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Autobiografia di una nazione. Dialogo con Giuseppe Sansonna

La foto di copertina è di Patrizio Cipollini

Giuseppe Sansonna (giussansonna@gmail.com), classe1977, è un autore e regista di Rai Cultura. Ha firmato libri e documentari dedicati, tra gli altri, a Zdenek Zeman, Tomas Milian, Carmelo Bene, Mario Schifano, Dal 2019 scrive recensioni cinematografiche e saggi per «Linus». Nel 2016 ha pubblica per Minimum Fax Hollywood sul Tevere, raccolta di biografie in chiaroscuro di alcune star dello spettacolo italiano.

Dopo aver letto Il destino di un bomber, la storia, calcistica e umana, di Andrea Carnevale appare davvero come una storia fuori dal comune. Cosa ti ha colpito di più di questa storia? Quali sono stati gli aspetti più interessanti di questa narrazione?

Della vicenda umana e sportiva di Andrea Carnevale mi hanno colpito subito i rovesci del destino e i picchi di esaltazione, di una vita romanzesca, parabola individuale in cui sembra risuonare l’autobiografia di una nazione, divisa per capitoli. Dopo l’infanzia sottoproletaria, povera e dignitosa, il film neorealista degenera nell’horror rurale, per mano di un padre dall’aggressività patologica. Quando l’uomo uccide brutalmente sua moglie e poi, dopo qualche anno di manicomio criminale, si suicida, il calcio, per il giovanissimo Andrea, diventa ossessione e corazza. Utile a conquistarsi, con unghie e denti, l’approdo nella serie A più rutilante di sempre, epicentro spettacolare del secondo boom, quello degli anni Ottanta, più illusorio e feroce del primo. L’orfano di Monte San Biagio si ritrova nel Napoli di Maradona, al fianco del calciatore più ultraterreno mai esistito, diventandone compagno d’attacco e amico fraterno. Nella città più estrema del mondo, oscillante tra troppi paradisi e altrettanti inferni, in cui non si era mai vinto nessun trofeo, vince da protagonista due scudetti, una coppa Uefa e una coppa Italia.

Troppe iperboli, per un ragazzo dalla malinconia sempre strozzata in gola, nascosta dietro la furia agonistica. Seguiranno cadute e risalite, fino all’equilibrio attuale, di un sessantenne che oggi vive della sua intelligenza calcistica, e del suo occhio lungo, come quando era ragazzo. Scovando nuovi Carnevale nel mondo, da arruolare nell’Udinese.

Uno dei momenti di svolta della carriera di Andrea Carnevale è stato quello dei mondiali di Italia 90. Cosa hanno rappresentato secondo te quei mondiali per l’Italia e per il calcio italiano?

I mondiali del novanta sono una metafora fin troppo evidente del sofisticato intreccio di splendori e miserie di un Paese come l’Italia. Organizzatore di un Mondiale vissuto come celebrazione del made in Italy, della quinta potenza industriale del mondo, della terra promessa dei più quotati e pagati fuoriclasse del pianeta. Officiata dal gran cerimoniere Luca Cordero di Montezemolo, fu l’occasione per erigere nuove cattedrali del calcio e restaurarne di vecchie, dilapidando denaro a palate, accumulando vittime sul lavoro e debiti trentennali, registrando ritardi mostruosi e terrificanti inciampi organizzativi. Ma tutto sarebbe stato amnistiato, come sempre accade, in caso di vittoria della nostra Nazionale. Questo peso gravava sulle spalle degli azzurri, Carnevale incluso, e forse contribuì allo sfumare del sogno, di quella generazione forse irripetibile di talenti italiani.

Qual è, secondo te, la differenza tra il calcio degli anni Ottanta e quello dei decenni successivi? Negli anni Ottanta due squadre hanno vinto per la prima volta uno scudetto (Verona e Napoli) e nel 1990/1991 c’è stata l’ultima “prima” di una squadra (la Sampdoria): era un calcio più provinciale o era un campionato più combattuto?

