[questo articolo nasce dalla collaborazione tra Leonardo Ascatigno e Domenico Caputo]
È certo che, almeno agli inizi, l’attività fisica fosse strettamente connessa con la caccia, cioè, con la necessità di sopravvivere e di esplorare. In seguito, si aggiunsero anche elementi legati ai culti religiosi e ai riti propiziatori, che, fondandosi su forme arcaiche di danza, richiedevano un corpo preparato e allenato. Appare interessante osservare come coloro che fossero più allenati e abili nelle discipline fisiche, venissero maggiormente impiegati in compiti offensivi, difensivi, nel combattimento, o, più in generale, nelle attività che richiedevano uno sforzo fisico (Ascatigno, 2021).
Per fare qualche esempio, è sufficiente osservare come la percezione del gioco, del corpo, della competizione, del coraggio, dell’estetica, della crescita personale, dell’inclusione, e così via, si sia trasformata, nel tempo, proprio grazie all’influenza dello sport. In ambito più specifico, va evidenziato come lo sport abbia saputo connettere, in modo tutt’altro che casuale, riti, tradizioni e pratiche spirituali. Inoltre, focalizzando l’attenzione su aspetti più concreti, è lampante notare come lo sport abbia rappresentato, nel tempo, un veicolo privilegiato di diffusione di massa, di comunicazione (Peressinotto, 2012), e di modelli economici, a partire persino dalla microeconomia (Ciarrapico, 2010). In conclusione, possiamo sostenere che lo sport abbia sempre rappresentato un elemento essenziale della cultura di una comunità, fungendo da trasmettitore di tradizioni, peculiarità sociali (come la corsa, nei contesti meno sviluppati), e principi condivisi.
La creatività è stata da sempre un aspetto centrale sia nello sport, che nel gioco (Mandell, 1984), rappresentando un fattore essenziale per ideare e sviluppare nuove attività, nuove discipline e nuove forme di gioco, ma anche come combustibile capace di accendere quell’estro utile a produrre opere d’arte che hanno avuto, come oggetto, proprio lo sport. Se lo sport rimanda al concetto di “gioco”, le origini di alcune conquiste della letteratura, del diritto, della liturgia, ecc., secondo alcuni studiosi, possono essere fatte risalire a un determinato «impulso al gioco», che, paradossalmente, si manifesta nella forma più pura nei piccoli degli animali e dell’uomo (Huizinga, 1938; Callios, 1958).
Esiste una risposta chiara e difficilmente contestabile alla domanda su quale sia stata la prima attività sportiva praticata e questa identifica nel nuoto tale attività (Ascatigno, 2021). Questo è confermato da una grande scia di testimonianze, e, proprio in virtù della “creatività” citata in precedenza, di rinvii letterari, sia nella letteratura antica, che in quelle contemporanee. Quindi, la letteratura può essere declinata attraverso il prisma del mare, dell’acqua, del nuoto e dello sport, in generale (Gargano, 2023).
In merito a questo, in riferimento alla documentazione letteraria, è da ritenere un indizio alla pratica del nuoto un particolare della tav. 11 de L’Epopea di Gilgamesh, secondo il quale l’eroe «vide un pozzo le cui acque erano fresche e si tuffò». L’Epopea di Gilgamesh[1] è un’opera babilonese il cui cardine risale ad antichi racconti mitologici sumeri, che vennero riadattati e trascritti successivamente in ambito semitico. La prima struttura dell’opera appartiene alla letteratura sumerica (Attinger, 1999), mentre l’adattamento più completo venne inciso in lingua accadica su dodici tavole di argilla, che furono ritrovate tra le rovine della biblioteca reale nel palazzo del re Assubanipal, a Ninive, capitale dell’impero assiro. Questa redazione, pubblicata in italiano con il titolo L’Epopea di Gilgameš, è stata attribuita allo scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni e risale ragionevolmente al XII secolo a.C., comunque, anteriormente all’VIII secolo a.C. (Camuri, 2005).
Sulla figura di Gilgamesh ci sono diverse interpretazioni: alcuni studiosi ritengono che sia stato re (quindi, un personaggio storico), successivamente divinizzato; mentre altri studiosi sostengono che si sia trattato di una divinità della mitologia sumerica (Pettinato, 2004).
L’eroe, nel finale del viaggio, che ha intrapreso per cercare l’immortalità, «vide un pozzo le cui acque erano fresche e si tuffò», appunto. Dopo aver ricevuto da Utnapishtim il segreto della pianta della vita, l’eroe decide di portarla con sé per darla in dono agli anziani di Uruk. Durante il ritorno, Gilgamesh si tuffa nelle acque, ma nel frattempo un serpente, sentendo il profumo della pianta, la prende e scappa via, rubando quella grande occasione di immortalità che Gilgamesh aveva conquistato con tanto impegno[2] (George, 2021).
