In primo piano · Interventi

Francesco Domenico Guerrazzi. Lo scrittore che fece della letteratura un’arma del Risorgimento

Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873) romanziere, avvocato, patriota, uomo di governo e protagonista del Risorgimento democratico, fu per oltre quarant’anni una delle figure più autorevoli e controverse della cultura italiana. I suoi romanzi storici, caratterizzati da un linguaggio impetuoso, da una forte tensione drammatica e da un acceso sentimento patriottico, contribuirono a formare l’immaginario risorgimentale di un’intera generazione di lettori. Parallelamente, la sua attività politica lo vide protagonista degli eventi rivoluzionari toscani del 1848-1849, fino a ricoprire la massima magistratura della Repubblica Toscana. Per tutta la vita concepì la letteratura non come semplice esercizio estetico, ma come strumento di educazione morale e nazionale, capace di risvegliare negli italiani il sentimento della libertà e dell’indipendenza. Nacque nel quartiere popolare della Venezia di Livorno, figlio di Francesco Donato, intagliatore di legno con idee repubblicane, e di Teresa Ramponi. La sua infanzia fu tutt’altro che serena; nelle sue pagine autobiografiche avrebbe ricordato un ambiente familiare difficile, dominato da una madre dal temperamento impetuoso e da un padre severo, ma proprio quella precoce esperienza del dolore e del conflitto contribuì a formare il carattere fiero e combattivo che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Frequentò il collegio dei Barnabiti di San Sebastiano, dove ricevette una rigorosa formazione classica grazie soprattutto all’insegnamento di Giovanni Battista Spotorno, uno dei maggiori studiosi della lingua italiana dell’epoca.

Nel 1819 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa e tali anni universitari furono decisivi tanto sul piano culturale quanto su quello politico. Proprio qui conobbe George Gordon Byron, la cui figura esercitò su di lui un’influenza profonda e duratura: il titanismo byroniano, l’esaltazione dell’individuo ribelle e la concezione eroica della libertà avrebbero lasciato un’impronta evidente tanto nella sua produzione letteraria quanto nella sua stessa personalità. Dopo essere stato temporaneamente allontanato dall’università per motivi politici, riuscì comunque a laurearsi nel 1824 e tornò a Livorno, dove aprì uno studio legale insieme all’amico Tommaso Bargellini, ma ben presto comprese che la sua vera vocazione non era l’avvocatura, bensì la scrittura e l’impegno civile. Dopo le Stanze alla memoria di Lord Byron (1825), pubblicò il dramma I Bianchi e i Neri e soprattutto il romanzo La battaglia di Benevento (1827-1828), opera che lo impose immediatamente all’attenzione nazionale. Fin da questo primo grande successo risultano evidenti le caratteristiche fondamentali della sua narrativa: la ricostruzione della storia come teatro del conflitto fra tirannide e libertà, il gusto per le passioni estreme, una prosa ricchissima, enfatica e fortemente oratoria, insieme a una continua tensione morale che trasforma il romanzo storico in una riflessione sul presente dell’Italia ancora divisa.