La ricca serie A della sua stagione aurea era una vetrina in grado di attirare i calciatori più forti del mondo. Un torneo combattuto, irrorato di soldi. A parte l’outsider Verona, miracolo di concretezza ben orchestrato dalla sapienza di Bagnoli, Sampdoria e Napoli furono costruite gradualmente, pensando in grande, e vinsero dopo anni di investimenti calibrati. Poi i soldi, a poco a poco, per varie cause, sono finiti. I giocatori più forti, oggi, si tengono lontani dalla penisola.

Se prima Falcao, Maradona e Platini venivano a spendere in Italia le loro stagioni migliori, oggi Modric arriva al Milan da quarantenne, dopo i suoi titoli di coda, come un Pelè emigrato alla Cosmos americana a razzolare gli ultimi ingaggi. Persino i vivai italiani si sono impoveriti. Anche perché i ragazzini giocano molto meno per strada, su campi irregolari o sull’asfalto. Non affinano più anarchicamente i loro riflessi, inseguendo un pallone per ore, ogni giorno. Di conseguenza i fuoriclasse, sale irrinunciabile del calcio, non sbocciano quasi più. Trionfa la fisicità pura, la ripetitività prevedibile degli schemi.

Nella mia mentale “storia del calcio” la fine della possibilità del calcio come spettacolo sportivo prima che come sport essenzialmente tattico è stato il fallimento di Denilson prima al Betis Sevilla e poi nei mondiali coreani del 2002. Ho letto altri che sostengono che questo passaggio sia avvenuto già con Arrigo Sacchi, che prediligeva gli schemi ai giocatori. Secondo te il calcio di oggi è effettivamente passato da spettacolare a tattico? Secondo te esiste un momento di passaggio?

Il calcio non può essere solo un fenomeno fisico e tattico. Il brivido vero lo offre chi salta l’uomo, chi verticalizza di prima intenzione, accendendo nella folla un brusio d’attesa, il climax che porta al gol.

L’essenza del calcio è la pregevolezza tecnica, non virtuosistica ed estemporanea, ma funzionale al respiro di un organismo collettivo. Se Sacchi ha rivoluzionato il calcio, di veramente memorabile resta però la grazia micidiale dei gol del suo Van Basten, o i guizzi degli altri meravigliosi interpreti dell’apparato tattico del maniaco di Fusignano.

A proposito di Sacchi, c’è un allenatore di cui ti piacerebbe raccontare la storia?

Ho già raccontato, in due documentari e due libri, Zdenek Zeman. Il gioco estremo del suo Foggia mi sedusse da spettatore adolescente, sugli spalti dello Zaccheria.

Figura romanzesca: ha mantenuto senza esitazioni la sua rotta etica, le sue attitudini da pedagogo, navigando per anni nella palude spesso corrotta del calcio italiano. Un duro dal fondo romantico: a volte mi sembra un Clint Eastwood diretto da Kaurismaki: resiste ad ogni sciagura, con tenero, implacabile stoicismo. Dopo i vari sabotaggi riservatigli dai potenti del sistema calcistico, dopo gli ammutinamenti subiti da giocatori viziati e renitenti alla fatica, supportati da società troppo ambigue, dopo gli inciampi dovuti anche alla sua intransigenza, si è sempre rialzato con pacatezza, proseguendo per la sua strada. Forse è per questo che gode di un amore inestinguibile e trasversale, nonostante i pochi titoli conquistati. Al suo opposto il plurititolato Mourinho, per il suo magnetismo da attore e capopopolo, meriterebbe un approfondimento letterario.

Perché – se guardiamo per esempio le serie che parlano di calcio su Youtube – troviamo tanta narrazione proprio sul calcio degli anni Ottanta?

Per sviluppare una narrazione ariosa e coinvolgente, ci vogliono protagonisti interessanti. La serie A degli anni Ottanta era affollata da figure perfette per rispecchiare il tessuto antropologico peninsulare. Attorno ad un serraglio di stelle straniere piene di carisma, sia calcavano stopper rudi con baffoni da poliziottesco, zazzere criminali, tacchetti affilati ad arte, colpi proibiti presi e dati, maneggi, intrighi, presidenti da avanspettacolo, mattatori e danarosi, protesi ad apparire in primo piano, persino a dissiparsi, pur di prevalere. Le squadre si costruivano nel tempo,  e non venivano smantellate a ogni cambio stagione: lasciavano, alle folle tifose, il tempo di affezionarsi, l’illusione di un’appartenenza, di un’identificazione. Oggi i club italiani finiscono spesso nelle mani di fondi di investimento esteri. Troppo impersonali per alimentare un’epica da romanzo popolare.

