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Giuseppe Fumagalli e il nome di Napoleone

Giuseppe Fumagalli è stato uno dei più autorevoli bibliografi e bibliotecari italiani tra l’Ottocento e il Novecento, noto per aver diretto istituzioni prestigiose come la Braidense di Milano, la Alessandrina di Roma, la Estense di Modena e l’Universitaria di Bologna. La sua vasta e poliedrica produzione intellettuale attesta una pluralità di interessi che spaziavano dalla stesura di bibliografie specialistiche e cataloghi storici editoriali, alla compilazione di celebri repertori di citazioni, fino all’indagine scientifica sulle origini linguistiche dei nomi di persona.

Il suo profondo interesse per l’onomastica, le espressioni idiomatiche e i motti derivava da una precisa concezione dell’erudizione, intesa non come fredda catalogazione, ma come strumento per decifrare l’evoluzione della cultura, nelle sue diverse accezioni. Per Fumagalli, le parole non erano semplici etichette, bensì veri e propri monumenti storici che custodivano credenze, superstizioni, satire e strategie di propaganda di un’epoca.

Questa specifica attenzione verso l’onomastica si era già tradotta nella pubblicazione – avvenuta nel 1901 presso l’editore Donath di Genova – del Piccolo dizionario dei nomi propri italiani di persone, un’opera tesa a illustrare le origini e i significati più probabili con riscontri storici e letterari dei termini in uso. Questo approccio scientifico, ma anche curioso e aneddotico, si rifletté perfettamente nel saggio intitolato Il nome di Napoleone in terra, in cielo e all’inferno, pubblicato nel maggio del 1903 sulla rivista «La Lettura», supplemento mensile del Corriere della Sera.

Il saggio ampliava in modo significativo la voce già presente nel dizionario del 1901, la quale analizzava il nome di Napoleone, fra i nomi maschili più suggestivi nel tempo dell’onnipotenza bonapartesca, partendo dallo studio L’etimologia e la storia arcaica del nome Napoleone di Pio Rajna, pubblicato nel 1891 nell’«Archivio storico italiano». Il nome Napoleone era stato accostato, da filologi cortigiani, a un naso di leone, «un fratello dunque dell’Armaleone umbro del Milleduecento, del Gapoleone toscano del sec. XII, del Brancaleone dei secoli posteriori» ma anche a “figlio di leone” di radici celtiche. Fumagalli, riproponendo la tesi di Rajna, riconduceva la derivazione del termine dalla città di Napoli (Neapolis), ma con un’accezione leggermente dispregiativa e satirica, assimilabile al moderno termine naporiello. Fumagalli ricordava inoltre come:

il nome di Napoleone pare che fosse comunissimo nella famiglia degli Orsini: anche il Sansovino nel libro De gli huomini illustri della casa Orsina (Venezia, 1565, a c. 20) affermava che moltissimi in questa casa «furono i Napoleoni, perchè in tutti i tempi gli orecchi italiani, o nella pace, o nella guerra, udirono questa nobilissima voce in huomini segnalati». Dagli Orsini sembra che venisse il nome nella famiglia Buonaparte: ma restò sempre nome esclusivameute italiano.

Riprendendo la derivazione del nome già enucleata nella voce del Piccolo dizionario, Giuseppe Fumagalli, nella prima parte dell’articolo del 1903, quella relativa alla terra, concentrò la sua attenzione sull’acrostico sottrattivo del nome di Napoleone che, scritto in caratteri ellenici, consisteva nel rimuovere sistematicamente la prima lettera iniziale a ogni passaggio. In questo modo si generavano sette parole greche di senso compiuto che, lette di seguito, formavano una frase di condanna politica: «Napoleone, essendo un leone sterminatore, distrugge le città dei viventi».

Sia l’acrostico greco sia l’anagramma latino “Bona rapta leno” erano usati come armi psicologiche dei detrattori di Napoleone per descrivere il condottiero come un distruttore e saccheggiatore, il cui destino era racchiuso nelle lettere del suo nome.

