«Occorrono troppe vite per farne una». Mary de Rachewiltz, che il 9 luglio ha compiuto il suo primo secolo di vita (è nata a Bressanone il 9 luglio 1925), ha sempre amato questo verso di Montale, l’ultimo di L’estate, nelle Occasioni. Quante potenzialità devono sfumare, quante invece accumularsi ed evolvere, perché una vita prenda forma, si raccolga in sé stessa: «e qualcosa che va e tropp’altro che / non passerà la cruna», era la sentenza montaliana in rima. Passa ricamando con eleganza la cruna dell’ago creativo di Mary de Rachewiltz, poetessa, traduttrice, intellettuale, nata da una relazione di Ezra Pound con la violinista Olga Rudge. Mary avrebbe anche potuto portare il cognome altissimo di suo padre, se Ezra, con la testa fra le nuvole, non avesse dimenticato di concludere l’atto di riconoscimento della bimba, anziché lasciare incompleta la documentazione, come ha ricordato di recente il nostro migliore studioso poundiano, Massimo Bacigalupo.
Dall’età di 14 anni Mary, che aveva vissuto l’infanzia e la giovinezza in una famiglia di contadini della Val Pusteria, cominciò a tradurre in italiano i Cantos. Il còmpito glielo affidò suo padre, «il miglior fabbro» della poesia novecentesca, innamorato di Cavalcanti, di Dante, dell’Umanesimo e del Rinascimento: e non sarebbe esagerato, né ingeneroso, dire che questo lavoro, concluso e pubblicato per i “Meridiani” di Mondadori nel 1985, centenario della nascita di Pound, costituisce il più grande capolavoro di Mary: riplasmando nella lingua dell’accoglienza le asperità e le vette himalayane dell’originale paterno spalanca un universo impensato, non solo specchio del testo poundiano, ma riverbero colmo di allusioni talora impercettibili nel livello di partenza. Preceduta da una breve e luminosa Introduzione, la versione integrale in italiano dei Cantos è senza dubbio l’impresa poetica per cui dobbiamo un’immensa gratitudine a Mary de Rachewiltz.
Per lei, infatti, non si trattava solo di “tradurre” il testo originale inglese, o comunque scritto in quella rivoluzionaria miscela linguistica che Pound riuscì a creare, introducendo nel canto LII addirittura delle “righe nere”, emblema della censura che fu imposta in America nel 1940 per cancellare le tracce di un attacco antiebraico alla famiglia Rothschild (Pound non volle più recuperarli, quei versi, proprio perché rimanesse memoria della misura inquisitoriale patita). La fatica di Mary, che riprese e completò alcuni esercizi di autoversione di Ezra, fu qualcosa di più che una “traduzione”: nel volgere nella nostra lingua la dinamica e scheggiata architettura mentale dei Cantos lei, nata da due americani, ma educata a Firenze e poi in Tirolo, in certa misura risalì il fiume della storia e della vita, penetrando negli interstizi della creatività di suo padre e per così dire “restaurando” molti strati impliciti, spesso invisibili, della sua scrittura, così radicalmente intrisa di civiltà italiana. Un esempio palese è nel LXXIV, il primo dei Canti pisani, al cui centro si può riconoscere il fulcro della poetica cavalcantiana sulla fantasia e sul formarsi delle immagini in quel «luogo» («and that certain images be formed in the mind / to remain there / formato locho»), che nelle note la stessa Mary de Rachewiltz collega allo studio dedicato da Pound a Cavalcanti fra 1910 e 1931, e pubblicato nel 1934: «Per mantenere tutte le distinzioni il “formato locho” dovrebbe essere, direi, la “fantasia” stessa, già pervasa dall’accidente, che viene dalla forma vista».
