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La lingua e la terra di Vera Lúcia de Oliveira

«Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.  Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi» (Atti degli Apostoli 2, 1-4). In seguito a questo evento, come è noto, gli Apostoli sono in grado di esprimersi in altre lingue e di conseguenza possono spingersi a evangelizzare tutta la terra (Atti degli Apostoli 2, 8-11: «E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio»).

Ho citato appositamente questo passo degli Atti degli Apostoli perché, a mio avviso, “lingua” e “terra” sono due parole chiave della produzione poetica di Vera Lúcia de Oliveira (da qui in avanti Vera), in particolare nelle sillogi La carne quando è sola (Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2011 = S1) ed Ero in un caldo paese (Rimini, FaraEditore, 2019 = S2).

Pur essendo la sua lingua materna il portoghese (è nata infatti in Brasile), Vera utilizza ormai anche l’italiano per la sua produzione poetica. In realtà la “lingua” per Vera è quell’elemento astratto, universale che permettere di comunicare al mondo; una prospettiva che può essere accostata alla missione affidata agli Apostoli nel momento dell’Ascensione (Matteo 28, 19-20: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»). Si vedano, al proposito, i seguenti versi da S2: «abituare la lingua / abitarla nel folto / della radice / più intima»; «ragazzi ora cammino / sul filo di una voce / che forse arriva a Dio / non posso fermarmi ora / neppure per dire addio»; «la parola è uno strappo / una sorta di assenza e lutto / nel grembo la carezza comunica / nel grembo la parola è corpo».

Se da un lato la lingua rappresenta l’universalità, dall’altro la terra è quella natale, dalla quale Vera si sente per certi aspetti sradicata: S1 «il fatto è che io non avrei mai dovuto / lasciare la mia casa senza una corazza»; S2 «ogni terra ha la sua massa / di ossa e semi essiccati / messi a germogliare // ogni terra / riconosce sé stessa / e richiama le sue orme / ovunque si disperdano / su strade lontane».

Nella poesia di Vera si avverte pertanto la cosiddetta “saudade”, ovvero quel sentimento tipico dell’animo portoghese, magnificamente descritto da Carolina Michaëlis de Vasconcelos: «a) ricordo doloroso di un bene che è assente, o da cui siamo lontani, e desiderio e speranza di tornare a gioire di esso; b) espressione di quell’affetto diretto a persone assenti. Quel bene desiderato, assente, può essere tanto la terra in cui nasciamo, il focolare domestico e la famiglia, i compagni d’infanzia, quanto la ben-amata o il ben-amato» (C. Michaëlis de Vasconcelos, La saudade portoghese, a cura di Rita Marnoto, Traduzione di Silvia Brambilla e Rita Marnoto, Roma, Lithos Editrice, 2020).

Si prendano al proposito i seguenti testi di S1: «da vent’anni si preparava / per la partenza le cose a posto / voleva lasciare giacché tornare / non era ammesso e poi sapeva / solo di uno che era ritornato / per cosa? Cristo a Lazzaro non / aveva regalato la vita eterna / aveva solo posticipato il dolore / di dover rifare le valigie»; «non tornava da 8 mesi / 8 mesi scanditi sono 240 giorni / 5.760 ore 345.600 minuti / li aveva segnati sul calendario / di Frate Indovino appeso al muro / le pagine ormai avevano assunto / la forma di tante piccole croci morte»; o anche S2: «sdraiata nel buio e nel freddo / sentiva dall’altra parte del mondo / la voce del figlio distante che dentro / la notte veniva a svegliarla mamma / ti va di parlare con me oggi?»; «tutti se ne vanno alla fine / ma intanto sono viva e quel lumicino / è acceso, leggo, scrivo, guardo dalla finestra / la città si staglia in fondo dove i monti si perdono / la casa odora di cipolla e cannella che mia madre / usava mentre in cucina trafficava con le pentole / e pregava pregava sempre affinché potesse / andarsene senza dolore».

La terra è anche il luogo deputato per la morte e la rinascita: S1 «questi passeri passeggiano fra i morti / sono le note della loro musica / saltano alla ricerca del chicco caduto / da qualche mazzetto di fiori, se anche lì / trovano l’alimento perché non dovrebbero / cantare un inno a chi dà loro da mangiare?»; S2 «le cose morenti invocano la genesi / e la genesi invoca la morte / per riamare il seme / questo era il segreto, sentiva / che comunque non serviva». Nel primo caso i versi sembrano richiamare Matteo 6, 25-26: «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?»; mentre nel secondo Giovanni 12, 24: «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Suggestivi si rivelano i seguenti versi di S2: «di notte camminano le anime / di chi crede nell’aldilà / tornano dai loro sogni / dopo aver vagato / per universi lontani / e chiedono talvolta / di essere lasciate / morire».

Il binomio “lingua” e “terra” trova infine la sua perfetta saldatura in S2: «da un grembo febbrile / era nata ma poi si era persa / nella nebbia fitta di Padova / la lingua era rimasta a casa / e senza quella non poteva / rifare i solchi in discesa / con la bicicletta fino alla / curva di confine».

 

L'autore

Carlo Pulsoni
Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).