Nel secondo ambito dell’articolo, riferito al cielo, Fumagalli svelò i retroscena della sacralizzazione politica del sovrano francese attraverso l’invenzione del culto di san Napoleone. Per legittimare il potere imperiale, Bonaparte impose la creazione di una festa patronale che non trovava riscontri nel Martirologio romano. L’operazione richiese il coinvolgimento diretto di alte cariche ecclesiastiche e teologi dell’epoca, tra cui spiccavano il cardinale legato Giovanni Battista Caprara Montecuccoli, arcivescovo di Milano, e il cardinale Joseph Fesch, zio dell’imperatore. Per dare un fondamento dottrinale e storico a questa figura, furono avviate ricerche erudite a cui contribuirono attivamente teologi e studiosi come Pietro Mazzucchelli, custode della Biblioteca Ambrosiana, l’erudito cremonese Isidoro Bianchi e il parroco milanese Alessandro Astesani. Questo gruppo di dotti rintracciò la figura di un oscuro martire dei primi secoli, Neopolus o Neopolo. La ricostruzione della nascita di questo culto, creato ad hoc per colmo di cortigianeria accorpando il santo al 15 agosto (giorno del genetliaco del Bonaparte e festa dell’Assunzione) anziché lasciarlo alla sua collocazione originaria del 2 maggio, rimane strutturalmente identica tra la voce del Piccolo Dizionario e l’articolo successivo.

Lo studio di Fumagalli trova conferma anche negli studi storiografici moderni dove l’invenzione del culto è stato ricondotto al 1806 con il decreto di istituzione della festa di san Napoleon. Questa forzatura del calendario ecclesiastico scavalcò l’autorità della Curia romana, generando aspre polemiche dottrinali riassunte nella ferma opposizione del cardinale Michele di Pietro, il quale denunciò l’iniziativa come un attentato della potestà laica sui dogmi della Chiesa. L’operazione imperiale era concepita su un doppio binario: un ufficio liturgico per il clero e una festa civica pubblica destinata a coinvolgere il popolo. Questo culto assunse ben presto una forte polisemia politica; per cementare l’unione nazionale, la celebrazione fu estesa alle minoranze religiose riconosciute dallo Stato, come i protestanti e le comunità ebraiche, e trovò una straordinaria diffusione perfino all’interno dei rituali e dei canti della Massoneria gallicana, che intitolò a Saint-Napoléon numerose logge militari e cittadine a Parigi, Lione, Marsiglia, ma anche al cambio di denominazione di edifici religiosi come la Chiesa di San Maurizio nella diocesi di Mantova che, nel 1808, diventò parrocchia militare assumendo il titolo di San Napoleone martire.

 

Tornando a Fumagalli e al suo saggio, nell’ambito dell’inferno, il bibliofilo fiorentino focalizzò la sua attenzione sulla diffusa demonizzazione di Napoleone Bonaparte da parte delle potenze nemiche, in particolare dall’Inghilterra e dalla Russia. Il nome dell’imperatore fu associato ad Apollyon, l’angelo sterminatore dell’Apocalisse. Inoltre, applicando la gematria numerica alle lettere della formula francese L’Empereur Napoleon, i polemisti dell’epoca ottennero come somma finale il numero 666, indicato dalle Scritture come il marchio dell’Anticristo, in analogia al nome di Nerone Cesare. Questa interpretazione numerologica ebbe una diffusione tale da essere inserita da Tolstoj in Guerra e Pace, dove il personaggio di Pierre Bezuchov riproduce il calcolo per verificare la natura diabolica dell’invasore.

Il saggio riprende ed estende così anche un’altra curiosa coincidenza già segnalata nel Piccolo Dizionario del 1901 attraverso la consultazione degli Acta Sanctorum, nei quali, narrando i miracoli della vergine lucchese Santa Zita, si fa riferimento a una monaca indemoniata liberata dalla presenza di due diavoli, uno dei quali era chiamato proprio Nappoleone.

Interessante è l’apparato iconografico di stampe antiche che illustrano il saggio di Fumagalli a dimostrazione di una diffusa rappresentazione iconografica di san Napoleone martire a partire dal decreto di istituzione della festa del 1806.

Attraverso questo studio ecclettico ma eccezionalmente rigoroso, Fumagalli riuscì a dimostrare come il mito napoleonico non si consolidò soltanto sui campi di battaglia, ma fu il risultato di una complessa strategia politica esercitata sui simboli, sulla lingua e sulle credenze popolari.

 

 

L'autore

Francesca Nepori
Archivista di Stato e attuale Direttore dell’Archivio di Stato di La Spezia. Studiosa di bibliografia, biblioteconomia, storia dell’editoria e bibliofilia da anni collabora con riviste accademiche e specialistiche. Ha concentrato la propria attenzione sulla storia delle biblioteche ecclesiastiche e religiose.