Se si vuol comprendere a fondo il pensiero poetante di Guido è necessario ritornare all’importantissima Introduzione a Sonetti e Ballate di Guido Cavalcanti, saggio innovativo nelle ricerche sul «primo amico» di Dante, che nel 1912 Pound premise a una sua traduzione dall’italiano, e che Mary de Rachewiltz ha inserito nel 1970 fra le Opere scelte poundiane, da lei curate sempre per i “Meridiani” di Mondadori. Anche in questo caso la traduzione offre perle segrete del lavorìo originale. Un solo esempio della sottigliezza interpretativa con cui Mary ha tradotto: «Più di Guido Cavalcanti nessuno psicologo delle emozioni è acuto nel comprendere, preciso nell’esprimersi; in lui non vi è retorica, ma sempre il tracciato esatto, sia del dolore, o dell’apatia che subentra quando le emozioni e le possibilità di emozione sono esaurite, o quello stato più strano quando il sentimento per la sua intensità sorpassa il nostro potere di sopportazione e noi stiamo come in disparte a osservare come subissa una cosa o un essere con cui non riusciamo più a identificarci». «We seem to stand aside and watch it surging across some thing», aveva scritto Pound. I dizionari propongono, per «to surge across», «dilagare» o «irrompere attraverso»; invece Mary de Rachewiltz introduce nella versione italiana quel formidabile «come subissa una cosa», che Pound avrebbe molto apprezzato per la sua ontologica abissalità, così prossima alla poetica di Cavalcanti, supremo «psicologo delle emozioni» e degli sconfinati orizzonti interiori. Così lavorava Ezra Pound, classico del Novecento; così ha lavorato e lavora la secolare Mary de Rachewiltz, innestandosi come corpo vivo nella parola del Padre, continuando a scavarla, a subissarla, fino a risalire gli anni, a rimontare i decenni e le interpretazioni, e le metamorfosi.
Dieci anni dopo l’uscita del Cavalcanti, nella gabbia infuocata di Pisa dove gli americani lo imprigionarono per la sua partecipazione radiofonica alla propaganda mussoliniana, l’intuizione su «come subissa una cosa o un essere con cui non riusciamo più a identificarci» riemerse certo nella memoria creativa di Pound, assediata dal «tropp’altro che / non passerà la cruna»: in primo luogo dal ricordo allucinatorio, quasi mitologico, di Mussolini appeso per i piedi in Piazzale Loreto, con il quale si apre il LXXIV, così tradotto da Mary de Rachewiltz: «Pesa il tragico sogno e curva le spalle / del bifolco / Mani nella concia, Mani impagliato! / Così Ben e Claretta a Milano, / pei calcagni a Milano / E i vermi a divorare la carogna del torello».
Un esempio esplicito e prezioso del recupero sottile, da parte della traduttrice-ermeneuta, delle “fonti” segrete poundiane rese quasi invisibili nella rielaborazione originale, prende corpo nel canto XC, dove una bellissima citazione da Riccardo di San Vittore, di cui Pound si appropria genialmente in inglese («“birds for the mind” said Richardus, / “beasts as to body, for know-how”»), viene risarcita nella sua letteralità entro la versione italiana («“In avibus intellige spiritualia” disse Riccardo / “in animalibus exercitia corporalia”»). Per compiere una simile ricucitura, delicata quanto importante, Mary ricorre al piccolissimo, prezioso libro Pensieri sull’amore di Riccardo di San Vittore, 21 aforismi estratti dal settantenne Pound mentre si trovava nel manicomio di Washington, in particolare dal Benjamin minor e dal De gradibus charitatis, e stampati dal ventenne Vanni Scheiwiller nel 1956. A p. 26 di questo microscopico libretto si legge esattamente: «In avibus itaque intellige studia spiritualia, in animalibus exercitia corporalia». Innestata come un rarissimo ramo in una pianta viva, la citazione di Riccardo scovata da Pound e divenuta per lui un altissimo modello di pensiero poetante, viene dissepolta da Mary de Rachewiltz dal fascicolino quasi invisibile di carta, e trascina con sé secoli di pensiero, sconfinati subissamenti di cose e di idee. La traduzione-interpretazione dei Cantos va riconosciuta come una delle opere poetiche di Mary, in cui poesia e pensiero si saldano perfettamente. Già nelle parole che chiudono l’Introduzione ai Cantos Mary riconosce molto acutamente, prima di tanti specialisti, la presenza fondativa del neoplatonismo eriugeniano e riccardiano, e fa ricorso proprio al termine processo per indicare il percorso spirituale della catabasi e dell’anabasi del Poeta: «Nei lunghi anni di reclusione, Pound era tornato col processo del descensus et reditus di Eriugena agli studi interrotti dall’imminenza e poi dallo scoppio della seconda guerra mondiale. I trovatori e Cavalcanti, più che Dante, l’avevano iniziato alla visione neoplatonica. Gli era rimasta l’ira per la condanna di Eriugena, per il massacro dei Catari. […] Pound ha percorso per gradi actio, cogitatio, meditatio, contemplatio, seguendo la figura radiante di Riccardo da San Vittore: “Felicem cui datum est dispersiones cordis in unum colligere”». Felice colui a cui è concesso di raccogliere in unità tutto ciò che nel cuore si disperde!