Una delle narrazioni più in voga del calcio degli anni Ottanta è quella dei “bidoni”: calciatori spesso stranieri che sono però rimasti nell’immaginario collettivo, come Luís Sílvio, Jorge Caraballo (meglio perdello che trovallo, secondo i tifosi del Pisa) o el pube de oro Renato Portaluppi. Non si tratta di certo degli unici calciatori scarsi arrivati nel campionato italiano, ma perché si raccontano meglio di calciatori più recenti, come Ciriaco Sforza o Gabigol?

L’elegia del brocco è la componente comica del calcio. Gli incauti acquisti sollazzavano sempre chi non ci aveva rimesso, e i tifosi delle squadre non coinvolte. Negli anni Ottanta, spesso, erano davvero frutto di un equivoco, o dell’eccesso di fiducia dei presidenti nei loro informatori. Ricordo ancora una roboante copertina del Guerin Sportivo, con Portaluppi incoronato in primo piano e tanto di titolo cubitale: RE NATO. Sottotitolo, anch’esso incautamente trionfalistico: È della Roma il colpo del mercato. Arrivato per lenire la nostalgia romanista degli orfani di Falcao, si segnalò solo come un implacabile seduttore. Eppure, almeno, aveva una caratura da personaggio: la chioma fluente, il sorriso maliardo, l’intensa, plateale vita notturna.

Negli ultimi tempi, tra plusvalenze e traffici continui, non ci sono nemmeno più i bidoni di una volta, sostituiti da anonime pedine di scambio. L’inflazione del neutro, dell’impersonale, e la mancanza di tridimensionalità dei personaggi decretano la morte di ogni epica corale. E dei suoi risvolti grotteschi.

Un altro aspetto molto diffuso nella narrazione del calcio è quello del mito della “seconda linea”, con un’unica (enorme) eccezione, quella di Maradona. Nei racconti di calcio o nelle webserie sul calcio, ti chiedo: perché secondo te Alviero Chiorri o Marco Macina si raccontano meglio di Michel Platini o di Marco Van Basten?

Sono d’accordo solo in parte. Anche Buffon, Platini e Van Basten, scrutati a fondo, avrebbero vite chiaroscurali, ricche di illuminanti contraddizioni. Il punto è come si decide di raccontarle, queste esistenze: se la vita di Totti diventa un santino, una piatta agiografia sentimentaloide e appena un po’ folkloristica, perde gran parte del suo interesse. Alviero Chiorri, da me intervistato tempo fa per un documentario Rai, si è rivelato un uomo schietto, privo di qualsiasi timore nel ripercorrere i suoi lampi di classe, i momenti bui, le intemperanze giovanili e le occasioni perdute. Forse è troppo intelligente per lustrare il monumento a sé stesso, grande o piccolo che sia, come fanno molti campioni del passato. Omaggiando l’ipocrisia imperante, e facendo, in fondo, torto anche a sé stessi.

Qual è un calciatore di oggi di cui vorresti raccontare la vita come hai fatto con Andrea Carnevale?

Una persona di cui mi sarebbe molto piaciuto diventare amico, per raccontarne la vita, celebrandone la grandezza tecnica e lo spessore umano, ma senza tralasciare le zone d’ombra, è Gianluca Vialli, campione di intelligenza rara. Nelle interviste dei suoi ultimi anni, nel parlare della sua condizione fisica e del rapporto con la vita, il calcio e la malattia, ha mostrato sensibilità e saggezza di grande profondità. Tra i viventi, Zinedine Zidane ed Eric Cantona sono pure esistenze letterarie.

giulio.vaccaro@unipg.it

 

 

L'autore

Giulio Vaccaro
Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).