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Una vita per il cinema: dialogo con Fabio Melelli

Fabio Melelli, laureato con lode in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale all’Università di Bologna con una tesi in Filologia del cinema, storico e critico del cinema, giornalista, attualmente insegna Storia del cinema 1 e 2 e Storia della televisione e dello spettacolo televisivo nel corso di Cinema e Audiovisivo dell’Accademia di Belle Arti di Perugia e Cinema italiano nel mondo nei corsi di Lingua e cultura italiana dell’Università per Stranieri di Perugia. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui una quarantina di volumi.  Ha curato mostre e rassegne cinematografiche. Dopo aver ricoperto vari incarichi come membro di commissione nella Regione Umbria e nel Ministero della Cultura, il 5 agosto 2025 è stato nominato Presidente della Commissione “Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola”.

Nel farti i miei più sinceri complimenti per la recente nomina, puoi dirci quando nasce la tua passione per il cinema e quali sono stati i primi film che l’hanno accesa?

Sono stato appassionato di cinema fin da bambino, tanto che per diversi anni ho avuto una frequentazione scolastica che con un forzato eufemismo definirei “saltuaria”, in quanto preferivo rimanere in casa a vedere film e telefilm. Dal momento che le fonti bibliografiche erano scarse, avevo anche iniziato a tenere un quaderno dove appuntavo i film che vedevo, con la lista degli interpreti, questo mi ha portato a riconoscere in breve una grande quantità di attori. Il mio primo “innamoramento” cinematografico è stato 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick che vidi molto piccolo insieme a mio padre in una sala di seconda visione; quel film mi ha fatto capire, forse inconsapevolmente all’inizio, quale fosse la potenza del cinema e come con esso si potessero affrontare argomenti di assoluta profondità filosofica con il linguaggio popolare delle immagini. Ma la mia passione per il cinema è stata sempre a 360 gradi, quindi, come spesso ripeto, nello stesso giorno potevo vedere Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson, con il suo austero rigore formale e l’incomparabile sobrietà narrativa, e C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara!, uno spaghetti western divertente e spettacolare, in cui il protagonista, interpretato da George Hilton, nascondeva la colt in una forma di pane.

Ho avuto la fortuna di averti come conferenziere nelle mostre perugine dedicate a Dante e a Pasolini. Mi ha sempre stupito il fatto che non ti limiti a spiegare i film, ma spesso riporti fatti e avvenimenti grazie alla conoscenza dei diretti protagonisti. Puoi ricordare qualche nome o episodio che ti ha particolarmente colpito nel corso degli anni?