Il testo italiano dei Cantos, grazie a questa tramatura di recuperi, paradossalmente restituisce con maggiore profondità l’intenzione poetica dell’autore, celata nei rinvii camuffati, nelle criptocitazioni, che Mary illumina studiando, nel tradurre, le fonti di Pound.
Mary de Rachewiltz, che respirò poesia e italiano fin da piccola, nella nostra lingua ha composto un mannello di liriche apparse in cinque plaquettes fra 1965 e 2002, soprattutto per l’impegno di Vanni Scheiwiller, ed ora raccolte in un solo volume (Processo in verso, a cura di Massimo Bacigalupo, ed. Bertoni, Chiugiana, PG, 2025, pp. 377, € 22). A ragione Bacigalupo sottolinea quanto la poesia di Mary de Rachewiltz suoni come «una voce fuori dal coro», e si lasci «leggere e ammirare per schiettezza, nitore, e magari scaltrezza». Di certo la sua vita e la sua scrittura dipendono «dal padre e dal suo mito, fardello pesante ma anche esaltante». Tuttavia, nonostante sia “una Pound”, Mary ricava, nello spazio della scrittura poetica, una sua dimensione personalissima, come ribadisce Bacigalupo: «Mary scrive testi di grande originalità che vanno quasi sempre dritti al segno e che non si perdono certo in futili esercizi formali, “alla maniera di”. Perciò meritano un posto fra i racconti poetici che ci ha lasciato il Novecento, sono una parte non marginale di quel piccolo grande universo. E ricordano di ricordare, anche per noi lettori».
Pound uomo, il Padre, il Vecchio, è sempre nella memoria di Mary, a cominciare dal suo avventuroso viaggio con mezzi di fortuna da Roma a Gais nel settembre 1943: «Vecchio, non valeva la pena / tu facessi / mille chilometri a piedi / con scarponi cappello / e fardello altrui / per venirmi a dire / una verità / se ora la rinneghi»; «Vegliardo, guarda oltre il muro, / saluta il sole al tramonto…» (in Il diapason, 1965); «Diceva mio padre / fedeltà coniugale / spesso e volentieri salta / una generazione…» e «Finiscono le figlie dei poeti / in convento manicomio o suicide…» (in Processo in verso, 1973). Attraversa questa poesia, a tratti, un lieve soffio biblico pensoso e amoroso, da Ecclesiaste o da Cantico dei Cantici: «Madama Pioggia. / Ai quattro angoli del mondo / ho portato la mia pena. / Ai quattro venti ho gridato / il mio dolore. Ma il mondo / era sordo, era vuoto; e il vento / mi giocava gonfiandolo. // Ora da Madama Pioggia / nella stanza più interna / mi sono rifugiata. / Qui tra le mie nuvole / tutto tace e talvolta / il sole ridendo alto in cielo / si diverte a tessermi / in arcobaleno i capelli» (in Processo in verso, 1973).