Negli stessi anni nacque il sodalizio con Carlo Bini, destinato a rappresentare uno dei momenti più significativi della cultura democratica livornese, col quale fondò nel 1829 l’Indicatore livornese, giornale politico-letterario che si proponeva di contrapporre una cultura nazionale e popolare al moderatismo fiorentino dell’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux. Pur sopravvivendo soltanto quarantotto numeri prima della soppressione governativa, il periodico rappresentò uno dei principali laboratori del Romanticismo democratico italiano e contribuì alla diffusione delle idee liberali e nazionali in Toscana. L’attività politica gli costò presto persecuzioni, processi e periodi di carcere: nel 1830 fu confinato a Montepulciano, mentre pochi anni più tardi venne imprigionato nel Forte Stella a Portoferraio con l’accusa di attività sovversive. L’esperienza della repressione granducale non ne attenuò tuttavia il fervore patriottico, anzi contribuì a radicalizzare ulteriormente la sua concezione della lotta politica e della funzione civile della letteratura; durante questi anni maturarono alcune delle sue opere più celebri, fra cui L’assedio di Firenze (1836), romanzo che divenne uno dei grandi manifesti letterari del Risorgimento italiano. Ambientando la vicenda nella Firenze del 1530, assediata dalle truppe imperiali, Guerrazzi offriva ai lettori contemporanei una potente allegoria dell’Italia oppressa dalle dominazioni straniere. Il successo fu straordinario e l’opera conobbe una diffusione europea e negli anni successivi seguirono altri grandi romanzi storici destinati a consolidarne la fama, come Veronica Cybo, Isabella Orsini, Beatrice Cenci e Pasquale Paoli. In tutte queste opere la ricostruzione storica assume una funzione eminentemente morale e patriottica; i protagonisti, spesso figure eccezionali, combattono contro la tirannide, l’ingiustizia e la corruzione, incarnando una concezione eroica dell’individuo che riflette direttamente gli ideali democratici dell’autore. Lo stile di Guerrazzi, spesso giudicato eccessivo già dai contemporanei, si distingue per la ricchezza lessicale, il periodare ampio, la continua tensione oratoria e la capacità di alternare scene di violenza, meditazione filosofica e intensa partecipazione sentimentale.

Il culmine della sua attività politica coincise con le rivoluzioni del 1848-1849. Dopo la fuga del granduca Leopoldo II, fu chiamato insieme a Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni a guidare il Governo provvisorio toscano. Il 27 marzo 1849 l’Assemblea lo nominò dittatore della Repubblica Toscana, affidandogli pieni poteri nel tentativo di difendere il nuovo ordinamento democratico. L’esperienza ebbe però brevissima durata. Il ritorno del granduca determinò la restaurazione del vecchio regime e Guerrazzi venne arrestato, processato e condannato a quindici anni di carcere, pena successivamente commutata nell’esilio in Corsica. Dopo alcuni anni, trascorsi fra Corsica e Genova, tornò sulla scena politica all’indomani dell’Unità d’Italia, venendo eletto deputato del Parlamento subalpino e successivamente del Regno d’Italia. Sebbene continuasse a sedere in Parlamento fino al 1870, il nuovo Stato unitario gli procurò più delusioni che entusiasmi. Repubblicano convinto e profondamente democratico, guardò con crescente disincanto all’evoluzione politica del Regno, criticandone il moderatismo e la distanza dagli ideali risorgimentali. Negli ultimi anni preferì progressivamente ritirarsi dalla vita pubblica per dedicarsi alla scrittura e all’amministrazione della propria tenuta presso Cecina.

La sua produzione dell’ultima stagione rivela un significativo mutamento di prospettiva: opere come Il buco nel muro e l’incompiuto Il secolo che muore abbandonano in parte il grande affresco storico per assumere un carattere più autobiografico, satirico e meditativo. L’eroismo degli anni giovanili lascia spazio a un’amara riflessione sulla politica, sulla società contemporanea e sul fallimento di molte speranze risorgimentali. La vena polemica rimane intatta, ma si accompagna a una maggiore profondità psicologica e a un disincanto che rende queste opere fra le più moderne della sua produzione. Morì nella sua villa della Cinquantina, presso Cecina, e la sua scomparsa fu avvertita come quella di uno degli ultimi grandi protagonisti del Risorgimento democratico. Nel corso del Novecento la fortuna critica della sua opera conobbe un sensibile ridimensionamento: il gusto letterario si allontanò dalla sua prosa enfatica e dalla retorica patriottica, mentre l’interesse degli studiosi si concentrò soprattutto sulla sua attività politica. Per Livorno Francesco Domenico Guerrazzi continua a rappresentare una delle figure simbolo della propria storia culturale e civile; la città ne conserva monumenti, lapidi, intitolazioni e numerose testimonianze della memoria pubblica. Ma il lascito più duraturo resta forse quello affidato ai suoi libri: opere nelle quali la storia diventa coscienza civile, la letteratura si trasforma in azione politica e la libertà assume il valore di un ideale da perseguire attraverso la forza della parola.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.