Terminato il liceo classico, contemporaneamente agli studi universitari, ho intrapreso l’attività pubblicistica, collaborando all’emittente Radio Aut di Perugia, con la quale ho cominciato una lunga serie di interviste, che nel tempo mi ha portato a collezionare una quantità enorme di testimonianze di attori e registi. Sono sempre stato interessato a raccontare il dietro le quinte del cinema, a svelare storie sconosciute o poco note della settima arte. Il primo regista che ho intervistato e che ho invitato a presentare un film nel mio cineclub, all’alba degli anni Novanta, è stato Luciano Emmer – all’epoca già piuttosto anziano (era nato nel 1918) – un regista che nel tempo mi ha manifestato una benevolenza quasi commovente: pensa che per non farmi pagare le spese di spedizione dei suoi film e documentari, fossero in pellicola o su nastro magnetico, me li portava personalmente, in auto o con il treno. Un episodio curioso riguarda un regista di piccoli film horror degli anni sessanta, Massimo Pupillo, oggi considerato un cineasta di culto in tutto il mondo, che però nel 1992 quando lo cercai era totalmente dimenticato, tanto che la sua presunta morte, avvenuta dieci anni prima, era stata riportata dal prestigioso Patalogo della Ubulibri. Ma io che non mi sono mai accontentato di perpetuare l’esistente, avendo ritrovato un numero di Pupillo su un annuario, decisi ugualmente di chiamarlo. «Pronto, posso parlare con Massimo Pupillo?». Dall’altro capo del telefono mi rispose una voce gentile: «Sono io!». Al che, io non riuscendo a dissimulare la sorpresa, domandai ancorché sommessamente: «Ma scusi, non era morto?». Il “redivivo” ribatté pacato: «Ho saputo che hanno pubblicato la notizia della mia morte, ma io che non ero conosciuto da vivo, potevo smentire la mia morte?». Questa è una delle storie indubbiamente più strane che possa raccontare, anche se certo il tutto poteva in qualche modo essere prevedibile, dal momento che tra i film più famosi di Pupillo ce n’è uno che si chiama 5 tombe per un medium… Durante l’intervista, trasmessa in radio, Pupillo mi raccontò di come per simulare un cuore che estratto dal corpo continuava a battere avesse utilizzato la molla di una bambola giocattolo sistemata nell’organo di un bovino e di come per riscostruire un conflitto a fuoco in un canyon per il suo western Bill il taciturno, andò sulla spiaggia di Sabaudia con dei soldatini comprati alla Rinascente. Ho avuto la fortuna di passare un’intera settimana con Alberto Sordi, alla fine degli anni Novanta, e di raccogliere dalla sua viva voce gli aneddoti di cinquant’anni di cinema italiano: in particolare ricordo quando mi raccontò del suo primo film, Il Feroce Saladino, dove camuffato dentro la pesante e ingombrante pelle di un leone avvicinandosi troppo alla protagonista Alida Valli, di cui si era invaghito, cadde rovinosamente a terra, e di Scipione l’africano, in cui aveva fatto la comparsa vestito solo con mutande e canottiera – visto il gran caldo – agitando semplicemente una frasca, dal momento che era inquadrato in campo lunghissimo, dietro una moltitudine di comparse.

Il cinema italiano ha avuto nel passato straordinari registi e sceneggiatori che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Quali sono i primi che ti vengono in mente e a quale film pensi?

Come sai ho scritto un libro su Sergio Leone, d’altra parte il western all’italiana è stata per anni una passione totalizzante, che mi ha portato a ricercare anche il più piccolo e ignoto esempio del genere: quanti anni, per esempio, sono passati prima di riuscire a vedere titoli come La mia colt ti cerca… 4 ceri ti attendono!

Anche la commedia all’italiana è stata sempre al centro dei miei interessi, tanto che a una di esse, per me la migliore, Il sorpasso di Dino Risi, ho dedicato un intero libro, scritto insieme a Gerry Guida, in cui raccontiamo proprio come questo film rappresenti non solo una fotografia dell’Italia negli anni del Boom ma anche un modello di racconto cinematografico, in seguito imitatissimo. Gli sceneggiatori che hanno contribuito alla storia del nostro cinema sono tanti, ma certo i primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di Age & Scarpelli, che con film come I soliti ignoti, L’armata Brancaleone, Straziami ma di baci saziami e C’eravamo tanto amati sono stati in grado di incidere in profondità nel nostro immaginario, provvedendo la stessa lingua italiana di inediti elementi lessicali. Alla celebre coppia si deve anche la sceneggiatura de Il buono, il brutto, il cattivo, un altro film a cui sono molto legato: dieci anni fa per il cinquantesimo anniversario della realizzazione sono stato invitato in Spagna nei luoghi in cui venne ripresa la famosa sequenza finale e dove uno straordinario gruppo di volontari ha ricostruito, pietra su pietra, sui disegni originali dello scenografo Carlo Simi, il cimitero di Sad Hill, permettendo a noi ospiti d’onore di avere una croce a nostro nome!

Quali sono, a tuo avviso, le realtà più interessanti del cinema mondiale?

Rispetto a un tempo, oggi il cinema vive una fase di glocalizzazione, pertanto è possibile, grazie anche alla pervasività dello streaming, vedere film di tutto il mondo e accorgersi di come quasi ogni cinematografia nazionale del globo produca titoli interessanti. Certo non si può tacere di come certi paesi in questo momento contendano agli stessi Stati Uniti la leadership nel settore, e penso per esempio alla Cina e all’India. Negli ultimi anni il continente asiatico ha espresso valori molto importanti nel campo cinematografico, mi riferisco in particolare ad alcuni registi iraniani, che si richiamano in modo evidente alla lezione del nostro Neorealismo, e a diversi cineasti sud-coreani, che riescono sovente ad affermarsi tanto sotto il profilo artistico quanto sotto quello commerciale.