Emergono anche, nella poesia di Mary de Rachewiltz, tracce di notevoli artisti contemporanei, come Mimmo Paladino: «dalla bocca nel disco sgorga / la verità di Paladino / limpida, e forte è il getto» (Belvedere, in Polittico, 1996); «Maschere figure / ferite formano / un corpo / elettivo politico / che in Santa Croce / risveglia Alfieri / e Paladino»; e anche, nella stessa lirica, la memoria dello sport eroico degli anni Quaranta e Cinquanta, proiettata con leggerezza sull’epopea omerica: «Dai frammenti e dalle prove / che il vento scompiglia sui muri / bianchi si snoda la storia / mentre sugli spalti i campioni / gareggiano ed Elena, la dama bianca / guarda le ruote fermarsi: / Forza Coppi! Bartali forza / che Scamandro t’insegue!».
Raccogliendo tutte le poesie di Mary de Rachewiltz in questo compatto volume, Massimo Bacigalupo ci permette anche di recuperare alcuni bei versi editi in origine come una piuma che vola, con l’accompagnamento di un disegno o di un’incisione; ad esempio L’assai schizzinosa signora mente (dal titolo che sorride con intenzionale ambiguità, giacché «mente» può essere verbo o nome): «Prende tanto tempo l’amore / e le mie forze sono in calo. / Mi chiedi per lettera: credi / che mai ci rivedremo? Non so / se ne valga la pena. Siamo / sfiniti dal lungo aspettare. / Due tronchi coperti di muschio / e di licheni mi paiono / i corpi, già saranno meno / ruvidi al tatto nella mente / se nel ricordo li soppeso / lisci come ciottoli bianchi / nel chiaro fiume, betulle / che sul monte si inchinavano». Ma emoziona anche ritrovare I was there, apparsa in un volume edito a New York nel 2011, davvero “nel nome del Padre” (Ezra Pound. Ends and beginnings. Essays and Poems, a cura di J. Gery e W. Pratt): «Io c’ero? / In tarda età / non importa / se eri / in compagnia / d’amore o sola / è l’odore di muschio / o di mare che senti / paesaggi infiniti / il fruscio di un albero / ondeggiante nel chiar di luna / lo porterai dentro / per quell’“ultimo / giorno convulso”» O la dantesca (e eliotiana) Poesia petrosa n° 6: «C’è nei poeti, come nei gatti, / una mezza luna luminosa / negli occhi, nei o verdi / che siano. Col crescere / o scemare dell’astro cambia / posizione, mai forma. / Nella pupilla dei poeti / e dei gatti c’è sempre / una falce di luna pronta / a riportare nel vessillo / il granchio e la ruota / di Diana cacciatrice, / la barca di Iside / o i piedi nudi della Madonna». Oppure la lirica, metafisica e visionaria, vincitrice nel 2003 del Premio LericiPea Poesia Inedita: «Sia la vita in perdita / piccola, ma sicura / per arrivare alla soglia / coronata d’alloro / leggera e senza orpelli / sulla lunga salita. // Per agnizione d’angelo / l’ispirazione conduce / dal vertiginoso caos / di un mondo in crescita / vegetale al celeste / vortice smaragdino».
Nella serie di poesie dedicate a Bobi Bazlen compare un nome, Ljuba, che ha una grande risonanza nella poesia del primo Novecento, fin dalla Liuba che parte di Montale (1939), dedicata a una giovane ebrea che il poeta colse con uno sguardo fulmineo alla stazione di Firenze, mentre saliva sul treno della salvezza con il suo gatto in gabbia. Chi sia quella Liuba montaliana, chi sia questa Ljuba di Mary, o se siano la stessa persona, lo stesso fantasma, non conta: è un nome poetico, una traccia nel tempo e nella memoria che attraversa i decenni, gli scrittori, i lettori. Ljuba approda, con il suo compagno felino, nella poesia di Mary de Rachewiltz sotto la sigla B. B., al n° 2: «Forse Ljuba aveva già deciso / di vivere aforisticamente / segregati in questo castello / al livello dei gatti / si parlava in inglese / del suo viso come pula leggero / sotto il tavolo a contatto / delle suole di stivali tedeschi / per sempre pallido e smunto. / Talvolta a notte fonda / dietro le spesse lenti / gli occhi richiamano il mio pianto / e sfioro l’anello / che diceva essere il quinto / chiodo della croce di Cristo».
