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G. Contini, Un’idea di Baudelaire

G. Contini, Un’idea di Baudelaire, a cura di J. Parodi e A. Terroni, premessa di R. Antonelli, Torino, Nino Aragno editore, 2026.

scritto con l’Aurora dono di Ofole
dal 26 aprile 1969, a Firenze.

«viol, le poison, le poignard, l’incendie» … addirittura tutta la ridondante questione «Mais parmi les chacals…»

Ci si potrebbe accontentare di quest’impressione globale e mistica: essa sarebbe già ricca di nutrimento. Ma è inclusa nell’impressione stessa; l’inerzia, l’esigenza di discovrirla se non di misurarla. Ciò sembrerebbe ricordare una formula famosa (di Spitzer), a risoluzione di un vessato problema: INDIVIDUUM NON EST IN-EFFABILE; con una riserva, tuttavia, a lungo termine, che l’effabilità non riuscirà affatto a sostituire l’oggetto. A breve scadenza, cioè sul piano sperimentale che non può prevedere questo risultato, la questione è di trattare la realtà poetica come qualunque altra realtà (anche naturale), cioè di analizzarla. Tale analisi è un portato della fruizione, che la estrae dalla sua propria inadeguatezza avvertendo il contatto, la convivenza con l’oggetto da discovrire, ne fa qualche cosa di più “prodotto” (anziché già fatto), ma prolunga, (retrospettivamente), la vita in direzione dell’umanità, e per questo, non solo metaforicamente, si può dire che rappresenti “il punto di vista dell’autore” (in realtà, avvicinando fruitore e produzione, fa del fruitore una sorta di produttore autocosciente).

[…]

La langoureuse Asie et la brûlante Afrique,
Tout un monde lointain, absent, presque défunt.

Queste misurazioni formali sono, si fruiscono in se stesse, irrilevanti: nessuna ricerca quanto quella formale deve cautelarsi contro il formalismo astratto, non per controbattere triviali obiezioni, ma per garantire all’operatore stesso la libertà dell’operazione. La bipartizione ha una tradizione illustre, e il punto nodale della sua trasmissione è nel binomio (in sostanza sinonimico) petrarchesco e petrarchistico, a sua volta di ascendenza trobadorica; ma l’interpretazione metafisica della dittologia come scissione della realtà valida per Petrarca, in cui dev’essere un fondamento vero se l’elaboravamo all’insaputa l’uno dell’altro Dámaso Alonso ed io, non ha luogo qui, dove la partizione serve a scopo enumerativo, trionfale. Il lettore assiste, e anzi vi è trascinato, a una celere ritmazione della realtà, fatta nel modo più economico secondo una formula fondamentale che ammette la compresenza di eccezioni, così come uno dei progetti di prefazione si occupa di salvaguardare la pluralità di varianti ritmiche.

Una simile interpretazione ottimistica e vitale, e in fondo quanto mai salubre, del ritmo baudelairiano prende per letteralmente veritieri gli enunciati del libro, a cominciare dal titolo. Il rapporto dialettico tra fleurs e mal vuole che il fulgore e la fragranza dei fiori siano autentici, qualunque sia il prezzo pagato per ottenerli: bene speso, è il caso di dire. La validità, validità eminentemente consolatoria e salutifera, dell’oggetto conseguito si afferma sopra e contro la miseria e la degradante quotidianità sotto cui si produce l’oggetto: solo la continuità delle fleurs e del mal garantisce la partecipazione, la non-estraneità alle fleurs. Non è affatto in gioco l’automatismo della teodicea, troppo facilmente irriso dal razionalismo voltairiano, di nulla timoroso quanto di illazioni quietistiche e conservative. Qui, al contrario, la giustificazione è nell’esercizio, anzi nell’ascesi, che perennemente redime e corona di premî immortali l’irreversione nell’immondizia moderna, contemptus mundi alla rovescia (“sans dégôut”). Il male non è, al modo teodicaico, immediata testimonianza del bene, per inversione di segno, né il reale è, con procedere in sostanza affine, testimonianza dell’ideale (conforme all’interpretazione di tipo teologico-hegeliano a cui il De Sanctis riesce a spingersi per Leopardi e il verismo), ma la responsabilità della trasformazione e del salvataggio appartiene a quello che si vorrebbe chiamare l’operatore poetico. Davanti alla carogna decomposta e moltiplicata dal sole («Comme afin … / de rendre au centuple à la grande Nature / Tout ce qu’ensemble elle avait joint»; «On eût dit que le corps, enflé d’un souffle vague, / Vivait en se multipliant»), la realtà della forma in questo percorso di creazione a rovescio si assottiglia in un rêve come quello dell’artista («Les formes s’effaçaient et n’étaient plus qu’un rêve, / Une ébauche lente à venir / Sur la toile oubliée, et que l’artiste achève / Seulement par le souvenir»), e l’artista è lui stesso, l’amante, custode della forma dell’amata quando questa sarà distrutta («J’ai gardé la forme et l’essence divine / De mes amours décomposés»).

L'autore

Insula europea
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