Ti rechi più volte l’anno a Los Angeles per incontrare le vecchie glorie del cinema. Si tratta di un omaggio al cinema del passato, o ritieni che quelle stagioni abbiano dato il meglio rispetto alla produzione statunitense attuale?

Vado a Los Angeles tre volte all’anno proprio per raccogliere le testimonianze di quella che è stata la Grande Hollywood, sia cinematografica che televisiva. Credo sia importante custodire la memoria e tramandarla per le nuove generazioni, non solo e non tanto per motivi storiografici, quanto perché ritengo che ancora oggi questo passato possa essere fecondo per il nostro immaginario. Spesso dimentichiamo che certe cose che oggi ci sembrano nuove in realtà sono già state fatte in passato e spesso molto meglio. Ma noi viviamo in un mondo che a volte sembra voler cancellare le radici, rifiutando valori identitari e preferendo cullarsi in un vacuo hic et nunc.

Sei ospite fisso della trasmissione di RaiUno Cinematografo e volto ricorrente del TG2 Italia, partecipi come critico e storico a moltissimi documentari, alcuni distribuiti anche nelle sale cinematografiche e reperibili sulle più popolari piattaforme, e a featurette per le edizioni home-video di titoli che appartengono alla storia del cinema italiano.

A ottobre verrà presentato all’Auditorium uno degli ultimi docu-film cui ho collaborato, Compagni d’arte di Carlotta Bolognini e Fabio Luigi Lionello , nel quale ho il compito di ricostruire le traiettorie biografiche ed artistiche di Franco Zeffirelli, Piero Tosi, Mauro e Manolo Bolognini e Anna Allegri, svolgendo il ruolo di trade-union tra la parte documentale e quella finzionale. A breve usciranno al cinema anche due documentari a tema musicale, uno dedicato alla musica progressive e l’altro alla Italo-disco, entrambi diretti da Pierfrancesco Campanella, in cui mi cimento nell’altra mia veste professionale, quella di critico e storico della canzone italiana. Credo sia importante, come dicevo prima, preservare la tradizione del nostro cinema, ricordare come siamo stati in grado di generare un immaginario potente che a distanza di anni ancora riscuote interesse, anche presso i giovanissimi. Ma ritengo sia anche opportuno improntare quest’opera di divulgazione e promozione a criteri sentimentali e passionali. Solo con una comunicazione empaticamente efficace, a mio avviso, si riesce a trasmettere una reale conoscenza, ciò vale anche per la didattica, naturalmente.

Hai pubblicato centinaia di articoli, moltissimi saggi e oltre quaranta monografie. Attualmente a quale progetto di scrittura ti stai dedicando?

Ho recentemente pubblicato un libro a cui sono molto legato, scritto insieme all’avvocato e docente Daniele Corvi, Le fondazioni Film Commission. Tra ruolo istituzionale e cineturismo, dove mi occupo proprio della parte relativa al cineturismo, approfondendo come e quanto oggi certi territori possano legarsi all’immaginario audiovisivo, cinematografico e televisivo. Anche in Italia ci sono dei luoghi che grazie alla televisione e al cinema hanno ottenuto un enorme visibilità, pensa alle cittadine siciliane in cui è stata girata la serie de Il Commissario Montalbano, per esempio.

Puoi accennarci quali saranno i compiti della neonata Commissione?    

La Commissione di valutazione Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola ha indubbiamente dei compiti importantissimi, si tratta infatti di valutare quei progetti che secondo le finalità del legislatore debbono integrare il passaggio del linguaggio cinematografico e audiovisuale da strumento surrettizio a materia fondamentale dell’offerta formativa scolastica. Un tempo i film venivano utilizzati, in ambito scolastico, per parlare di altro, letteralmente erano ridotti al rango di pre-testi, oggi invece si ritiene, a mio parere giustamente, che il linguaggio iconico debba essere considerato nella sua specificità e quindi reso oggetto esso stesso di formazione e didattica.

 

L'autore

Carlo Pulsoni
Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).