La vita «aforisticamente segregat[a]» nel castello è probabilmente la proiezione della Mary-pastorella e poi castellana in Tirolo, personaggi-chiave del Polittico 1985-1995. Credo che la poesia attaccata all’osso, densa di eventi, storia e passioni, a ragione riconosciuta da Bacigalupo come eredità di Ezra, ingombrante ma ineludibile maestro, difficilissimo padre che dal fondo del disastro si proclama innocente, in Mary maturi nelle Poesie petrose, specie nelle Tre poesie, poesie sulla poesia in quanto fragile «ponte di liane», che varrà la pena di trascrivere per intero al modo di un poemetto coerente e continuo: «I. Poesia esime da / la corrispondenza con / amici di Kora in Hell e da / cartigli di Ka. Qual sabbia / nel pozzo in cui Dio mescola / polvere alle parole / altrove lette in altra lingua: / d’un tratto un nuovo Nobel / m’appare sul ponte / di Utagawa mentre la pioggia / cade desolata sulla Wisła / portando lustro / alla Szymborska. // Se in sogno una sera andai a vedere la vecchia / nel Noh moderno di Mishima / per imparare a dire “sì” / a un amico privo d’amore, / quando l’arcana sostanza / che tiene memoria con toppe / di luce intermittente si muove, / mostrerà la storia fugace / del ponte che mai osò attraversare. // Questa non è una lettera / né haiku d’altri tempi / che amici lontani s’inviavano, / è un ponte di liane / verso il suo mondo ostile». «II. Noi che non possiamo / comunicarci reciprocamente / solo attraverso poesie / nero su bianco, parole prive / di forma dette perché / troppo basso o tremulo / è il tono che scompiglia / il silenzio inviolato da piedini / scalzi sul lastrico / seguiti dai piedi nudi del padre / che proclama la sua innocenza – / ci chiediamo se la gioia mai più potrà / essere innocente dopo che un altro / uomo ammise il suo disastro». «III. Sono troppe le tragedie / Mancano i poeti per annotare / le varianze s’un tema: / come fra amici / che si sfidano per diletto / con occhi e orecchie / e le immagini e i suoni / gocciolano a spizzichi da fox-trot a tango / a un vortice / rosso di dervisci danzanti / che è tentazione dell’energia in gonna rossa / e pesa più della sua massa».
Ci sono però nella raccolta altre poesie, sicuramente poco “poundiane”, riconducibili all’esperienza straniante della gioventù in Tirolo. Una voce diversa canta qui, riscattando un universo bucolico e accostandolo alla molteplicità (ma anche centralità) delle lingue di cui Mary si nutrì fin dai primi anni: «Le capre m’accompagnano / meste più di un vero Chagall. / Ne incontro di nuove / sul mio cammino nei luoghi / impensabili in un’era / di voli spaziali. Le vecchie / capre mi restano accanto /o scure si muovono / fra sterpi incolori d’inverno / e brune d’estate contro i grigi / dirupi sull’opposto versante, / un tintinnio smussato / ricorda le voci di un tempo / italiane in salotto fra l’odore / di sigari, voci rauco-nasali, / ardue da afferrare in traduzione». «Accomuna talvolta il Tommaseo / la Toscana e il Tirolo. / È tarda la scoperta / di una profetica voce / che rende questa sorte / più amorosa e accorta / deplorando aver Poesia / per sventura prefiche / cui sfugge l’umore e la fantasia. // Qui noi villane ridiamo dei beceri e dei tordi / che non sanno zufolare / o schioccar a bocca storta / la lingua al baio».
