La fortuna dei “classici” risiede, come è noto, sulla loro eterna contemporaneità, ma anche nella possibilità di essere costantemente riletti e reinterpretati nel corso dei secoli. Esemplare, a tale proposito, è il caso della Divina commedia, il cui dirompente immaginario ha travalicato l’ambito letterario. Mi limito a citare per l’arte dell’illustrazione William Blake e Gustave Doré, per il teatro Dante (1903) di Victorien Sardou e infine per il cinema il film documentario Behemoth (2015) di Zhao Liang, dove le tre parti che costituiscono il film hanno perfino il nome delle cantiche: Inferno, Purgatorio, Paradiso.
Un discorso a parte meritano ovviamente le riprese letterarie come anche le allusioni alla Commedia fatte da autori di ogni parte del mondo. Rientra in questa categoria la silloge Inferno di Pedro Eiras, uscita a stampa nel 2020 (Grupo Porto Editora), e ora tradotta dal portoghese in italiano e prefata da Claudio Trognoni (Il ramo e la foglia edizioni 2026). Si tratta di una raccolta di XXXIII poesie, dove il numero richiama i canti della Commedia, escludendo quello introduttivo.
Le analogie, spesso celate, con il poema dantesco sono molteplici, a partire dal titolo stesso. La prima occorrenza di Inferno in Dante non è all’inizio del poema, ma al v. 110 del I canto («Questi la caccerà per ogne villa, / fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno, / là onde ‘nvidia prima dipartilla»). Lo stesso avviene in Eiras, dove il lemma appare solo nella IV poesia («neanche così qualcuno saprebbe / mettere ordine in questo inferno»).
Entrambi i poeti manifestano invece immediatamente il loro smarrimento: all’apertura del poema dantesco (vv. 1-3: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai in una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita»), fa da controcanto il I componimento di Eiras: «arriva sempre un istante, nelle nostre vite, / in cui tutti / ci perdiamo», e a seguire in una sorta di collegamento capfinido l’inizio della stanza seguente «E persi inciampiamo nell’eco dei passi». Ma mentre Dante grazie all’intercessione di Beatrice può confidare nella guida di Virgilio (vv. 61-63 e 112-114: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, / dinanzi a li occhi mi si fu offerto / chi per lungo silenzio parea fioco […] “Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno / che tu mi segui, e io sarò tua guida, /e trarrotti di qui per loco etterno”»), Eiras ne risulta sprovvisto «f) et caetera (la convinzione apocalittica / di ogni ora, / la parola che riscatta / i peccati del mondo), / e chiedi: chi, / in questo sperpero di lingue, / mi potrebbe guidare?» (componimento II).
La “parola che riscatta / i peccati del mondo» – evidente allusione a quella salvifica dell’Agnello di Dio («Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis») – si rivela praticamente inutile in questo inferno desacralizzato. Al Dio dantesco «gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove» (Paradiso I, vv. 1-3), subentra nel componimento XV l’algoritmo, che «come un tempo Dio, / sa tutto, / e ti comprenderà / meglio di / chiunque altro».
La perdita di Dio e di conseguenza del senso del peccato fa sì che i suicidi, divenuti in Dante «fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco» (Inferno XIII, vv. 4-6), siano in Eiras persone che «cadono con calma (…) / dai tetti. / Lievi, lucidi, / ponderate le ragioni / dell’aspro / declivio, / cadono, timidi, / chiedendo scusa / per la / corrente di vento / sulle finestre» (componimento V). Particolarmente incisive e drammatiche si rivelano le due quartine finali: «È notte, la vita pesa, solo un lenzuolo nero soffoca / i suicidi rimandati. / I corpi si rassegnano ai giorni / per essere seppelliti ancora vivi. / Ma chi ha una morte propria, / indivisa, / la conservi / come la propria vita» (ibidem).
In questo mondo privo di certezze anche il ruolo del poeta – vate scompare. Se Dante si augura di tornare a Firenze grazie alla composizione della Commedia (Paradiso XXV, vv. 1-9: «Se mai continga che ’l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra, / sì che m’ha fatto per molti anni macro, / vinca la crudeltà che fuor mi serra / del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra; / con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta, e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ’l cappello»), in Eiras la missione del poeta si limita a «farsi un nome, uscire sugli inserti, / commentare in TV / politica e calcio, vendere / padre e madre: ecco il segreto / di una buona poesia» (componimento XVII).
Nonostante ciò, Eiras, come già Dante, richiama la grande poesia del passato. Si veda il riferimento alle cantigas d’escarnho e maldizer nel componimento X: «Così anche la lama della canzone / di scherno / e malvivenza: / chi la tocca resta con / le dita bruciate”, anche se diversamente dal passato “queste parole: / accusando l’accusatore / se stesse accusano». O anche la citazione del trobar clus, ormai divenuto loquela senza alcun significato, logoro, dove «non c’è nemmeno nessuno / a cui chiedere misericordia» (componimento XXIV).
La parola inespressiva, erronea, trova la sua mirabile sintesi nel componimento XXXIII che chiude la silloge. Eiras la mette infatti in relazione con la celestiale lingua degli angeli, ovvero una forma di comunicazione pura non legata alle limitazioni umane: «Da molto mi accompagni, / e taci / perché io respiri, affiorando / dalle strade torbide, / quando tu / (dicono tutti i Padri della Chiesa / tutti i folli di Dio) / parli la lingua da prima di tutto, da prima / del risveglio, laddove le cose risiedono nei loro veri / nomi / che brillano, brillano». È proprio grazie al silenzio degli angeli, che l’uomo ha la libertà di scegliere, financo di sbagliare: «Ora ringrazio / il tuo silenzio, quando potevi / aver corretto i miei errori; / come ai profeti e ai folli, / abitare la mia bocca, / vestire la mia mano come un guanto, e scrivere / la perfezione».
Se in questi versi si condensa il grande dibattito sul libero arbitrio, nelle stanze successive Eiras ci offre una bellissima descrizione del suo poetare umano e quindi imperfetto: «nella tabula rasa del tuo silenzio, / ho sbagliato, parola per parola, / laddove avresti detto / le sillabe giuste». Mirabile la terzina finale: «Poiché dove cantano i cori degli angeli / i libri sono sigillati / e nessuno può scrivere”, nella quale Eiras richiama l’Apocalisse di Giovanni, V, 1-5: «E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”. Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”».
Come l’apostolo Giovanni, Eiras non può aprire i libri sigillati, né tantomeno mettere per iscritto una lingua non umana, come quella degli angeli.
L'autore
- Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).
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