L’episodio, che ha al centro della narrazione l’acqua e il tentativo di nuotare da parte dell’eroe, si carica di forti significati simbolici: innanzitutto, rappresenta il totale fallimento dell’eroe nel suo intento di sfuggire alla morte; il tuffo, poi, rappresenta la ricerca di purificazione e di sollievo, ma implica quella distrazione fatale che gli farà perdere la pianta dell’immortalità; il serpente, che si rigenera cambiando pelle, diventa la metafora della rinascita, anche se non per l’uomo.
Quante volte il nuoto si è intrecciato con episodi di vita che rasentano il mitologico fino ad assumere significati esistenziali? Ci sono stati eventi agonistici che hanno dimostrato come il nuoto possa talvolta riservare delle storie epiche, a tratti mitologiche.
Si pensi al caso del nuotatore Vladimir Salnikov, che, nel 1988, era considerato dalla stampa “troppo vecchio”, sia perché aveva 28 anni, e sia perché aveva saltato le Olimpiadi del 1984, a causa del boicottaggio, in quella edizione dei Giochi Olimpici, che mise in atto l’allora URSS. Nonostante ciò, Vladimir Salnikov si presentò alle Olimpiadi di Seoul del 1988 e, contrariamente a tutte le aspettative (deludenti), dominò la gara dei 1500 metri “stile libero”, con una prestazione leggendaria, sfruttando ogni minima occasione concessagli[3], spingendosi fino al limite dello svenimento[4]. Questa impresa è citata come una delle più drammatiche di sempre nel mondo del nuoto, innalzata a simbolo di resistenza (fisica e mentale), e di sacrificio, capaci di vincere le catene del tempo.
A proposito di altri nuotatori, che potrebbero offrire spunti di narrazione per racconti leggendari e mitologici, si potrebbe pensare ai pazzeschi, funambolici, ribelli e creativi giri che ha fatto la vita del campione Anthony Ervin; come pure le vicende natatorie della statunitense Gertrude Ederle, che in 12 mesi ha scritto una storia fatta di emancipazione e forza, scardinando i normali postulati dello sport.
Bibliografia e sitografia
- Attinger P., “La letteratura sumerica”, Einaudi, 1999
- Caillois R., “I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine”, 1958, trad. it. a c. di G. Dossena, Bompiani, 1981
- Camuri G., “Gilgamesh”, in “Enciclopedia filosofica”, vol. 5, Milano, Bompiani, 2005
- Ciarrapico A. M., “Economia e sport”, Aracne, 2010
- Gargano T., “Letteratura liquida: narrazioni – fumetti – giochi e sport – Paralimpiadi”, Cacucci Editore, 2023
- George A. R. (a c. di), “Gilgamesh”, trad. a c. di S. d’Onofrio, Biblioteca Adelphi, 2021
- https://www.olympics.com/en/athletes/vladimir-salnikov (consultato l’11/08/2025)
- Ascatigno L., Sport, Popolazione, Cultura e Storia: considerazioni generali, in https://www.santippe.it/sport-popolazione-cultura-e-storia-considerazioni-generali/, 05/09/2021, (consultato il 09/08/2025)
- Huizinga J., “Homo ludens”, prima edizione 1938, trad. it. Einaudi, 1946, trad. it. a c. di C. von Schendel, Il Saggiatore, 1964
- Mandell R. D., “Storia culturale dello sport”, Editori Laterza, 1984
- Perissonotto A., “Sport e comunicazione”, Mondadori Università, 2012
- Pettinato G., “La Saga di Gilgameš”, San Paolo Edizioni, 2004
- Sandars N. K. (a c. di), “L’epopea di Gilgameš”, trad. a c. di A. Passi, Piccola Biblioteca Adelphi, 2024
[1] Il nome assume diverse variabili, in relazione alle forme utilizzate, quindi lo si può trovare in queste varianti: Gilgameš, Ghilgamesc, Ghilgamesh o Gilgamesh.
[2] Diverse sono le versioni, l’edizione di Adelphi riporta così: «Vide un pozzo le cui acque erano fresche; discese e si immerse per rinfrescarsi. Un serpente sentì l’odore della pianta, uscì dall’acqua e la portò via».
[3] L’oro fu vinto con il tempo di 15’00″40.
[4] https://www.olympics.com/en/athletes/vladimir-salnikov
L'autore
- Leonardo Ascatigno è docente di «Storia dello Sport», presso l’Università degli Studi di Bari «A. Moro», e ricercatore MEDS-24/B – «Igiene Generale e Applicata», presso l’Università degli Studi di Foggia. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico, è anche dirigente della Federazione Italiana Nuoto – Comitato Regionale Pugliese – ed è segretario del Consiglio della Federazione Italiana Nuoto – Comitato Regionale Pugliese – e Coordinatore Regionale SIT (Settore Istruzione Tecnica), sempre per la Federazione Italiana Nuoto –Comitato Regionale Pugliese -. Stella di Bronzo al Merito Sportivo del CONI.