Nella poetica di Mary de Rachewiltz è viva la costante, sotterranea coscienza della sua natura di Poetessa “figlia di Poeta”, e di dover per questo trovare una voce autentica, che non possa confondersi con quella del Padre. Mi piace, in questa dimensione, ricordare una lirica accompagnata da una “Nota d’Autore” in cui si incastona un bel verso di Pierre de Ronsard, che fa scintillare una sintetica autobiografia in versi, nella quale ogni aspetto della personalità culturale di Mary de Rachewiltz prende figura e voce: «Quand je serai bien vieille / ricorderò che hai ricordato // Fin qui ho vissuto una vita qualunque, / fungendo da anello / tra il perno stabile / e il giovane fuscello. / Ora vorrei acconigliare i remi, / voi due siete insieme, / voi giovani, voi forti / e io stanca. / Ho dato quel che ho dato. / Chiedo un po’ di silenzio / per ascoltare il vento / lieve che mi consoli, / e vivere con fede feroce / i miei antichi sogni / giungendo serena e umile / al (sapere di non sapere) / Nulla in Lui». Questa la nota in prosa che segue, chiusa da tre versi lapidari: «N. d. A. Non avendomi il miglior fabbro italiano forgiato un salvacondotto per i giardini dell’Elicona, mi tocca ripetere una bravata giovanile: varcare clandestinamente il confine. Trattavasi allora di coraggio fisico: superare di notte la catena degli Alti Tauri. Per pascolare, cogliere stelle alpine, dormire nel fieno e ballare coi pastori. Oggi il coraggio sta nel confessare una sconfitta. Non ho messaggi da proporre. Appartengo a nessuna scuderia. La mia vigna si chiama Tradurre. Queste non sono che alcune delle pagliuzze che hanno spezzato il dorso al mulo, alcune gocce che hanno fatto traboccare il vaso. Non seguono un ordine cronologico, piuttosto la configurazione geologica del mio terreno. Dirò soltanto che hanno inizio nell’an trentroisieme de mon age. / Hic jacet / avvolta in foglie d’alloro / s’è riposta tra i merli di un castello».
La vigna spirituale di Mary de Rachewiltz, lo dichiara lei stessa, «si chiama Tradurre». Traducendo il Padre cominciò a maturare, e continua ancora nella memoria incantata dei lettori, la sua parola lirica, capace di spiccare il volo da sola, cogliendo dall’alto, con occhio d’aquila, e raccontando a noi con lingua di colomba, la configurazione geologica della poesia poundiana. Mary cominciò a pensare, a parlare, a scrivere, in diverse lingue. Fu in Tirolo, in America, in Africa, nei salotti eleganti di tutto il mondo e nelle foreste alpine. Quando scelse l’italiano per tradurre e per poetare sapeva bene di star cominciando un braccio di ferro innanzitutto con Pound, e quindi con un’intera tradizione multilingue, a partire dai trovatori provenzali. A seconda dei nostri amori, nella II parte del Polittico, condensa perfettamente il subissare della voce poetica, della lingua che si fa strada per segnare la sua traccia: «A seconda dei nostri amori / cambiamo voce e madre lingua. / Siamo discese fra i tripodi / a chiedere da quali mai viscere / ci trassero i creatori / nell’attimo supremo della gioia, / se debole o forte fosse il piacere / e se sia troppo tardi per colmare / l’abisso dell’alterna forza. / In tutto l’illuminato soffrire / che io non seppi arginare / restasse intatto almeno il ricordo / della tua favola sul Montevivo / dove le farfalle riposavano».
L'autore

- Corrado Bologna ha insegnato Filologia romanza in diverse Università italiane e straniere, e Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi saggi sui principali autori delle letterature europee. Il suo ultimo libro è Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, Luca Sossella, Roma 2022.
Ultimi articoli
avvenimenti27 Aprile 2026Ricordando Romano Luperini
avvenimenti21 Agosto 2025«Occorrono troppe vite per farne una». Per i 100 anni di Mary de Rachewiltz
avvenimenti2 Giugno 2025La mano che pensa
In primo piano10 Maggio 2024«Tutta l’opera di Pietro si può tenere comodamente in una mano»
