anzi, l’impressione, ad ascoltarlo (e anche a leggerlo), era che il pensiero fosse già “là”, all’arrivo, ad aspettare le parole per un appuntamento necessario. Così, diceva Giorgio, lavora la Mente umana.

Una tra le idee forti e originali più limpidamente approfondite nei due libri dai titoli parlanti e allegorici apparsi nel 1985, anno di grande fecondità per Giorgio (La foresta di piume. Manuale di etnoscienza; I sei lati del mondo. Linguaggio ed esperienza), è che tra il piano della formulazione linguistica di determinati saperi e quello della loro strutturazione conoscitiva non c’è coincidenza. Insomma, il linguaggio non “è” il pensiero, né il pensiero “sta dentro” il linguaggio. Componenti emozionali, conoscitive, immagini, suoni, percezioni sensoriali, intervengono a coordinare e formare la complessa procedura gnoseologica. Come il fonema rappresenta la cellula-base del linguaggio vocale, e il grafema della sua forma scritta, così, ipotizzava Giorgio, esisterà un noema, unità minima del pensiero, irriducibile alla mera componente linguistica.

«Non tutti i nuclei concettuali devono necessariamente trovare riflesso in un segno; tra il piano soltanto noetico e quello linguistico non c’è assolutamente isomorfismo» (La foresta di piume). Il residuo è vita, energia, potenzialità, indicibile a parole o per immagini. La scienza è fondamentale, ma non è tutto. Non conosco una critica più diretta e aguzza scagliata verso l’idea chomskyana di grammatica universale, platonica e non storicizzabile, e in generale contro la legione dei linguisti che assolutizzano e insieme riducono la complessità dell’esperienza conoscitiva facendola coincidere con quella del linguaggio. Nell’Introduzione all’etnolinguistica (1976), studio radicalmente innovativo in Italia, precisava, correggendo il tiro di Language, thought and reality di Benjamin Lee Whorf, che occorre «studiare ogni manifestazione linguistica in rapporto alla particolare cultura che l’ha prodotta, ma sullo sfondo di una rete di categorie universalmente valide»; «le categorie di fenomeni linguistici» hanno «sempre rispondenza puntuale nelle società più diverse, indipendentemente dal grado di stratificazione e di sviluppo tecnologico». In anni in cui la parola “cognitivismo” non era neppure stata inventata, e mancavano ancora dieci anni ai primi libri di Oliver Sacks e una ventina a quelli di Gerald Edelman e António Damásio, e a disposizione c’era, al massimo, Verso un’ecologia della mente del grande Gregory Bateson (1972), Giorgio cognitivista lo era già, per sua conformazione naturale e culturale, proprio come quel personaggio di Molière che parlava naturalmente in prosa, e non lo sapeva.

Giorgio Cardona si applicava a studiare gli scarti fra unità di pensiero, unità di immagine, unità di emozione, unità di scrittura e di vocalità. Il linguaggio per lui “poggia” sul pensiero, lo plasma, prende forma in esso, lo indirizza e lo fa fluire. Ma non coincide con esso, così come un albero può essere coperto di uccelli restando vegetale, senza mutare la sua natura, ma accogliendo, sostenendo, i volatili che vi si posano. Fu a quel punto che, mentre parlavamo, sbalordito per la profondità semplice e originale di quest’idea, pensai a un celebre quadro di Magritte (che purtroppo Laterza non accettò poi di mettere in copertina, per un problema di diritti d’autore) popolato da verdissimi uccelli-alberi che spuntano da terra come fossero una sola realtà intrinsecamente unitaria, gli proposi: La foresta di piume. Il titolo gli piacque, e continua a sembrare efficace anche a me, perché spiega in una colorita metafora che la lingua “fa il nido” sui rami del pensiero, li avvolge con le sue piume morbide, e alla fine sembra quasi che piumata sia la foresta della mente, mentre fra i due livelli, i due momenti, c’è organicità e integrazione, ma non coincidenza assoluta. Il resto impronunciabile è, appunto, il fiume dell’esistenza. Si chiama vita. E morte.

Ne I sei lati del mondo, domandandosi se sia il linguaggio che influisce sulle nostre visioni del mondo, o se invece sia la realtà a imprimere il suo segno sui nostri modi di esprimerci, Giorgio mise in luce il “modello corporeo” con cui l’uomo organizza lo spazio: non solo “alto” e “basso”, ma anche “destra” e “sinistra”, e “davanti” e “dietro”. Cesare Segre, in Notizie dalla crisi (1993), richiamandosi anche alle ricerche di Th. Luckmann e di Harald Weinrich sul «corpo umano come struttura fondamentale della condizione umana», salutava con piena adesione le pagine dei Sei lati del mondo sul nesso «fra l’orientamento del corpo nello spazio e le preposizioni» e sulla «specularità fra l’uomo e il mondo», dell’«antropomorfizzazione del mondo e delle cose». Giorgio, per aprire il suo capitolo, si era richiamato a Leonardo nel Codice Trivulziano: «Ogni omo sempre si trova nel mezzo del mondo e sotto il mezzo del suo emisperio e sopra il centro d’esso mondo»: la postura eretta dell’Homo sapiens era già l’Homo copernicanus che sfora con la testa oltre le nuvole, pronto a misurare anche l’immisurabile.

La finezza e la forza limpida dell’argomentazione di Giorgio Cardona muovendo da un luogo comune vi riconosceva un sottofondo, uno spazio disposto all’ermeneutica, nell’interstizio fra lingua e pensiero, e lì lavorava, scavava, scopriva filoni auriferi: «Il detto greco ‘di tutte le cose è misura l’uomo’ (pánton tôn prámmaton métron ho ánthropos) viene citato per solito per ricordarci il senso della relatività posseduto dai Greci. Non c’è dubbio che l’interpretazione che vede in questo detto una tranquilla e coraggiosa professione di fede laica può essere giusta. Ma forse raramente o mai si pensa che il detto vada preso innanzitutto alla lettera. L’uomo è effettivamente la misura di tutte le cose, nel senso corrente in cui oggi si dice “a misura d’uomo”, e questa logica sottostante traspare da innumerevoli indizi; le misure delle cose sono corporee (pêkhus ‘cubito’), il linguaggio è visto come un corpo articolato e perfino il tempo è analizzato a volte su un riferimento corporeo». Questo significava, per lui, abitare nel linguaggio.

corrado.bologna@sns.it

 

L'autore

Corrado Bologna
Corrado Bologna
Corrado Bologna ha insegnato Filologia romanza in diverse Università italiane e straniere, e Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi saggi sui principali autori delle letterature europee. Il suo ultimo libro è Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, Luca Sossella, Roma 2022.